TAPPA 27 : SUTRI – CAMPAGNANO DI ROMA

Sutri – Campagnano di Roma

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Queste tappe sembrano la quiete dopo la tempesta. Dolcemente, con molto garbo, il Lazio si è preso il disturbo di accompagnarmi a Roma. Poche salite, eccetto quella di chiusura tappa, epica, che mi lascia sempre interdetta, e sul serio qualcuno deve spiegarmi perché tutti i paesini debbano trovarsi in cima a un cocuzzolo. Boschi, secco, erba paglia, oggi cascate e ci siamo fermati a bagnare cosce e piedi e fatica e infine nuvole di fumo, qualcosa brucia.

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Il caldo brucia tutto anche le buone intenzioni, anche i più pregevoli propositi, tipo: adesso basta vesciche. E invece me ne cresce una sul mignolo. In punta. Brucia e batte ad ogni passo. La buco con ago e filo ma brucia e batte comunque. Il mio piede è tutto una garza. Il destro. Il sinistro è intonso. Aldo va come una scheggia. Normalmente ci vuole una settimana di assestamento per abituarsi a questi ritmi, ma sembra che per lui non funzioni così. È tremendamente incantevole averlo qui. Io sono in una fase di misteriosa incredulità. Mi sembra un’altra vita; era un’altra me quella che attraversava la Cisa, per esempio. Dove sono andate tutte queste centinaia di km? Dove andranno quando arriverò a Roma? Roma non è più un luogo astratto, la tappa finale, un moto verso. Roma ce l’ho dietro l’angolo, a due giorni di cammino. Devo solo allungare il braccio per toccarla, devo solo allungare il passo. Devo solo allungare il mio sguardo ed è là. Dove andranno a finire tutte quelle centinaia di km quando sarò arrivata? Come ci si ferma? Come si conclude un cammino? Dovrei saperlo, ne ho fatti tanti. Ma non lo so. Questo è stato diversissimo da tutti gli altri. Non paragonabile in nessun modo. Unico di forma e sostanza. Unico in grazia e durezza.

Ora è l’attesa. Attendo.

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TAPPA 26: VETRALLA – SUTRI

Vetralla – Sutri

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Se c’è una cosa che letteralmente adoro, è la capacità di far ridere. Le persone che sanno farti ridere sono persone-salvezza. Vi presento, dunque, una persona- salvezza: Aldo. Non ricordo momento della nostra amicizia che non sia stato scandito dalla gioia; dal doversi tenere la pancia per le robe, giuro, prive di senso, che si dicevano. Un divertirsi per davvero, allo stato puro.  Con Aldo ho condiviso tantissimo, ma mai il cammino. Un’esperienza di questo tipo, di questo calibro, davvero mai. Stamattina ci ha messo 5 minuti a prepararsi. Era già pronto, desideroso di mettersi in marcia, arzillo, molto agitato, credo. Io sono stata molto più lenta, ahimè. Devo curarmi le vesciche, impacchettarmi i piedi con le garze, e poi la mattina fatico ad ingranare, in generale. Lo guardo da lontano, ha gli occhi gonfi di sonno, ma sempre e comunque graziati da una luce vitale che è suo personale patrimonio da sempre.

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È il suo primo giorno di cammino, ed è proprio vero che il cammino chiama, ed è evidente che lo stia chiamando…a gran voce. So che una parte di lui è preoccupata, perché pur sempre di ignoto si tratta, ma è più forte la voglia di cimentarsi, di provare. A me sembra di camminare da due vite e mezzo, e ora, al mattino, penso tanto a Roma. La nomino nella mia testa, quasi a dirle: ci sono, sto arrivando, manca poco, aspettami, vengo da te, accoglimi, abbracciami, eccomi.
Rispetto al percorso di oggi, la guida dice: tappa esaltante, e in effetti lo è. Stupendo camminare tra boschi di querce e piantagioni di nocciole. Il percorso è ombreggiato, e per la prima volta, la prima lo giuro in 26 giorni di cammino, il caldo non è atroce. Si sopporta, si resiste e mi rendo conto di quanto cambi la prospettiva della tappa a seconda della condizione climatica. Ho compreso, in questo tempo, che non ci si abitua al caldo. Non ci si abitua a 40 gradi di sole che picchiano duro come campioni di boxe. Si impara però la pazienza. Si impara a non impazzire. Quella di oggi mi è sembrata la prima tappa di totale pace.

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Aldo mi dice che la Francigena è ben segnalata e, giustamente, due minuti dopo ci perdiamo. Fossi stata sola mi sarei preoccupata ( si arriva sempre, è certo, ma a volte capita di allungare parecchio ed è frustrante da morire) invece ne abbiamo riso. E abbiamo camminato svelti, tra le strade della Tuscia, passando il borgo di Capranica, che è semplicemente delizioso, per arrivare poi a Sutri,  di una bellezza bestiale. E poi abbiamo pranzato e cenato col solito gruppetto di irriducibili. Sentiamo il fermento. Manca poco. E si ride, come se fossimo ubriachi, e lo siamo. Siamo ubriachi di cammino, di passi, e ora io lo sono anche della gioia immensa di avere qui con me una persona della mia vita, una persona-salvezza.

TAPPA 25: VITERBO – VETRALLA

Viterbo – Vetralla

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Oggi, mentre attraversavo la strada seminterrata scavata nel tufo – inizio suggestivo e superbo della tappa che mi ha condotto a Vetralla – ho pensato ai sentimenti contrastanti che stavo vivendo e che avrei vissuto di lì a poche ore nella stessa giornata. Il primo sentimento è di grandissima malinconia e scoramento, perché devo salutare Andrea. È difficile. Andrea è un’anima bella, una persona accudente, una persona garbata, una persona attenta. Ci siamo conosciuti camminando, anni fa, ed è potuto accadere solo perché aveva un ginocchio infortunato che l’ha costretto a rallentare. Grazie a questo infortunio  -sì, è così, anche un infortunio può essere ringraziato – il suo passo  (in genere molto veloce)  ha coinciso col mio  (in genere medio-lento). Altrimenti mai è poi mai avrei potuto incontrarlo.

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Da allora fa parte della mia vita. Sa camminare con me, ma sa anche lasciarmi sola, e comprende con estrema facilità quando io ne abbia davvero bisogno. Ho viaggiato molto in solitaria. Ho camminato molto in solitaria. Ho investito moltissimo tempo, molta energia, molta vita. E alla fine di tutto questo tempo, tutta questa energia e tutta questa vita, ho concluso che quando si parla di viaggio, di cammino in solitaria non si dovrebbe ragionare in termini di coraggio, ma di occasioni. Di occasioni, bisognerebbe parlare.

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Viaggiare in solitaria è un’occasione magnifica per calibrare sé stessi, per misurarsi, per imparare a volersi bene, per comprendere i propri limiti e venire a patti con loro, per stupirsi della forza che si credeva di non avere e che invece si ha, e soprattutto per conoscere l’altro. Per mettersi in ascolto. Sincero ascolto dell’umanità che quotidianamente accade, ci attraversa la strada e ci attraversa in generale. Ed è così..sempre. 

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Stavolta però, in questo cammino, in questi ultimissimi giorni io mi concedo una nuova occasione: sincero ascolto delle persone che amo, che fanno parte della mia vita di sempre, che mi hanno attraversato la strada e mi hanno attraversata in generale. Ascolto sincero, camminando insieme, sudando , misurandosi con il caldo e i km e la fatica. È una casualità di tempi e modi, ma lo stesso giorno che Andrea se ne va, arriva Aldo, mio fratello non di sangue, ma comunque fratello. Entrambe mi avevano detto che forse sarebbero venuti. Nessuno dei due sapeva come, dove, quando e perché . E io trovo provvidenziale che sia capitato proprio nell’ultima settimana. Ho percorso 3 settimane in totale solitudine, a tratti durissima implacabile, marmorea solitudine. Ed è stato giusto così. Doveva essere così. Percorro ora gli ultimi giorni con coloro che amo, un privilegio di quelli che capitano poche volte nella vita, e questa, grazie al cielo, è una di queste.

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Tappa 24: Montefiascone – Viterbo

Montefiascone – Viterbo

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La giornata è partita male. La giornata è partita male, perché la nottata non è mai arrivata. Non ho chiuso occhio. Nel monastero delle benedettine un caldo inenarrabile. Anche con la finestra e la porta spalancata. Niente da fare. Per un’ora sì, ho dormito, ma solo per essere catapultata nell’incubo più spaventoso che il mio inconscio abbia avuto il coraggio di produrre. Io, di incubi, non ne faccio mai. Questo mi ha sconvolto, turbato, perché è stato terribilmente fisico. E quando apro gli occhi ho il cuore accelerato, e il respiro corto, e le mascelle serrate. Mi sento sfinita e la notte è ormai persa.

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Al mattino sono così grata di avere Andrea con me – si è fermato un giorno in più – gli racconto tutto, sono agitate, lui mi abbraccia forte. Era solo un sogno, Patti, oggi è un altro giorno. Ma Non so se sia la fatica o lo stress o un crollo psicologico, ma quest’incubo mi si appiccica addosso e ci penso di continuo, anche mentre cammino. Vorrei razionalizzare la cosa, ricondurla in una dimensione di mondo altro, che nulla ha a che vedere con questa realtà, ma proprio non ci riesco, non ce la faccio.

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Ci devo camminare sopra per molti km, per molte ore. Possono i piedi quello che la testa non può, e pian piano l’idea si fa meno potente, si affievolisce, si perdono i contorni, che non sono più così vividi, così imponenti. A metà percorso ci sono le terme naturali e ci fermiamo tutti una mezz’ora. Poi ripartire è durissima. La strada è piana, dritta, bianca, infinita. Non c’è un ombra neanche a pagarla. Io è Andrea non parliamo. Concentrati sul cammino, proseguiamo a testa bassa. Patti, scusa ma non riesco a dire una parola. Andrea non preoccuparti, nemmeno io. Sono svuotata di concetti e piena di afa. 

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Ma Viterbo nasconde segreti e piazze, e chiese, e gelati che fanno girare la testa. Io sono davvero stanca, di una stanchezza antica. Sono stanca, stanca da morire. Ma è stato un incubo a mettermi alla prova oggi. Quanto siamo complessi. Quanto è difficile. Quando non sono le vesciche, le ginocchia, i tendini, c’è la testa, che a volte non vuole funzionare, non ne vuole sapere.

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C’è la paura che ha le sue verità, le sue ragioni, e vuole sempre avere voce in capitolo su tutto. Per fortuna a volte basta spostare l’attenzione verso qualcos’altro. Prenotate l’ostello di domani, bere una birra, condividere un pensiero, mangiarsi una pizza insieme. Non darla vinta ai fottuti incubi. Non farlo mai. Camminarci sopra, perché i piedi sanno sempre cosa devono fare

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Tappa 23: Bolsena – Montefiascone 

 Bolsena – Montefiascone

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È strano ciò che si forma durante il cammino. Una piccola comunità in movimento. Ormai a circa una settimana da Roma ci conosciamo tutti e siamo rimasti in pochi: Monica e Mosè, i 4 ragazzi di Milano (freschi di maturità, e che io continuo a guardare con particolare tenerezza e grande stima: alla loro età non sarei mai riuscita a cimentarmi in un cammino così duro) e poi ci sono io, e ora Andrea. Ognuno cammina seguendo il proprio passo, ci si incontra per un pezzetto, ci si perde poco dopo. La sera è il momento in cui ci si rivede, soprattutto se ci si ferma in paesi piccoli, come Montefiascone – ad esempio – che io prediligo rispetto alle grandi città.

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L’età è una questione secondaria, una formalità, una nozione inutile, un numerino. Il collante è la fatica condivisa. Se hai provato la stessa fatica, se hai mangiato gli stessi km, avrai sempre qualcosa da dire. Avrai sempre qualcosa da condividere. Avrai sempre qualcosa da insegnare o da apprendere. Tutti danno, tutti ricevono. Il percorso di oggi mi ha affascinato parecchio, saliscendi lungo il parco di Turona. Il lago di Bolsena ci ha accompagnato per un lungo tratto. Ed è uno splendore. Ogni volta che intravedo l’acqua in tutte le sue forme io esulto, mi animo, gioisco, anche se è lontana, anche se è di sfondo, anche se non può addolcire nessuna salita, io la amo, elemento sacrosanto e vitale che mi ha permesso di proseguire e di rinascere mille volte, da quando sono partita.

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Oggi abbiamo camminato dietro un gregge di pecore. Ho lanciato un breve sguardo per cercare lei che era lì, ovviamente, in mezzo alle altre. La pecora nera, bella come il sole. La pecora nera che non sa la sua unicità, e bruca l’erba tranquilla e serena non credendosi nulla di speciale. Ho pensato che a me piace quell’umanità che all’improvviso smette di brucare l’erba e riconosce, senza più poter tornare indietro, la sua vera, incontrovertibile essenza di pecora nera.

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Che per me significa proprio questo: corrispondersi. Dare fiducia al proprio guizzo creativo, dare fiducia a un’idea, a un’idea che tutti valutano pazza o inutile o impossibile o inadatta o immatura o vecchia o bizzarra o noiosa. Perché quel momento di luce, quell’intuizione, quel misterioso fermento interiore raramente – davvero raramente – può sbagliare, ma sempre- davvero sempre – ci compromette. Se lo senti sei fregato. Perché a quel punto, l’essenza di pecora nera farà di tutto per tornare in superficie. E sarà poi impossibile rimettersi a brucare l’erba, quando si sono alzati gli occhi al cielo e si son viste le stelle.

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TAPPA 22: ACQUAPENDENTE -BOLSENA

Acquapendente – Bolsena

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Il mio regalo mi aspettava stamattina davanti alla Chiesa del Santo Sepolcro di Acquapendente.
Il mio regalo aveva un sorriso a 200 denti, la solita barba, e uno zaino in spalla. Il mio regalo ha due braccia, due gambe e due piedi e con questi due piedi camminerà con me. Andrea è un mio amico. Andrea è il mio regalo. È venuto da Milano. Ripercorre la Francigena – che ha vissuto l’anno scorso da Milano a Roma – per due giorni. Ci siamo conosciuti sul cammino di Santiago nel 2013, e non ci siamo più persi. È straniante, quasi irreale vederlo; un viso che sembra appartenere a un altro mondo a un altra dimensione.

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Da quanto tempo sono partita? Da quanto sono qui. Sono 21 giorni, sembrano 21 anni. Andrea, so che può sembrare assurdo, mi ricorda chi sono. Di cosa sono fatta. Di quando non ho lo zaino, di quando non cammino ore e ore, di quando ho più di due magliette, della mia storia, che è fatta di storia. Camminare riguarda esclusivamente il tempo presente, invece. Il passo è il tempo presente. Il passo è la lancetta dell’orologio. Mentre avanza guadagna spazio. È un tempo mobile. È un tempo strada. È un’unità di misura sincera, veritiera anche se vulnerabile, anche se zoppicante, talvolta.

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Quindi oggi il mio passo è accompagnato da quello di Andrea. Lui che sa e può camminare molto velocemente, lui che sa e può coprire lunghissime distanze, oggi cammina al mio tempo…alla mia unità di misura. Al mio tempo e al mio fianco. E già di questo gli sono grata. Non camminare sola…è incredibile, impensabile, sorprendente, facile. E poi ha portato mandorle e frutta secca e il sapone di Marsiglia, che il mio è finito. Io oggi mi sento molto debole, sono molto stanca e a volte mi sembra di cadere come quando si è ubriachi o febbricitanti. Però c’è Andrea. Che regalo.. Che regalo straordinario.

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La tappa non è difficile, in altre condizioni bisognerebbe bruciarla, ma 40 gradi non è che si gestiscono come ridere. È tutto un venire a patti con questa temperatura che è pazza furiosa; Ma alla fine arriviamo. A Bolsena ci aspetta il lago e ci facciamo il bagno e prendiamo il gelato e la birra e le lasagne la sera. E parliamo tanto ma stiamo anche in silenzio. E mi chiede spesso come sto, Andrea. Perché lo sa cos’è la Francigena. E io rispondo che sto bene. Ed è così, sto nel bene che lui mi vuole. Sto nel bene che gli voglio io.

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TAPPA 21: RADICOFANI – ACQUAPENDENTE

 Radicofani – Acquapendente

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Ieri sera mentre mangiavo un gelato, osservavo le persone sedute sui gradini della chiesa. Erano tutti lì. Normalmente è una postura che associo a  ragazzi giovani, ma invece erano per lo più anziani. Guardavano incuriositi noi pellegrini. Ci si riconosce subito: in genere zoppichiamo, e abbiamo un’abbronzatura ridicola, con segno di calzino e maglietta. A me questo spaccato di umanità abbandonata sui gradini in una notte Toscana torrida, ha dato un senso di pace infinita. Perché è semplice. Dove ci si siede? Sui gradini, che domande! Guarda come sono belli, di pietra scura, grandi, comodi.

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Sono semplici, elementari, anche i momenti che scandiscono la mia giornata. La sveglia prestissimo, mangiare qualcosa, iniziare a camminare, poi camminare, camminare, camminare e basta per molte ore e poi l’arrivo, la ricerca dell’ostello e poi la parte che preferisco: la doccia! E poi lavare i panni a mano, stenderli, mangiare voracemente, per lo più e finalmente il riposo.

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E tutti i giorni è così. È semplice. La tappa di oggi – a parte il caldo, che ormai è nemico costante di una costanza da far spavento – è andata liscia come l’olio. 25 km, ma nessun dislivello degno di nota, nessuna strada sterrata con pietre appuntite, nessun momento di scoramento. Un lungo tratto di Cassia, con le macchina che sfrecciano di lato e noi che camminiamo in fretta, a testa bassa. Oggi è un giorno di chiusura. Lascio definitivamente la Toscana e inizio a camminare in terra laziale. È una sensazione stranissima.

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Comprendo forse per la prima volta davvero, quanta strada io abbia percorso finora. Tutta la Toscana. E quel passo al di là del cartello mi riempie di commozione, come tutti i passaggi, come tutte le soglie, come tutte le volte che qualcosa finisce e qualcos’altro inizia. Per me la Toscana non è più quello che era prima…un luogo, un posto. Un incantevole luogo, un incantevole posto che nel mondo tutti ci invidiano. Resta incantevole, resta superba, certo. Ma soprattutto è qualcosa che si è lasciata attraversare, di cui ho sperimentato la parte più severa e struggente. È qualcosa che si è lasciata domare, ma solo per un attimo – il tempo del mio passaggio – senza regalarmi nulla, com’è giusto che sia. Ecco perché da oggi questa sua bellezza che mi sono sudata stringendo i denti, spezzandomi le gambe e i polmoni, resta impressa per sempre nel mio cuore, nella mia testa, in me.

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Preziosissima terra, ricca terra, dura terra, benedetta terra. Quanta fatica, quanta meraviglia, quanti pensieri, quanta solitudine, quanta accoglienza…quanto me, quanto te.
Stasera, all’ostello c’è stata una cena comunitaria e domani mi aspetta un grandissimo regalo. E oggi pomeriggio per molto tempo i miei piedi sono stati immersi in un catino d’acqua fredda e davvero non ho altro da chiedere a questo giorno.

TAPPA 20: SAN QUIRICO D’ORCIA – RADICOFANI

 San Quirico d’Orcia – Radicofani

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C’è sempre una tappa in ogni cammino. La tappa impossibile, delirante, inaffrontabile. La tappa che ti prosciuga, ti strema, ti fa impazzire, ti misura. C’è sempre. A volta all’inizio, a volte alla fine, oppure, a volte, al ventesimo giorno. Oggi, la mia personale battaglia. Al ventesimo giorno di questa via Francigena.

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Mi sono svegliata alle 4, alle 5 stavo già camminando. Ho oltrepassato Bagno Vignoni, con la sua piazza d’acqua, che sembra un raccoglitore di speranze e ho gettato anche la mia: arrivare in fretta, arrivare presto.

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Ma era una speranza sproporzionata, inadeguata, piuttosto irrazionale, rispetto a un vero troppo vero che parlava chiaro in ordine di tempo, spazi e temperature. 32 km, 40 gradi. Non sperare, cammina, sembra suggerire la strada.

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E lo faccio, accogliendo le mastodontiche colline della Val d’Orcia, che raccontano di solitudine e coraggio, magnificenza e crudezza. E i casolari sembrano lì solo per suggerire una timida presenza umana, senno sarebbe solo natura. Natura e basta. Natura che ti ubriaca e spaventa, consola e ammazza.

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Verso il ventesimo km ho la nausea per il caldo e il sonno. E la fatica fisica mi riempie di amarissimo stupore. Così perentoria, così tiranna. Per km e km è in corso un dialogo incessante tra il mio corpo e la mia testa: potresti prendere un autobus…oppure potresti continuare a camminare …oppure l’autostop…oppure continuare a cammina e stare calma…oppure rinunciare…oppure non farlo…oppure credere in te…oppure non crederci.

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Ma dai cretina, ci sono 40 gradi, non respiri, boccheggi, ma cosa fai? Basta così, fermati. È tutta una salita, è tutta sterrata, non c’è ombra.
Nell’ultimo tratto urlo, butto i bastoni a terra. Piango due volte. Per fortuna faccio una deviazione sulla provinciale recuperando qualche km e bevo avidamente ad ogni fontana, bagnando la testa, lasciandola rinsavire sotto l’acqua che scorre. 

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Arrivo dopo 9 ore e 30 minuti.
Oggi, ventesimo giorno di cammino, ho iniziato a camminare alle 5, ho finito alle 14 e 30. E non so come, giuro che non lo so, ma sono arrivata. Sono l’ultima. Non riesco nemmeno ad avvicinarmi agli altri (siamo un gruppetto di 10 persone, sempre gli stessi, siamo quelli che vanno a Roma). Non voglio dire una parola a nessuno, non riesco nemmeno a gioire ( non ora, ma poi ci riusciró). La metà di loro ha fatto l’autostop o ha preso il bus ( e a ragione).

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Mi dice Oliver: vedi, devi essere fiera di te, devi essere orgogliosa per quello che hai fatto. Io non lo so cosa sento, a dir la verità. Non direi orgoglio, piuttosto stupore ma non più amarissimo. Dolcissimo stupore. E riconoscenza verso il mio corpo e verso la mia testa che a un certo punto hanno smesso di litigare e all’unisono hanno detto “ce la fai”. E così è stato: ce l’ho fatta.

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TAPPA 19: PONTE D’ARBIA – SAN QUIRICO D’ORCIA

Ponte d’Arbia – San Quirico d’Orcia

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Oggi mi sono resa conto di una cosa. Io non ho mai avuto paura del caldo. Ho sofferto il caldo, certo…vivo nella bassa parmense, se non si soffre il caldo lì. Però è un sentimento totalmente differente. La paura rispetto al caldo, non l’avevo mai provata prima. Ma ora sì. Il mio corpo lo teme, il mio umore, la mia determinazione, gli occhi e la testa. Quando alle 11 batte con quel vigore ottuso e implacabile, quando arriva mezzogiorno, l’una e  sono in mezzo alle colline senza una speranza d’ombra, io non provo disagio, io provo paura. Oggi non respiravo aria, respiravo caldo, mi entrava nelle narici, sulle mie braccia si può cuocere un uovo, se bagno il cappello si asciuga in 30 secondi netti.

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Però sono qui, da quasi 20 giorni. E anche se ancora non mi capacito e non riesco a farci i conti con questa bestia climatica maledetta , non voglio smettere di camminare. Mi chiedo, la mattina, cosa vedrò oggi? Cosa mi sta aspettando?

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Nelle pieghe di questa Toscana, nelle vie bianche di cipressi, nelle sterminate onde brulle, tra colline che chiamano colline che chiamano colline, che chiamano colline c’è una piccola donnina che ha una paura fottuta del caldo e di come il caldo la fa sentire e di come il caldo là rimbecillisca, e a volte, senza esagerare, la disperi, ma che a causa del caldo non si vuole fermare. E neanche a causa della vescica spudorata e nuova di pacca che oggi mi ha fatto dannare. E neanche a causa del corpo che è sempre più stanco.

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Perché se mi fermo, se non arrivo alla fine della tappa, come fa la bellezza a venirmi a salvare? La bellezza di San Quirico d’Orcia, ad esempio, come fa a venire da me? Come fa a farsi riconoscere, posto benedetto, che non è altro.

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Bisogna proprio continuare. Anche con il timore immenso della tappa di domani, 32 km, solo due punti acqua. Tutti ne parlano, stasera. Non è la lunghezza il problema, è quel sole là in alto, che è troppo, troppo innamorato di noi, troppo desideroso di scaldarci. Sii paziente domani, Sole, sii clemente, sii scostante, sii timido. E vedrai…vedrai quanto amore avremo noi per te.

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TAPPA 18: SIENA – PONTE D’ARBIA

 Siena – Ponte d’Arbia

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Come girano le cose. Il cammino, questo cammino, tutti i cammini sono metafora potentissima della vita. La vita, che accade in trenta giorni di cammino, tanto racconta della vita in generale. La ruota gira. Pensi, magari, come faccio adesso? Come faccio?

Io l’ho pensato stamattina, appena scesa dal letto e già il tendine batteva. 26 km..come li faccio adesso? E Siena dormiva, e piazza del Campo vuota, mentre l’attraversavo zoppicando.

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E c’era la nebbia. Giuro, la nebbia. Mi sono sentita a casa, ché dove vivo io la nebbia ci accompagna da sempre, poetico fardello, e ho pensato..la nebbia il 30 luglio, che cosa bizzarra. Che cosa straordinaria. Allora va bene, facciamo che oggi voglio credere alle cose straordinarie. E devo farlo per forza, perché dopo i primi 4 o 5 km il dolore si affievolisce e poi, fatico ancora a crederlo, scompare.

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Subito sono cauta, continuo ad appoggiare piano, non muovo la caviglia, ma poi non ci sono dubbi. È andato. Via, insieme alla nebbia che ora si dirada. La nebbia se l’è portato con sé. Che mistero.

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E io cammino. E i km scorrono e implacabile arriva un caldo demonio, ma lo stupore di quello che mi circonda sembra avere la meglio. Le preziose colline della Val d’Arbia. Quel giallo annichilente, abbacinante.

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Noi ( non sono stata sempre sola oggi! Per un tratto ho camminato con Mosè e Monica) circondati da queste onde, come naufraghi, in un mare di luce, di caldo torrido selvaggio.

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I girasoli che propongono nuove tonalità di giallo, quasi a dire: guarda qui, guarda cosa siamo capaci di fare noi. Siamo naufraghi, navighiamo a piccoli passi, non c’è nulla di più prezioso dell’acqua. Non c’è niente di più ardentemente desiderato. Una fontana, per piacere, una fontana. Ci buttiamo sotto, con la testa, con le braccia, con le mani.

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Gli ultimi 5 km li facciamo che è già l’una. Tira vento, ma non dà alcun sollievo. A testa bassa, senza parole e passo svelto si arriva all’ostello. La doccia è l’unica medicina in grado di lavar via la fatica. Ho la pelle bruciata, ma il cuore leggero. Penso alla nebbia, ai girasoli, al domani, allo stupore, alla ruota che gira.

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