TAPPA 9: MASSA – CAMAIORE

Massa- Camaiore

Non voglio andar via da qui.

Non voglio scendere da questo letto, non voglio alzarmi. Giuro, che alzarmi è l’ultima cosa che voglio.

Non voglio che siano le 5:00 di mattina e che il suono della sveglia sia così convinto e implacabile.

Non voglio lasciare questo ostello che si affaccia su Piazza Mercurio a Massa, e questa camera bianca, grande, perfetta, tutta per me, dove ho sparpagliato la mia roba ovunque, e mi sono sparpagliata pure io.

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Non voglio che il tempo avanzi, voglio che torni indietro, nel momento esatto in cui ieri sono entrata a Massa, attraversando la maestosa Piazza degli  Aranci. Voglio tornare alla passeggiata serale tra gli artisti che espongono quadri o al gelato gigante gusto nocciola, che mi espone a sua volta le sue ragioni e io concordo con tutte.

Per fortuna ho appuntamento con Rosella e Marika. E quindi, volente o nolente, si va; si deve andare.

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Mi piace molto come iniziano la la giornata questa mamma e figlia. Si dicono “Buon cammino”, si danno un bacio. E` bello guardarle. Poi, durante la giornata capita di vederle discutere, come accade tra tutte le mamme e tutte le figlie di questo mondo. Ma quel momento iniziale include tutto. Che il cammino sia buono, che sia buono anche litigare, che sia buono il conflitto. Se dev’esserci, almeno che sia buono.

Le salite per me, quelle non disperatamente salite, le mezze salite, le chiamo io, sono un toccasana. Mi piace sentire le gambe che tirano, e mi piace sentire che il respiro regge e anche il cuore. Mi fanno sentire viva le mezze salite. E subito dopo Massa ce n’è una, che non mi fa dimenticare il piacere del letto di quell’ostello in quella piazza, però mi fa sentire presente nel momento presente. E il mare si mostra finalmente dopo una curva. Lo saluto con le braccia alzate, come se fossi Colombo al contrario. Lui cercava terra, io acqua. Sei sempre una gran consolazione, mare mio.

Sei sempre una vittoria. Cosa c’è di vittorioso in te? Tutto. Non so altro. Tutto.

 

Attraversando laboratori ardenti che lavorano il marmo arriviamo in breve a Pietrasanta Ligure, con i suoi ombrelli colorati sopra la testa, che fanno da tappeto aereo, e ci coprono dal sole fino a Piazza Duomo. Questa piazza mi lascia senza fiato.

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Non sappiamo bene che fare. O ci si ferma o si prosegue. Decidiamo di fermarci, perché il posto merita più di un sospiro.

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L’ostello è in piano centro, gestito dalle suore. Si tratta in realtà di una piccola camera quadrata. L’ambiente è desolante, ma poco importa. Ci sistemiamo e vado subito a farmi la doccia. Esco profumata come una rosa e Marika mi dice: dobbiamo andare via, ci sono le cimici dei materassi. Cimici dei materassi, in spagnolo,  chinches (le ho, ahimè, conosciute, nel mio primo cammino verso Santiago e le ho ritrovate a Panama, occasione nella quale mi hanno dovuto fare una puntura di cortisone, per come mi avevano conciato il  collo) sono una di quelle cose sulle quali c’è poco da discutere. Bisogna andar via, se non vuoi ritrovarti il mattino seguente con punture dolorosissime, che non passano se non dopo molti giorni. Gli ostelli nei quali sono presenti devono chiudere e fare serie, serissime, disinfestazioni. Io personalmente ne ho un certo pacato terrore, quindi senza grandi ripensamenti, mi infilo di nuovo i vestiti del cammino e ce ne andiamo. Questa manovra di per sé pesante, perché sono appena uscita dalla doccia, diventa mortale visto che faccio cadere il telefono che definitivamente e senza nessuna incertezza si rompe.

Le cose, diciamola tutta, non mi sembra che stiano girando troppo bene. Da Pietrasanta e Camaiore sono altri 9 km. C’è il solito caldo supremo, siamo tutte e tre spaesate e quindi facciamo la cosa più saggia in assoluto: ci sediamo a un tavolino nel centro della piazza e ci mangiamo un panino. Poi ricominciamo a camminare. La Francigena  ci porta su un sentiero in salita all’interno di un bosco intricato nel quale è stata ricavata una stradina, piena di rovi e insetti. Troviamo dell’acqua e ci bagnano dalla testa ai piedi. Sbuchiamo  da dietro una casina, accolti dal latrato rovinoso di alcuni cani che mi fanno prendere un colpo, e mi scappa un urlo di quelli seri. E poi siamo fuori, il passaggio si snoda ora in un canneto ed è molto più rilassante, ma siamo stanche, stanche da morire.

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A Camaiore ci arriviamo tardi. Trovo un negozio di elettronica e penso, forse mi possono aiutare. Ho con me un vecchio cellulare che uso come macchina fotografica. Il ragazzo al banco – per fortuna – è un portento. Aspetto più di un’ora perché è pieno di gente, ma, alla fine, riesce a impostarmi quelle 2 cose basiche che mi permettono di comunicare. Arrivo all’ostello distrutta. La camera è piena, mi danno un divano letto che però è comodissimo e l’ostello è, anche stavolta, un vero incanto, all’interno della Badia della Pietà di Camaiore.

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La sera io non ho la forza di muovere nemmeno un passo, mangiamo alla Badia ed è uno dei pasti che più apprezzo da quando sono partita. Guardo il campanile, da sotto il porticato e penso che tra poco sarò a Lucca.

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