TAPPA 8: SARZANA – MASSA

Sarzana-Massa

Tu cammini solo e non è che pensi a tante cose mentre cammini solo. A volte sono pensieri stantii, che si ripresentano da chissà dove, dal profondo di un inconscio ostinato, suppongo. Altre volte pensi al futuro, precognizioni…accadrà questo e poi questo e forse questo. Altre pensi alla strada. Per moltissimo tempo alla fatica, ai piedi, alle ginocchia.

Pensi al fatto che sei solo, tra le altre cose.

Oggi però non cammino sola. Oggi cammino con Marika e Rosella. E questa è la prima novità della giornata. Ho un piede incredibilmente gonfio e decido di entrare in un ambulatorio infermieristico che trovo lungo la strada. C’è poco da fare, mi dice, è colpa del cemento.

Proseguiamo fino ad Avenza. Mi dicono esserci un ospitalità molto partecipata e infatti mentre ci mangiamo della frutta nel sagrato veniamo intercettate dal custode della Chiesa. Parliamo con lui, un uomo gentilissimo, che si commuove pensando alle parole che scrivono i pellegrini prima di proseguire il cammino. Mi lascia secca. Stecchita. Mi verrebbe voglia di portarmi via quel momento di meraviglia. Mi verrebbe voglia di contenere tutta quella tenerezza, metterla dentro la borraccia, bermela piano piano lungo la strada, che continua, su un sentiero lungo il quale vediamo le alpi Apuane stagliate in lontananza.

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Questo sentiero l’abbiamo soprannominato il Panettone, per la planimetria che ci presenta la guida, una salita intensa che torna in piano con una linea morbida e altrettanto morbidamente scende in discesa.

Nominandolo, chissà, l’abbiamo riempito di un nuovo contenuto, molto specifico, quasi una speranza: che tu sia dolce come… E lo è stato.

Un gruppo di signori sotto un pergolato ci vede passare.

“Possiamo offrirvi qualcosa, abbiamo appena finito la merenda?”

Io e Marika ci guardiamo, è quasi mezzogiorno e quel pergolato con le viti che si inerpicano e fanno da tetto è tremendamente invitante e i nostri stomaci sono tremendamente vuoti.

“Un bicchiere di vino, magari” Rispondiamo

“Prego, signore, con piacere”

Ci sediamo in mezzo a questi uomini col viso scavato, o tornito, rubicondo. Si va dai 18 anni agli 80. E`presente solo una donna, che sembra essere la più anziana e che li mette in riga uno a uno. Quando lei parla, tutti tacciono. Quando lei si altera, non vola una mosca.

Ecco il vino e non solo…ecco una focaccia dolce con uvetta…il nostro Panettone. Ce lo mangiamo tutto, perché loro continuano a offrire e noi abbiamo già molte ore di cammino sulle spalle e nessunissima moderazione.

E non so cosa accade, ma dal vino si passa alle parole, le loro. A me è già capitato tante volte, soprattutto quando viaggio in solitaria, soprattutto quando non hai alcun legame di memoria o di esperienza con un posto. Quando sei qualcuno che passa e che se ne va in fretta, le persone sentono di potersi raccontare, interpretandoti come una specie di cassaforte non giudicante. Sei qualcuno che non sa cosa è accaduto prima e non saprà cosa accadrà dopo e che ha solo un punto di vista da ascoltare.

Prima ci parlano del loro lavoro: alcuni di loro tagliano il marmo, altri lavorano nella vigna. Si conoscono da una vita e alle 11:00 si ritrovano per la merenda. Come sono belli con le mani che parlano tanto quanto loro, con quel lavoro che hanno stampato in faccia, sulla schiena e quei modi affabili, gentilissimi di chi sa che dare da bere e da mangiare a uno sconosciuto è la cosa più nobile che si possa fare.

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Poi i toni si fanno più pacati. Da dove arriva la malinconia, quando arriva?

Ad esempio, in questo caso dal ricordo di chi, sotto quella tettoia non c’è più. Hanno avuto dei lutti. Due di loro hanno perso la mogli, nel giro di pochissimo. Uno dei due, piange…piange che non riesce a fermarsi. L’altro sorride. “cosa dobbiamo fare?” mi dice

Entrambe mi mostrano la foto. Che è curioso…e umanissimo. Quasi a voler esser certi che la bellezza di coloro che amiamo sia specchio veritiero in grado di svelare anche la qualità più profonde. Quasi a voler essere certi, che anche tre sconosciute possano comprendere che quello era il volto di una persona buona, di una persona che ha dato tanto, di una persona che tutti guardavano con ammirazione, per quegli occhi dolci e per quelle labbra che hanno pronunciato parole che andavano ascoltate. E noi, attraverso loro, le abbiamo ascoltate.

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