TAPPA 29: LA STORTA -ROMA

6 giorni dopo il mio arrivo.

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Mi ci sono voluti 6 giorni per poter parlare di quest’ultima tappa. Dall’arrivo a oggi sono stata in balia di sentimenti che mi strattonavano da una parte all’altra. Lungi da me l’idea di ribellarmi. Li ho accolti tutti, fino all’ultimo che aveva il sapore di malinconia mista a inquietudine. L’ho provata una volta salita sul treno che mi ha condotta, definitivamente, lontano da Roma.

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Mi sono sentita male, quasi sconvolta. Con una fitta al cuore che davvero mi ha spezzato in due. Ma era evidente: non potevo restare, non nei panni della turista. Non potevo. Ed era altrettanto evidente: non volevo andar via. L’avevo conquistata. Era mia. Volevo le sue mura, volevo le fontane, l’imponenza, la bellezza lancinante, quasi insopportabile, volevo le sue braccia-strade, volevo che mi abbracciassero per non lasciarmi più.

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Ma bisogna finire. Se non si finisce non si ha mai iniziato. E io ho iniziato. Lo so bene come e dove ho iniziato. Era casa mia, ero io. Era l’argine. Dall’argine a Roma. Lo volevo, ma non sapevo cosa sarebbe successo. Non sapevo quanto sarebbe costato. Non immaginavo. Fortunatamente. L’ignoto deve restare ignoto. Altrimenti non ci sarebbero più i salti nel vuoto. E invece bisogna saltare. Bisogna proprio farlo, non ci sono alternative.
La mattina di 6 giorni fa, io e Aldo siamo partiti presto e abbiamo da subito macinato km su una terribile via Cassia. Le macchine che sfrecciano di fianco a noi; scenario suburbano desolante. Abbiamo risposto cantando. È venuto fuori il nostro passato scout, un passato lontanissimo, nel quale non esistevano l’uno per l’altra, ma entrambe avevamo fame di avventura, di libertà. Entrambe riconoscevano la sacralità dell’amicizia. La stessa che ci unisce ora.

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Arriviamo alla deviazione che ci fa abbandonare la Cassia per immetterci nel Parco dell’Insugherata. Pensiamo: finalmente.. Ma lo pensiamo per poco. Il parco mi dà ansietà. La strada è stretta piena di rovi e ci graffiamo, poi quando si allarga ci presenta squarci tristi, resi insopportabili da un nugolo di tafani che ci attacca. La scena ne ha dell’inverosimile. Siamo dentro a una nuvola e per la disperazione ci mettiamo a correre. Ci abbandonano solo quando sbuchiamo nella periferia romana, il cui benvenuto ufficiale ce lo dà una salita che ci toglie il fiato. Ci fermiamo pochissimo. Questa tappa è diversa da tutte le altre. Sembra un susseguirsi di prove, che cambiano di continuo. E ne abbiamo la certezza quando ci accorgiamo che la via Francigena è segnalata malissimo e infatti ci perdiamo. Alla fine però riusciamo a salire sul
Monte Mario e da lì all’improvviso la vedo. La cupola di San Pietro, da lontano, dall’alto. È una stilettata, le lacrime escono naturalmente come il respiro.

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Manca un soffio. Ma anche la discesa dal monte è una prova. Una pavimentazione di sassi sconnessi che fanno male alle ginocchia e ai piedi. Una prova dopo l’altra, proprio così. E poi arriviamo nella via centrale, dritta, e sappiamo che quello è l’ultimissimo tratto. Aldo si ferma un secondo.

Ci siamo, vuoi proseguire sola? No, gli rispondo. Sei sicura? Sicurissima.

Da lì in avanti però camminiamo in assoluto silenzio. Non ce lo siamo imposto, avviene naturalmente. È il nostro ingresso e deve essere silente. Dentro di me accadono pensieri e immagini. Rivedo il cammino. Rivedo le tappe, le persone, rivedo chi mi ha sfiorata, chi mi ha regalato una focaccia o una banana, rivedo il caldo mostro e tiranno e la strada, e i miei passi e la natura e le volte che mi sono detta “adesso basta” e le altre in cui ho risposto “continua”. E molto altro accade in quegli ultimi km dritti come un fuso. Finché intravedo il colonnato di Bernini e non sento più i miei passi, non sento più il peso, lo zaino sulle spalle. È tutto scomparso. Volo. E ci sono. È un passo. E ci sono. Ci-so-no. È lì, davanti a me. La cattedrale di San Pietro e la mia bestia di gioia che esplode.

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Butto a terra tutto, e piegata in due, letteralmente piegata in due, piango tutto quello che devo piangere. La mia bestia di gioia risuona tra il colonnato del Bernini. È uno dei momenti più intensi della mia vita. Ringrazio. Mi butto per terra anch’io, insieme alle mie cose. Accetto di dover piangere ancora un po’. E poi abbraccio forte Aldo. Mio fratello. Che privilegio condividere tutto questo con lui.
E resto in questo stato di grazia, con gli occhi umidi, e le ossa che fremono e il mio cuore che batte all’impazzata e i miei muscoli tutti che sono tesi di meraviglia. E risuona la mia bestia di gioia tra il colonnato di Bernini. E io la lascio risuonare.

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