TAPPA 3: SIVIZZANO – CASSIO

Sivizzano – Cassio

Qui si tratta, cari miei, né più né meno, di fare a pugni con la Cisa. Qui si tratta di salire. Dai 200 agli 800 metri, in pochi km. Si tratta di dislivelli, di pezzi di montagne che te li devi mangiare, a bocconi, già dal primissimo mattino, pre-colazione della colazione. Qui si tratta di pendenze che spezzano il fiato, sbigottiscono i polmoni, accelerano il cuore – tipo effetto innamoramento, ma innamorato non sei – piegano il corpo in due. Qui si tratta di sudare e bere e fermarsi e respirare e ripartire. E sudare. E sudare. E ancora sudare.

Prima è Bardone, con la sua pieve dell’ XI secolo, poi è Terenzo e già mi sembra di essere salita molto..ma non è nulla. Il bello arriva ora. Comincia il bosco. Comincia il profumo di terra, di pino e di sassi – anche le pietre profumano-  e ti devi inerpicare come se dovessi arrivare fino al cielo, fin lassù. Quindi mettiti tranquilla e cammina.

La salita è una bestia nera, è una questione complicata tra mente e corpo. Al corpo viene da dire: senti io non ce la faccio, la testa replica: sei sicuro? E il corpo risponde: va bene, ma solo un altro pezzettino, eh!

La salita vuole i tuoi denti. Vuole che si stringano, che serrino la mandibola. Oppure ti vuole con la lingua a penzoloni, che sembri l’ultimo dei cani bastonati. Vuole molto, insomma, la salita. È per questo credo, che alla fine, quando sei in alto ti senti così giusto, così onesto, così in pari col mondo, con le cose tutte del mondo.

Dopo il castello di Casola, Villa di Casola e I Salti del Diavolo appare da lontano Cassio. Ci sono. Non ci credo, ma ci sono. Sono qui. È stata durissima, ma per l’appunto, è stata.

Mi aspetta un ostello che sembra uscito da un libro di fiabe per masticatori di montagne. Che se ti sei appena masticato la montagna è qui e solo qui, che spereresti di andare a finire. In una camera che ha le tendine (con le rose), in un giardino che straripa di fiori, in una cucina che sembra un supermercato.

Puoi mangiare quello che vuoi, mi dice Andrea, l’ospitalero. Poi se ti va c’è un salvadanaio per l’offerta. Questo è un sogno per la mia fame pantagruelica. C’è ogni ben di Dio, quasi sembra uno scherzo ma è reale più del reale…reale ma uscito direttamente dal libro di fiabe per masticatori di montagne. Provo un senso di benessere indescrivibile, una serenità luminosa. Sono l’unica pellegrina. Ho la stanza tutta per me e se non è la perfezione, lo giuro, ci assomiglia parecchio.

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