TAPPA 11: VALPROMARO – LUCCA

Valpromaro – Lucca

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L’ingresso a Lucca è dolce. Prima attraversiamo boschi, poi costeggiamo il fiume Serchio e poco dopo abbiamo di fronte la cinta muraria, con l’ingresso a porta San Donato.

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E Lucca è quello che è, preziosa, incantatrice, solida, da perdersi senza alcuna fretta di ritrovarsi. Lucca e il Duomo di San Martino, la chiesa di San Michele, la torre Guinigi. Lucca tremendamente bella, bella da restarci male. 

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Per molti è tappa di arrivo. Per molti altri è tappa d’inizio. In molti, percorrono il tratto che da Lucca porta a Siena. Marika e Rosella invece si fermano qui, per poi riprendere il loro percorso verso Roma in un’altra occasione. Mentre le abbraccio mi commuovo. In tre si ha più forza, c’è poco da fare. Si ride anche quando si vuol piangere, i km passano più in fretta, il sole non è più clemente, ma si sopporta con più pazienza. Si parla della propria vita, si sta in silenzio. Ma questo è il cammino. Ci si incontra, ci si perde. Va così. Insieme, da soli. Così va.

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Sono a Lucca, ho camminato circa 200 km, me ne mancano ancora 400.

La sera chiamo la mia famiglia. Mi sento in ansia, quasi affranta. In una città così armonica, io mi sento misteriosamente disarmonica, non a fuoco, curiosamente spaventata, ma non so nemmeno spiegarne il motivo.

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Forse è questa folla di turisti che mi fa sentire estranea, un pesce fuor d’acqua, oppure è la poca voglia di iniziare da capo, di nuovo. Chi lo sa.

Oppure la soluzione sta nel labirinto scolpito su una colonna della cattedrale di San Martino, considerato un simbolo per tutti i pellegrini. La strada è irta di ostacoli, costa una fatica bestia, e soprattutto è piena zeppa di bivi, di incroci, di scelte da prendere su due piedi. E ad ogni bivio, qualcosa perdi…per forza. Perdere nel senso più stratificato del termine. Perdere e basta non esiste. Non è mai esistito, forse.

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“Hic quem creticus edit Dedalus est laberinthus de quo nullus vadere quivit qui fuit intus ni Theseus gratis Ariadne stamine vintus”
“Questo è il labirinto costruito dal cretese Dedalo, dal quale nessuno, di coloro che entrarono, potè uscire, tranne Teseo grazie al filo d’Arianna”

Perdere. Perdersi. Ritrovarsi. Avere un’Arianna che, molto gentilmente, ci porge un filo. Essere noi stessi l’Arianna che porge il filo. Essere il filo.

Facciamo che oggi non se ne parla più mi dico, e resto seduta sui gradini della piazza per un tempo lunghissimo, con la bocca aperto e lo sguardo rivolto verso l’alto, perché Lucca è solo così che la puoi guardare.

 

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