“TU MI MANCHI PATTI, MA LA VITA E` BELLISSIMA” MYANMAR (PARTE PRIMA) YANGON, BAGAN, LAGO INLE

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OPEN THE DOOR!

O-PEN-THE-DOOOOOR-NOW!

Tu hai ragione ragazzo, giovane uomo, o chiunque tu sia.

Le porte vanno aperte.

Adesso, proprio adesso – come giustamente stai urlando, sbattendo forte i pugni, in un toc toc più che esaustivo e più che incazzato – vanno aperte.

Se stan chiuse non sono porte, del resto. Sono muri.

Eppure.

Tu non hai ragione ragazzo, giovane uomo, o chiunque tu sia.

Perché sono le 3 di notte, mi capisci?

E siamo nel bel mezzo del nulla di una campagna birmana accuratamente buia, accuratamente silente – a parte le tue grida, ovviamente – che voglio dirti, mio giovane uomo, se non è questo uno scenario che preannuncia un ineluttabile, immane, irrimediabile casino, non so io quale possa essere.

E il treno, così, d’un tratto, si è fermato e, abbi pazienza, non sappiamo perché.

E nel nostro scompartimento che è una cabina chiusa, stagna, lercia, inquietante – con un cesso che in assoluto contiene, interpreta e, azzarderei, tristemente arricchisce, superandolo,  il senso stesso della parola cesso – il comando, se permetti, è totalmente nelle mani di Valentina.

Perché la coppia inglese, che si è mangiata il mondo per i primi tre quarti d’ora di viaggio – senza offrire, mannaggia la miseria, manco una patatina – non mi sembra, così a occhio, che abbia il piglio giusto.

E per quanto mi riguarda, sono in balia di un micro sonno, il primo di una notte devasto, in un treno freddo antartide e la tua voce la sento, ma lontana, quasi presa in prestito da una dimensione onirica dove tanto vorrei restare. Mi sembri un sogno, che si mischia con la musica nelle mie cuffie, dove un confortante Lucio canta: E la luna è una palle e il cielo è un biliardo.

Ma tu esisti, e la luna non è una palla e il cielo non è un biliardo, perché l’ho detto, c’è buio pesto.

E tu vuoi entrare, ma noi manco per sogno che ti facciamo entrare.

La coppia inglese lo sussurra timidamente a Valentina, che è scattata dalla sua cuccetta come un gatto: Do not open, please

Certo che non apro, risponde lei mentre a tentoni cerca il suo zaino con il lucido proposito di recuperare l’unico oggetto, che in questo momento, vuole avere tra le mani: il suo coltello.

Sì…proprio così. Perché se pensate che questa viaggiatrice conosciuta una sera, causalmente, in Indonesia, rivista in Malesia, vissuta in Thailandia, e riabbracciata in Myanmar, abbia intenzione di farsi derubare nel bel mezzo del nulla, vi assicuro che non la conoscete, che non avete visto gli occhi che ha e la paura che non ha.

E questo è il primo ritratto che voglio fare di lei, in questa parte di viaggio in Myanmar: Valentina la cercacoltello.

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Hai una bella faccia, le dico al mattino

Anche tu, mi risponde.

Sembriamo uscite da una lavatrice. Siamo stropicciate, stravolte, morte di sonno, sballottate sui binari da un numero irragionevole di ore, nauseate dal movimento dondolatorio e lentissimo, ma allo stesso tempo affamate e ancora piuttosto incredule.

Credo, Patti, di poter affermare che questo è in assoluto il treno più pericoloso e mal ridotto che io abbia preso nella vita (e detto da una che ha viaggiato in terza classe in India, ha un certo peso).

Fa ridere, perché ci ha portato qui quello spirito da viaggiatrice romantica che le appartiene, col quale mi ha convinto mentre eravamo a Yangon: Patti, potremmo prendere l’autobus per andare a Bagan, ma vuoi mettere il treno? Il treno è magico, Patti…magico

E il treno in effetti magico lo è stato. E`stato magico perdere i biglietti prima di partire e trovarci in un ufficio-sgabuzzino della stazione per dichiarare che i biglietti noi li avevamo già comprati. E magico è stato dover interpellare almeno 7 persone diverse per riuscire a farci ascoltare e spiegare in inglese a chi l’inglese non lo parla cosa fosse successo. E magico è stato essere le uniche occidentali in stazione con i bambini che ci facevano ciao ciao e ci osservavano come cosa misteriosa, esotica e lontana.

Se non magica, alquanto surreale è stata la vicenda notturna, conclusasi bene, per fortuna. Il treno è ripartito e nessuna porta di nessuno scompartimento è stata aperta.

E infine magico è stato l’arrivo a Bagan.

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C’è da dire che Bagan non solo è magica. Bagan è uno dei luoghi più spaccaossa, più incantevoli, più trattieni-il-fiato che io abbia visto nella mia intera vita.

Un’energia potentissima;  26 km quadrati di vegetazione nella quale emergono come funghi, templi (costruiti tra il 1000 e il 1200) di una bellezza inconcepibile, scorticante, conturbante che ti viene voglia di pizzicarti il braccio per essere certa che sia vero, e ancora di darti una sberla in faccia per esserne certissima. In questa che è stata antica capitale del regno Birmano (col nome di Pagan), la componente religiosa, immersa nella natura e la natura immersa nella componente religiosa arrivano a me come un fulmine che mi attraversa da capo a piedi. Mi sento attratta e sopraffatta, impotente e allo stesso tempo fortissima. Potrei stare qui, a Bagan, per un tempo lunghissimo. Indeterminato.

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Vorrei stare qui a Bagan, per un tempo lunghissimo, indeterminato, sul nostro motorino elettrico (perché qui solo motorini elettrici vengono noleggiati) con Valentina che guida, e me l’ha detto chiaro e tondo quando ho cercato di farlo io: Patti, non pensarci nemmeno eh, con i serpenti che ci attraversano la strada, con le strade di polvere rossa in mezzo a una vegetazione selvaggia, ma cortese, accondiscendente.

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Con i Buddha giganteschi, immobili, impassibili che sembra ti chiedano di avanzare, di farti vedere, di farti riconoscere, di riconoscerti. Mi avvicino nella luce stagliata proveniente da due feritoie e il  Buddha – questo Buddha – è vestito di rosso, con lobi allungati, in bhumispara mudra, una posizione che amo, con le dita della mano destra che toccano il suolo, in richiesta d’aiuto alla terra, che è il reale. E io piccolissima, con una gonna rossa, le mani sui fianchi, i piedi scalzi sulla terra, il mio sguardo rivolto verso l’alto, verso di lui.

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Radicata come una quercia, leggera come una piuma e pervasa dall’energia di questo posto, dal sacro dentro il sacro della natura.

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Dai carretti trascinati da cavalli che portano in giro i turisti, dai tramonti a cui andiamo a caccia con Valentina, arrampicandoci sui templi più alti, dal fiume, dai burattini appesi sugli alberi, dai pranzi pantagruelici a base di carne e verdure e dalla voglia pulsante di cantare, quando si fa sera, la Collina dei ciliegi di Battisti:

Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente?

Ma io mi voglio azzurra e lucente, Lucio, e mi voglio ancora e ancor più su e voglio anche planare sopra boschi di braccia tese.

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E Lucio, sai cosa?

Adesso lo so cosa significa respirare brezze che dilagano su terre senza limiti e confini, perché ci sono dentro fino al collo, ora, in questo preciso momento, sul nostro motorino elettrico, con la luce che funziona a intermittenza – e domani Valentina lo distrugge il ragazzo del noleggio –  e ti giuro, te lo prometto Lucio, so anche cosa significa allontanarsi e sentirsi più vicini.

Perché tanto mi sono allontanata da casa, Lucio, e altrettanto mi sono trovata.

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Mi corrispondo, Lucio.

Mi scoppia il cuore, Lucio.

E questo è il ritratto che voglio fare di me, in questa parte di viaggio in Myanamar: Patrizia, che più si allontana e più si sente vicina.

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L’autobus che da Bagan ci porta a Inle lake, passa davanti al nostro alberghetto alle 6 di mattina.

I proprietari si sono svegliati per salutarci in pigiama. Lei è meravigliosa, porta sempre in testa cose indecifrabili. A volte fiori finti, ma più spesso simil-calze. Calze da testa. Mica cuffiette, calze. Sono piccolini, minuscoli. Sembra che si amino molto. Il loro hotel è una cosa da non credere. Sembra la trasposizione in pianta stabile del treno che ci ha portate a Bagan. Passarci una notte ci ha permesso di sperimentato lo spaventoso divario qualitativo nel quale si incappa scegliendo di investire o meno 5 dollari. Il primo giorno hotel di lusso, per lo meno per i miei standard…voglio dire, ci danno pure la vestaglia. Il secondo, con un risparmio irrisorio, l’hotel abominio di due piccoli esseri umani che hanno messo su una topaia con un curatissimo giardino e che molto si amano.

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Dove mi porti lago? Dov’è che andiamo?

Verso l’incredibile andiamo.

Sul serio?

Sul serio.

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E`un Caronte birmano, un omino piccolo, pezzo di pane, sorriso gentile che ci presenta il lago; e il lago si svela ai nostri occhi come un cioccolatino che viene scartato piano piano ma che poi, una volta tra le mani, mangi in un boccone, con foga, che aspettare ulteriormente non si può.

E`così il Myanamar, si ha sempre l’impressione di non guardarlo e basta, ma di mangiarselo, di averlo nello stomaco, di portarselo addosso, ma non sulla pelle, più in profondità. Nello stomaco mi pare, o nella gola anche. Perché a me pizzica di continuo, come quando vien da piangere.

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E mi vien da piangere spesso, per la troppa emozione di essere privilegiata spettatrice di qualcosa che è chiaramente unico, e che solo qui, esclusivamente qui, accade. Per i pescatori Intha che appaiono all’improvviso dalla nebbia mattutina, come la Venere appare dalla schiuma. Generati dal pulviscolo dal lago e dalla loro stessa arte, in equilibrio su un piede. Con un grande cesto nell’altra mano. In controluce, magnifici, leggiadri, divini.

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E poi il villaggio di palafitte in Phaw Khone, dove vengono prodotti sigari, argento e tessuti ricavati dai fiori di loto. E a me sconvolgono i pali della luce piantati dentro l’acqua e tutta l’organizzazione di una società che cammina in pochi metri quadrati di case e che il resto del tempo lo passa sulle barche.

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Le barche come prolungamento di gambe e piedi. La barca per andare a casa del vicino e farsi un tè. Sulle barche il mercato, nelle barche l’incontro, con le barche la mobilità.

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Così come accade a San Blas a Panama, dove il popolo dei Kuna vive disseminato in piccole isole e la strada, in quel caso, è il mare.

Queste sono persone-acqua. Persone anfibie. Queste sono persone che imparano ad affidarsi al flusso della corrente da sempre. Sono persone, che dalla placenta sono passati al fiume, al lago, al mare. Non hanno mai smesso di nascere. E per la seconda volta penso che potrei stare qui, per un tempo lunghissimo. Indeterminato.

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E la giornata prosegue tra templi e monasteri, solidi, monumentali, che sembrano cresciuti a nati direttamente dalle acque che io non riesco manco a immaginarmelo come hanno fatto a costruirli.

Ma sono le 1054 stupe di Inthein, che definitivamente mi lasciano annichilita e priva di parole. Alcune totalmente dorate, altre color rame, altre restaurate e altre in rovina, divorate dalla giungla che avanza; radici e mattoni che sembrano sposi. Radici e mattoni intrecciati, strizzati, uno dentro l’altro, il sacro nel sacro, come a Bagan.

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E` uno spettacolo incandescente, che avverto ancora una volta nello stomaco, nella gola.

Mi sento tutta fuoco, mentre scalza mi muovo tra il labirinto fulgido di stupa.

Penso: qui la pace, qui il giusto.

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Eppure, e ormai dovrei saperlo, perché questo è il mondo, e questo è il viaggio, a pochi minuti di lago, il giusto non c’è più e nemmeno la pace. Non per le donne giraffa, esposte come bestie dentro uno zoo, alla mercè degli occhi ciechi di noi turisti.

Non sapevo che le avrei viste, non c’era stato detto. Mi ero rifiutata in Thailandia, eppure ora le ho qui davanti. Sono per lo più sedute, filano, si sottopongono docili alle foto senza posa di noi poveretti (perché siamo noi i poveretti) con i loro lunghissimi colli inanellati. Così come i polsi e le ginocchia. Le trovo bellissime. E tristissime.

E c’è un collare su un tavolo, a dimostrazione del peso che sopportano ogni giorno, tutti i giorni. Lo sollevo e mi viene la pelle d’oca, la nausea. E`un peso inconcepibile. Saranno almeno 10 kg.

Ho tante domande. Vorrei comprendere quanto quel peso abbia a che fare col loro peso, con la loro identità, con la loro realtà, con la loro percezione del bello.

Ma più di tutto vorrei chiedere a queste donne se vogliono stare qui. Se sono libere di andarsene e di fare quello che pare a loro. Se non sono stomacate da queste foto, da questa curiosità così morbosa, superficiale e cialtrona di tutti noi.

Sono quasi certa che mi direbbero che lo sono. Lo sono davvero molto. E che vorrebbero portare il loro corpo, e quel loro famosissimo collo da un’altra parte.  Lontano. Lontanissimo. Lontano, che più lontano non si può

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Come stai?

Così così.

Lo vedo. E poi hai tossito tutta la notte. Forse è il caso che ti riposi, eh.

Ma voglio vedere il Forest Monastery

Ma stai male, Vale. Sono parecchi km in bici. Non è meglio che tu stia a letto?

Mi copro bene la gola. Mi copro bene, è questo il trucco…

E questo è il secondo ritratto che voglio fare di lei, in questa parte di viaggio in Myanmar: Valentina che si è ammalata ma fa finta di no.

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Fa schifo ammalarsi mentre si viaggia. E`una roba che proprio, ufff, ti vien da sbattere la testa contro il muro, se non facesse già abbastanza male di suo, la testa.

Valentina mi stupisce. Sembra quasi che non accettandolo, lo possa controllare. Che possa decidere sulla sua tosse e la sua febbre, Valentina

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E non si sottrae ai km, alla bici, alla camminata lungo un molo infinito, ai riflessi accecanti dell’acqua, al pesce disgraziatamente enorme che ci mangiamo in un ristoranti locale, con seggioline che quasi non ci contengono, alla salita in motorino verso il monastero, all’incontro del monaco più bislacco che abbia visto nella mia vita – su un eremo, dal quale torreggia una stupa dorata – che dopo essersi accuratamente raschiato la gola e sputato fuori dalla finestra, con tre denti di sorriso ci offre un tè, che non senza parecchie riserve, beviamo.

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La sera Valentina è malata tronca, ubriaca di febbre. Il suo atto di volontà si scontra con un altro atto di volontà più grande, che le dice fermati e stavolta, volente o nolente, lo fa. Sembra una tigre in gabbia, ma la convinco a restare a letto per tutto il giorno seguente.

Io costeggio l’altra parte del lago, sempre in bicicletta.

Arranco sulle salite, e sulle strade scalcinate, ma l’improvvisa apparizione di una biblioteca in mezzo alla natura mi ripaga di tutta la fatica. E`un parallelepipedo, con tanto di seggiole e tavolo.

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We give to you knowledge. You give for us discipline.” quindi per favore non fumare. E non masticare betel ( ovvero un preparato di foglie di betel appunto, noce di areca, calce spenta e tabacco). In Myanmar viene masticato di continuo – produce un colore rossastro, che macchia denti e labbra – e poi viene regolarmente sputato per strada e dappertutto.

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Passo il resto della mattina in un monastero. Per arrivarci devo mettere in conto parecchi gradini, ma a me i gradini piacciono. I gradini son sempre sinceri.

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Dichiarano fin da subito quel che sono, dichiarano la fatica; non ci pensano minimamente i gradini a edulcorare la pillola. Adesso devi sudare. Adesso ti faranno male le gambe, ma poi…Quello che c’è in alto, alla fine…quello che ti aspetta dopo. Lo sai no, cosa ti aspetta dopo?

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Io non lo so, ma è l’ultimo gradino a raccontarmelo: “Happy” c’è scritto. E a guardia di questa felicità, due microcani – i cani più piccoli che io abbia mai visto, giuro – dormono acciambellati sul confine che nettamente divide ombra e luce.

Non c’è nessuno quassù. Resto per molto tempo. Seduta, in piedi. Il custode mi offre un tè. Lo beviamo insieme all’interno del tempio. Sento un benessere infinito. Sento un infinito sollievo. Sento, mentre osservo la campagna birmana, il lago, il monte e il cielo, che è tutto qui. Che è tutto davanti a me e non devo, forse, sapere altro. Che lì è espressa l’intelligenza della vita.

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E che bisogna averne cura, porca miseria.

La cura è la chiave d’ingresso praticamente a tutto. L’unica soluzione possibile.

Starei in questo posto per un tempo lunghissimo, un tempo indeterminato. Ma voglio tornare, perché Valentina è ammalata, e probabilmente ha fame e perché la cura, l’ho appena detto, è l’unica soluzione possibile. E`una sensazione nuova. Qualcuno mi aspetta. Non la si prova mai quando si viaggia da soli.

Nessuno ti aspetta. In aeroporto, nella stazione del treno o dell’autobus; non devi cercare tra i volti, non ti manca il respiro, non sei preda di violenta tachicardia.

Ho avuto, però, in questi lunghi mesi, modo e tempo di osservare le altre persone. Di osservare cosa succede al proprio volto, quando invece c’è un volto che devi cercare.

Qualcuno che ti aspetta. C’è qualcuno per te, qualcuno che ti è venuto a prendere, tesoro. Puro stato di grazia, oserei dire. Quel sorriso che parte sempre dagli occhi, quell’ abbraccio lunghissimo, rapace. E poi viene sempre da ridere e si è sempre un po’ scoordinati, poco fluidi e a me sembra, anche, che ci sia un filo di sottilissimo impercettibile imbarazzo in questi incontri, e personalmente lo trovo superbo, tenero e umanissimo. Anche tra persone che si conoscono da sempre. Anche se il distacco è stato di pochissimi giorni. L’incontro tra due che si stanno aspettando ha bisogno di tempo. Bisogna riconoscersi di nuovo, perché siamo nuovi di continuo, ogni giorno, ma soprattutto lo siamo, ogni volta che andiamo via.

E questo è il secondo ritratto che voglio fare di me, in questa parte di viaggio in Myanamar:  Patrizia che ha qualcuno che l’aspetta.

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Ci separiamo una mattina. Io resto in Myanmar ancora un po, voglio vedere Mandalay. Lei  è diretta a Yangon, la capitale, dove è iniziato il nostro viaggio. Tra un paio di giorni volerà da Kuala Lumpur fino a Milano. Sta tornando a casa.

Me la immagino Valentina, mentre il collettivo per Mandalay, in mano a un autista scriteriato, sbanda a destra e a manca su strade devastate da buchi e cemento sgretolato, latitante.

Tornerà nel nostro ostello a China Town, nella camerata senza finestre, ma con letti giganteschi e pulitissimi e con la tendina, che garantisce quel poco di privacy che tanto si anela in queste situazioni.

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Tornerà a farsi un giro tra le bancarelle di frutta, zenzero, verdure e blatte fritte, andrà a mangiarsi i gamberi che probabilmente ammazzerebbero lo stomaco di chiunque ma non il suo, o i ravioli in quel posto che abbiamo trovato e che ci ha rapito il cuore.

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Passerà di fronte al giardino dove ci siamo sdraiate aspettando che arrivasse la sera, dopo esserci ustionate gli occhi con l’oro dell’incredibile Pagoda Shwedagon.

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So, che soprattutto girerà tra le strade che sono di un romanticismo scassato e decadente, come piace a lei (e a me), a cercare uomini che in bicicletta trasportano il ghiaccio, o tengono in mano polli vivi, o monaci bambini che camminano tutti in fila.

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So che si inoltrerà come un segugio alla ricerca di tutto il vero che può e che è riassunto nel messaggio che mi scrive, due giorni dopo, e che ricevo nel mio ostello a Mandalay.

Patti tu mi manchi, ma Yangoon io la amo

Che frase. Mi lascia secca. Stecchita mi lascia.

Quanto e come profondamente la comprendo. Quanto la sento mia. Quanto è detto, senza aggiungere altro.

Patti tu mi manchi, ma la vita, porcogiuda, è bellissima.

Questo mi sta dicendo Valentina.

Mi sta dicendo che non c’è un altro essere umano a cui darà la responsabilità di renderla tale. Lei se la prende. Si prende tutta la responsabilità.

E anche io.

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Quante volte ho creduto che la felicità coincidesse con una persona, uno stato d’animo, un luogo, un’aspirazione, un progetto, un preciso momento.

Ma la felicità – alla fine dell’ultimo gradino in salita e all’inizio del primo in discesa – che è la cosa che desideriamo in forma più permanente possibile, può essere affidata a tutto ciò che per sua natura è mutevole e in continua, implacabile, evoluzione?

Non c’è stato rapporto, stato d’animo, luogo, aspirazione, progetto, momento che non sia cambiato, talvolta addirittura stravolgendosi e diventando l’inaspettato opposto di quello che era.

Con le persone che popolano la terra, che abbiamo la fortuna di incontrare, e a volte il privilegio di amare la questione è spesso complicata.

Nessuno è il nostro tutto, per come la vedo io. Non dovremmo dare a nessuno una tale incombenza. Non dovremmo mettere nessuno in una tale prigione. Non dovremmo chiedere a nessuno di diventare il senso del nostro senso.

Tu sei tutta la mia vita. Davvero, io spero che non mi vengano mai rivolte parole così. Non è una cosa che mi lusinga, è una cosa che mi spaventa.

Non un padre, una madre, un fratello, una sorella, un amico, un’amica, un compagno, un marito, un amante, un figlio. Nemmeno un figlio.

Perché così si confonde l’amato con l’amore, colui o colei o coloro che sono parte integrante e importantissima della nostra vita, con la vita stessa.

Quindi.

Anche tu mi manchi Vale, ma la vita, porcogiuda, io la amo

E questo è l’ultimo ritratto che voglio fare di lei e di me in questa parte di viaggio in Myanmar.

La parte in cui due viaggiatrici solitarie si incontrano, diventano amiche, si vogliono bene, condividono un pezzo di strada, e poi si dividono.

Ed è esattamente come dici tu, Lucio:

Ci si allontana, sì, ma solo per ritrovarsi più vicini

Per un tempo lunghissimo. Indeterminato.

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Canzone consigliata per la lettura: La collina dei Ciliegi di Lucio Battisti.

Ma anche Anna e Marco, di Lucio Dalla.

Con tutti i grazie che posso a questi due Lucio che sono stati la colonna sonora di questa fetta di mondo.

Molte delle foto di questo post sono  di Valentina Vanzulli. Grazie Vale

TAPPA 29: LA STORTA -ROMA

6 giorni dopo il mio arrivo.

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Mi ci sono voluti 6 giorni per poter parlare di quest’ultima tappa. Dall’arrivo a oggi sono stata in balia di sentimenti che mi strattonavano da una parte all’altra. Lungi da me l’idea di ribellarmi. Li ho accolti tutti, fino all’ultimo che aveva il sapore di malinconia mista a inquietudine. L’ho provata una volta salita sul treno che mi ha condotta, definitivamente, lontano da Roma.

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Mi sono sentita male, quasi sconvolta. Con una fitta al cuore che davvero mi ha spezzato in due. Ma era evidente: non potevo restare, non nei panni della turista. Non potevo. Ed era altrettanto evidente: non volevo andar via. L’avevo conquistata. Era mia. Volevo le sue mura, volevo le fontane, l’imponenza, la bellezza lancinante, quasi insopportabile, volevo le sue braccia-strade, volevo che mi abbracciassero per non lasciarmi più.

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Ma bisogna finire. Se non si finisce non si ha mai iniziato. E io ho iniziato. Lo so bene come e dove ho iniziato. Era casa mia, ero io. Era l’argine. Dall’argine a Roma. Lo volevo, ma non sapevo cosa sarebbe successo. Non sapevo quanto sarebbe costato. Non immaginavo. Fortunatamente. L’ignoto deve restare ignoto. Altrimenti non ci sarebbero più i salti nel vuoto. E invece bisogna saltare. Bisogna proprio farlo, non ci sono alternative.
La mattina di 6 giorni fa, io e Aldo siamo partiti presto e abbiamo da subito macinato km su una terribile via Cassia. Le macchine che sfrecciano di fianco a noi; scenario suburbano desolante. Abbiamo risposto cantando. È venuto fuori il nostro passato scout, un passato lontanissimo, nel quale non esistevano l’uno per l’altra, ma entrambe avevamo fame di avventura, di libertà. Entrambe riconoscevano la sacralità dell’amicizia. La stessa che ci unisce ora.

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Arriviamo alla deviazione che ci fa abbandonare la Cassia per immetterci nel Parco dell’Insugherata. Pensiamo: finalmente.. Ma lo pensiamo per poco. Il parco mi dà ansietà. La strada è stretta piena di rovi e ci graffiamo, poi quando si allarga ci presenta squarci tristi, resi insopportabili da un nugolo di tafani che ci attacca. La scena ne ha dell’inverosimile. Siamo dentro a una nuvola e per la disperazione ci mettiamo a correre. Ci abbandonano solo quando sbuchiamo nella periferia romana, il cui benvenuto ufficiale ce lo dà una salita che ci toglie il fiato. Ci fermiamo pochissimo. Questa tappa è diversa da tutte le altre. Sembra un susseguirsi di prove, che cambiano di continuo. E ne abbiamo la certezza quando ci accorgiamo che la via Francigena è segnalata malissimo e infatti ci perdiamo. Alla fine però riusciamo a salire sul
Monte Mario e da lì all’improvviso la vedo. La cupola di San Pietro, da lontano, dall’alto. È una stilettata, le lacrime escono naturalmente come il respiro.

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Manca un soffio. Ma anche la discesa dal monte è una prova. Una pavimentazione di sassi sconnessi che fanno male alle ginocchia e ai piedi. Una prova dopo l’altra, proprio così. E poi arriviamo nella via centrale, dritta, e sappiamo che quello è l’ultimissimo tratto. Aldo si ferma un secondo.

Ci siamo, vuoi proseguire sola? No, gli rispondo. Sei sicura? Sicurissima.

Da lì in avanti però camminiamo in assoluto silenzio. Non ce lo siamo imposto, avviene naturalmente. È il nostro ingresso e deve essere silente. Dentro di me accadono pensieri e immagini. Rivedo il cammino. Rivedo le tappe, le persone, rivedo chi mi ha sfiorata, chi mi ha regalato una focaccia o una banana, rivedo il caldo mostro e tiranno e la strada, e i miei passi e la natura e le volte che mi sono detta “adesso basta” e le altre in cui ho risposto “continua”. E molto altro accade in quegli ultimi km dritti come un fuso. Finché intravedo il colonnato di Bernini e non sento più i miei passi, non sento più il peso, lo zaino sulle spalle. È tutto scomparso. Volo. E ci sono. È un passo. E ci sono. Ci-so-no. È lì, davanti a me. La cattedrale di San Pietro e la mia bestia di gioia che esplode.

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Butto a terra tutto, e piegata in due, letteralmente piegata in due, piango tutto quello che devo piangere. La mia bestia di gioia risuona tra il colonnato del Bernini. È uno dei momenti più intensi della mia vita. Ringrazio. Mi butto per terra anch’io, insieme alle mie cose. Accetto di dover piangere ancora un po’. E poi abbraccio forte Aldo. Mio fratello. Che privilegio condividere tutto questo con lui.
E resto in questo stato di grazia, con gli occhi umidi, e le ossa che fremono e il mio cuore che batte all’impazzata e i miei muscoli tutti che sono tesi di meraviglia. E risuona la mia bestia di gioia tra il colonnato di Bernini. E io la lascio risuonare.

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TAPPA 28: CAMPAGNANO DI ROMA – LA STORTA

Campagnano di Roma – La Storta

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Uno crede, si aspetta, che la penultima tappa, la vigilia dell’arrivo debba essere una passeggiata. Uno pensa che è fatta e basta. Che è tutto passato, che ormai ci sei e che non avrai altri pensieri o altri guai. Io oggi, invece, devo prendere tutte queste supposizione (meglio ancora, auspici) e buttarle nella spazzatura. Ho vissuto un giorno difficile, veramente difficile. Inaspettatamente difficile. Non pensavo potesse succedere, ed è stata una grande lezione. Prima di tutto, dolore fisico. Il piede destro a un pugno di km da Roma sembra non poterne più. Ho vesciche sulle dita e dappertutto, ad ogni passo mi sembra di aprire una ferita, a volte il dolore mi dà la nausea o la pelle d’oca. Ho avuto vesciche sempre, per tutto il cammino, ma le ultime arrivate, piccole, trascurabili, insignificanti, sono state letali. Mi hanno scombussolata un bel po’ e nel bel mezzo di una discesa mi vien da piangere. È la frustrazione e la solita inguaribile, oramai, stanchezza.

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Aldo mi guarda preoccupato. Stai molto male eh? Vedo letteralmente le stelle, rispondo. Ma in questi casi bisogna trovare ispirazione dalla natura che è saggezza pura.
Cammini magari per ore all’interno di un bosco folto senza spiragli e poi all’improvviso, dal nulla, un’apertura. Uno squarcio di cielo, un corso d’acqua che ti ricorda all’istante che il bosco non è tutto, che fuori c’è altro.

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E quindi traslo questa concetto su di me, ora: il male fisico che sento, sul quale sono totalmente concentrata ahimè, non è tutto, c’è altro. E l’altro oggi sono le canzoni che canto con Aldo, anche se lui sbaglia tutte le parole – non c’è verso che ne sappia una a memoria – e poi c’è Formello e il Signor Napoleone Giuseppe che ci racconta la storia di Nerone, e un albero perfetto nella vastità scarna di un campo, sotto il quale ci riposiamo, mangiando pesche e mandorle.

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Aperture. Cercare le aperture e camminare a denti stretti, tra lo spettacolare parco di Veio, che sancisce una delle tappe più belle di sempre. Ma arrivare, concludere la tappa, è solo una delle prove di oggi. Infatti, tutto il gruppetto degli irriducibili: i 4 ragazzi di Milano, Monica e Mosè hanno deciso di proseguire, allungare la tappa e arrivare a Roma in serata.

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Aldo ce la farebbe senza problemi, ma io no. Non posso. Non riesco. Di fisico e neanche di testa. Perché mi sono sempre immaginata di arrivare al mattino, alle prime luci, all’inizio del giorno, e perché stamattina non ero pronta a finire, oltre che fisicamente davvero provata. Bisogna arrivare alla fine, dedicando alla fine un tempo giusto, credo. Bisogna dedicare alla fine, il tempo che la fine necessita per finire.

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Ma mi sento strana, mi sento quasi a disagio. Ripeto nella mia testa: magari potevo farcela, sarebbe stato bello, tutti lì; e poi magari Aldo si sarebbe sperimentato volentieri in una tappa così lunga. A lui lo dico: vai, se ti senti. Non ti preoccupare, vivitelo, è giusto. Ma Aldo è Aldo. Potrebbe farlo (vorrebbe, ne sono certa), ma sceglie di restare. È così, è lui. Senza farlo pesare, con la sua solita cura, con la sua solita attenzione, con un cuore grande così, a cui voglio profondamente bene.

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E pian piano esco da questo bosco di pensieri pesanti e rivedo la luce. E penso che ognuno ha il suo cammino, e il mio non doveva finire oggi. Mi sono ascoltata, e questa è la mia vittoria e ora che ho fatto la pace con me stessa ho il tempo per godere di quell’ansia buona, quel battito leggermente accelerato, quelle farfalle allo stomaco di quando sei innamorata. Lo sono. E ciò di cui sono innamorata è a soli 20 km da me. Tanto ne sono innamorata che domani per arrivarci avrò camminato 654 km, per 29 giorni. Lo sono tanto che anche ora a pensarmi là mi viene da piangere e da ridere insieme. Mi viene da pizzicarmi il braccio per essere certa che sia vero…vero sul serio. Voglio essere certa che una piccola donna, partita da un paesino della bassa parmense, domani in un torrido 10 agosto, con l’ausilio dei suoi soli piedi (di cui uno compromesso), possa essere in grado di attraversare il colonnato di Bernini e condurre tutta sè stessa in piazza San Pietro, cuore della città più bella di questo nostro mondo: Roma.