Tappa 23: Bolsena – Montefiascone 

 Bolsena – Montefiascone

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È strano ciò che si forma durante il cammino. Una piccola comunità in movimento. Ormai a circa una settimana da Roma ci conosciamo tutti e siamo rimasti in pochi: Monica e Mosè, i 4 ragazzi di Milano (freschi di maturità, e che io continuo a guardare con particolare tenerezza e grande stima: alla loro età non sarei mai riuscita a cimentarmi in un cammino così duro) e poi ci sono io, e ora Andrea. Ognuno cammina seguendo il proprio passo, ci si incontra per un pezzetto, ci si perde poco dopo. La sera è il momento in cui ci si rivede, soprattutto se ci si ferma in paesi piccoli, come Montefiascone – ad esempio – che io prediligo rispetto alle grandi città.

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L’età è una questione secondaria, una formalità, una nozione inutile, un numerino. Il collante è la fatica condivisa. Se hai provato la stessa fatica, se hai mangiato gli stessi km, avrai sempre qualcosa da dire. Avrai sempre qualcosa da condividere. Avrai sempre qualcosa da insegnare o da apprendere. Tutti danno, tutti ricevono. Il percorso di oggi mi ha affascinato parecchio, saliscendi lungo il parco di Turona. Il lago di Bolsena ci ha accompagnato per un lungo tratto. Ed è uno splendore. Ogni volta che intravedo l’acqua in tutte le sue forme io esulto, mi animo, gioisco, anche se è lontana, anche se è di sfondo, anche se non può addolcire nessuna salita, io la amo, elemento sacrosanto e vitale che mi ha permesso di proseguire e di rinascere mille volte, da quando sono partita.

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Oggi abbiamo camminato dietro un gregge di pecore. Ho lanciato un breve sguardo per cercare lei che era lì, ovviamente, in mezzo alle altre. La pecora nera, bella come il sole. La pecora nera che non sa la sua unicità, e bruca l’erba tranquilla e serena non credendosi nulla di speciale. Ho pensato che a me piace quell’umanità che all’improvviso smette di brucare l’erba e riconosce, senza più poter tornare indietro, la sua vera, incontrovertibile essenza di pecora nera.

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Che per me significa proprio questo: corrispondersi. Dare fiducia al proprio guizzo creativo, dare fiducia a un’idea, a un’idea che tutti valutano pazza o inutile o impossibile o inadatta o immatura o vecchia o bizzarra o noiosa. Perché quel momento di luce, quell’intuizione, quel misterioso fermento interiore raramente – davvero raramente – può sbagliare, ma sempre- davvero sempre – ci compromette. Se lo senti sei fregato. Perché a quel punto, l’essenza di pecora nera farà di tutto per tornare in superficie. E sarà poi impossibile rimettersi a brucare l’erba, quando si sono alzati gli occhi al cielo e si son viste le stelle.

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