STORIA PICCOLA DI PAURE CHE VANNO E VENGONO E DEL CORAGGIO, CHE A VOLTE, PER FORTUNA, RESTA. MALESIA (PENANG)

IMG_6423Ho paura di volare.

Scusa Patti, come?

Ho detto che ho paura di volare…

Dove sei adesso?

Bali, Denpasar, devo prendere il volo per Kuala Lumpur, e poi un altro per Penang. Tu?

Parma, casa.

Non credo di farcela, Boris. Mi tremano le gambe, respiro a fatica, ho la nausea.

Senti Patti, ma non è che adesso puoi metterti a rubare le paure altrui! Sono io quello che ha paura di volare, ricordi?!

(rido)

E`tutto il giorno che penso che quel bestione lì non dovrebbe stare in aria. Non ha senso. E se poi non ci fosse abbastanza carburante? E se si rompe qualcosa? E se il motore va a puttane e se poi…

L’aereo è il mezzo più sicuro che c’è.

Gli aerei cadono.

Il tuo non cadrà.

Promesso?

Promesso.

All’aeroporto di Denpasar per fortuna c’è il wifi. Dall’altra parte del mondo, a Parma, per fortuna c’è Boris.

Ha ragione Boris, penso, mentre osservo assorta le persone che pranzano – ignare del mio tormento interiore – in uno dei tanti ristoranti carissimi, con vista decollo. Mica si dovrebbe andare in giro a impossessarsi delle paure altrui.

Le paure ci qualificano. Le paure ci raccontano. Le paure…le controparti di quelle attitudini belle, delle cose che sappiamo fare magnificamente, laddove la paura non c’è. Noi con paura, noi senza paura.

Boris, quello alto che cucina dolci pazzeschi e ha paura dell’aereo

Patti, quella che si mangia i dolci pazzeschi cucinati da Boris, che ha deciso di viaggiare per un anno in solitaria e ha paura degli aerei.

Non ci sta. In effetti non ci sta. O meglio, non ci stava prima. Adesso ci sta, perché è vero, è così.

Quasi fa ridere. Le paure saltan fuori come le intolleranze alimentari. Che anche loro dall’oggi al domani vengono a trovarti con la sola funzione di scassarti la vita, facendoti rinunciare a latticini e glutine e pomodori, olio. Ma perché? Perché sì.

La paura è fisica. La paura si (ti) mangia, risiede nello stomaco. Corrode la trachea, contrae i polmoni, disastra il battito cardiaco. E voglio dire, se ne frega proprio la paura, se fino a una settimana fa eri una che manco si accorgeva del decollo – no? – perché ti bastava poggiare il sedere sul sedile dell’aereo e pluf, sonno profondo e vittorioso fino all’arrivo.

Il cervello – che roba pazzesca che è il cervello – è in grado di elaborare processi immaginativi-degeneragtivi-devastanti. Scenari di disastro post-atomico, coatto. Catastrofi di fantasia raffinata e contorta, eppure, a tratti, piuttosto ritrita. Finito. Basta così. Titoli di coda. Già mi vedo che a Kuala Lumpur non ci arrivo, o anzi ci arrivo ma solo per prendere l’aereo dopo, quello che finalmente dovrebbe portarmi a Penang e che, nel mio cervello, è quasi certamente in avaria. Non l’hanno controllato bene, maledetti. Maledetti incompetenti. Pazzi negligenti. Oh! e la mia vita?!

Il pilota è stanco marcio – lo so –  perché come minimo lavora da 36 ore filate, per sostituire un collega malato  e adesso si addormenterà di sonno profondo e vittorioso. Oppure c’è sempre la faccenda del carburante, che è in assoluto quella che più di tutte mi fa perdere il senno. Dovresti saperlo Patti, il carburante non sarà mai sufficiente. Sì, ma perché? risponde con voce fioca ed esitante l’unico barlume di buonsenso sopravvissuto. Perché sì!  -risponde la paura stizzita,  innervosendosi…che guai a chi la contraddice, eh – Perché si va al risparmio sul carburante! Non lo sai?

Processi immaginativi/degenerativi/devastanti.

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Alla fine non vedrò mai Penang, non mi incontrerò mai con Valentina e tutto finirà in questa parte d’Oceano Indiano che divide l’Indonesia dalla Malesia.

Me lo ripeto guardando fuori dal finestrino, che solo ha la prudenza di raccontarmi una notte asiatica calda, senza luna e senza stelle. Senza luci alcune, mentre io mi acciambello su me stessa e guardo con disappunto le hostess, le quali mi riservano sguardi della stessa dolcezza che solo una madre potrebbe riservare al figlio appena tornato dalla guerra. Adesso basta, ragazze. Basta con quei sorrisi. Adesso cacciate fuori la verità: anche voi avete paura. Anche voi vi state cacando sotto. Anche voi sapete la faccenda del carburante. Ragazze. Siamo tutte sulla stessa barca, anzi sullo stesso aereo. Il minimo che possiamo fare è essere sincere tra di noi, non credete?

L’hostess risponde ai miei pensieri con un pacchetto di noccioline e un sorriso ancora più monnalisa che definitivamente mi stravolge.

Va bene allora, mi dico stoicamente, e accetto l’inevitabile ingurgitano gli arachidi quasi per dispetto e con foga frustrata, esausta e inguaribile.

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“Cucù! Sorpresa!

L’aereo non è caduto…nessuno dei due, in realtà. Sei viva, pensa un po’…anche questa paura non ti ha uccisa. Atterriamo tra 3 minuti.”

Non è esattamente quello che trasmette il capitano dalla sua cabina di volo, ma il concetto è questo.

Una nave, due aerei e due taxi e tra poco potrò dormire in un letto e il giorno dopo incontrare Valentina che ho conosciuto in Indonesia e che mi ha detto: Perché non ti vieni a fare un giro qui?

Arrivo distrutta, di corpo e di mente e fatico a comprendere che devo pagare un supplemento per avere la carta igienica. Alla fine però dopo una doccia come sempre tutto sembra più semplice, o comunque accettabile.

E`mezzanotte passata, mi butto sul letto e finalmente sì, mi accaparro il primo momento di pace della giornata. E dormo, grazie a dio.

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Toc toc.

Arrivo!

Non rispondo “chi è?” anche se in realtà mi piacerebbe molto di più.

“Toc toc-chi è?” è già favola.

“Toc tcoc-chi è?”  è già gioco. E`già lupo mangiafrutta! Che frutta vuoi, lupone?  Ma voglio il lampone, cosa credi?!  Eccetera eccetera, stupendamente eccetera

Non rispondo chi è, perché lo so chi è. E`Valentina.

In realtà, so chi è, ma non so chi è.

Valentina l’ho conosciuta il tempo di una cena e di un massaggio a Lubuan Bajo, Isola di Flores, Indonesia. Non so veramente nulla di Valentina, ma quello che la mia pelle e il mio istinto mi hanno riferito dopo pochi attimi dal suo primo incontro è stato  chiaro, evidente, lampante. Amiche, è la parola che ha risuonato nel profondo, devo dire quasi all’istante (e credo all’unisono). Amiche è quello che potete essere. Anzi, meglio ancora, dovete proprio esserlo. Bisogna proprio che vi conosciate voi due, ha detto qualcosa dentro. Scommetto che lo faranno, ha risposto qualcosa fuori e infatti una serie di fortunate coincidenze (fortunate coincidenze?) ha permesso a queste due sconosciute di viaggiare insieme, di poter sincronizzare tempi e spazi e che tutto scorresse liscio come l’olio.

Qui a Penang inizia la lunga vicenda con Valentina, l’unico pezzo di viaggio che non ho affrontato in solitaria, l’unico tratto in cui “ho scelto” è diventato “abbiamo scelto”. Ho acconsentito che fosse così…l’ha fatto anche leiIo credo, col senno di poi, che Valentina mi abbia aiutato a tornare a casa. Mi abbia accompagnato verso la fine di un’avventura lunghissima, di una caratura e di un’intensità indicibile, travolgente, folle, totalizzante, dura, sacra, benedetta. L’avventura che più ho amato nella mia intera vita. La più importante. La più importante, lo giuro, di tutte. Mi ha aiutato a tornare a casa, Valentina, perché ciò che è stato di caratura e intensità indicibile, travolgente, folle, totalizzante, duro, sacro, benedetto non ha poi nessuna intenzione di finire. Eppure deve farlo. Deve finire. La fine era implicita nell’inizio.

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Apro la porta e ci guardiamo un secondo. Abbiamo una memoria storica di noi davvero minima, risicata, ma tutt’altro che volatile.

E adesso una in piedi di fronte all’altra ci chiediamo come sarà procedere insieme. Due viaggiatrici solitarie, due testone, due avventuriere, due cani sciolti, due indipendenti che nessuno la tocchi la mia indipendenza eh.

Ma invece, è proprio vero, che quando è l’stinto che sentenzia, non puoi, in alcun modo, sbagliare.

Valentina è a Penang da diversi giorni e mi porta a vedere un tempio antichissimo e qui scopro un’altra questione che ci accomuna.

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Fa un sacco di domande, come me. Io non so quante domande, quante cose ho chiesto dall’inizio del mio viaggio. Io non so con quante persone ho parlato e quanto mi sono fatta raccontare. Tantissimo. Un mare di vita dalle vite della gente. Un oceano di sei tu? Sono io! Una miriade di occhi e bocche e volti che mi hanno concesso il privilegio di conoscere la loro storia, il loro punto di vista, il loro contributo, in questo mondo. La loro appartenenza. La loro unica, irriducibile, inestimabile, preziosissima versione.

Anche Valentina vuole sapere. Ed è per questo che Valentina ama viaggiare. Ed è per questo che ad esempio si è fatta tutta la via della seta, seguendo i percorsi di Marco Polo, in inverno, in solitaria, passando per Paesi che manco riesco a pronunciare, affrontando disavventure e avventure che ne basterebbe la metà per spaventare anche Bruce Lee.

Ho un debole per i coraggiosi. Una passione, una fascinazione, un irretimento tali che io davanti a un coraggioso son giù tutta amore, col cuore in mano che dico: Toh. E`tuo. Tutto tuo. Tutto ma tutto ma tutto tuo.

I coraggiosi sono una categoria di gente un po’ al limite. Un po’ sulla linea di confine. Un po’ compresi, un po’ no. Un po’ attesi e un po’ no. Un po’ marchiati e un po’ no. I coraggiosi sono sempre moltissimo e sono sempre un po’ no. Ma i coraggiosi, proprio perché portatori -sani o insani – di coraggio, diventano automaticamente portatori di altre cose, di altri regali, di meraviglie, di robe che ti fanno girare la testa tante di quelle volte che se non sbatti contro un muro sei bravo. I coraggiosi sono fuoco, ma possiedono  tutti gli elementi. Perché un coraggioso è pura terra, è pura acqua, è puro vento. I coraggiosi hanno sempre un asso nella manica, un racconto che ti farà strabiliare, cadere dalla sedie, con cuore e bocca aperti, spalancati. I coraggiosi, quando hanno inventato la parola “da pelle d’oca”, hanno pensato a loro. 

E non è vero -per favore su! – che non hanno paura. Ce l’hanno eccome. Solo che, non senza fatica, sono in grado di costruire un rapporto esclusivo con le proprie paure, fatto di accoglienza, rispetto e attenzione.

Ah sei arrivata..

Coraggioso, eccomi

Prego accomodati, Paura cara…mamma mia come sei grande oggi, mamma mia come sei profonda, mamma mia come sei complessa.

Sì, Coraggioso, oggi sono di dimensioni che non c’è da ridere manco per scherzo.

Vedo. Allora inizia, parlami, dimmi cosa devo temere.

Sono gentili, i coraggiosi, con le proprie paure. Si prendono il tempo per ascoltarle, per conoscere la loro voce gracchiante e rovinosa. “Va bene uguale. Parla… raccontami, dimmi un po’. Perché sei qui? Da dove arrivi? Cosa significhi? Per quanto tempo io e te dovremo stare insieme?”

Un saggio mi ha detto una volta: “Chi vuol essere coraggioso, stia con i coraggiosi. E così per ogni cosa.”

Se vuoi la luce vai dai chi illumina. Se vuoi il fuoco, vai da chi arde.

E vedrai se non ti illumini pure tu. E vedrai se non bruci.

E vedrai.

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Ecco una persona che sa ispirare, ecco una persona che arde: Valentina, origini milanesi, capelli e occhi castani, ‘na matta, ubriaca di vita, famelica di esperienze, curiosa fino al midollo…una che siede al mattino insieme alle sue paure ed è gentile con loro e loro, ve lo giuro, le fanno fare quello che vuole lei.

Camminiamo per Penang che è davvero una piccola noce di bellezza, e cerchiamo tutti i famosissimi esempi di street art, ad opera di Ernest Zachaveric, che caratterizzano le viuzze di Georgetown.

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Sono bambini. Bambini in bicicletta o sull’altalena, giocatori di basket, bambini in punta di piedi su una sedia. La città e i suoi bambini disegnati. La città che ride di risa di bambini. La città piene di parole, la città silente.

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E`una meraviglia perdersi. La nostra mappa di questo posto sono i graffiti, non abbiamo meta e non vogliamo averla.

Hai fame?

Molta.

Ti porto in un posto.

Il posto in questione è un luogo di pasta fatta in casa. Di pasta lavorata, massaggiata, allungata, sezionata, tirata. E` ipnotico osservare i gesti, la scansione dei movimenti meccanici e antichi, rigorosi, puliti; il ritratto della tradizione che dà origine a noodles o ravioli. Mi viene in mente casa mia. Mi vengono in mente i cappelletti che si fanno prima di Natale. Mi viene in mente che fino a pochi anni fa eravamo coinvolti tutti. Io, mio fratello, mia sorella. E anni prima le nonne. E io sono quella che li riempie i cappelletti. E mia mamma è quella che tira la pasta. E ho una stretta al cuore, tutta rivolta a quell’attimo in cui il cibo è connessione magica e ancestrale verso le persone presenti, verso i legami di sangue, verso la terra che ti ha visto nascere, verso il suolo che hai calpestato grazie a quello stesso cibo che ha plasmato il tuo corpo nel tempo.

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Il cibo e l’amore. Il cibo all’amore. Il cibo per l’amore. Io e Vale mangiamo; mentre si svela la città, ci sveliamo. Ecco chi siamo. E`mentre si mangia che si racconta bene, in pace, la propria verità. E`con la pancia piena che posso narrare la mia narrazione e comprendere la tua. E`tra i misteri di un brodo caldo e di un raviolo che afferro pezzi della tua vita con la naturalezza partecipe che ti meriti. Scelgo di essere coinvolta. Perché tu, ragazza, mi piaci. E sento la tua luce. E ti ringrazio perché vicino a te fa davvero caldo.

Poi le dico: Sai cosa vorrei? Posso dirtelo? Una parrucchiera.” Perché io arrivo diretta dalle “terre selvagge” e sono definitivamente selvaggia anch’io, ma almeno cercare di dar forma a quella massa scioccata e incoerente di capelli che ho in testa…almeno quello. E`un momento straniante, europeo, direi. Prendiamo un autobus e attraversiamo la parte moderna della città, con i suoi grattacieli e centri commerciali. I centri commerciali che schivo come la peste nera, come la varicella, come il peggiore dei virus gastro-intestinali, oggi hanno la meglio. Io sistemo la massa scocciata e incosciente che ho in testa, Valentina va in palestra. Ci ritroviamo dopo un’ora.

Ciao

Ciao

Avevi ragione, ne avevi proprio bisogno

Oh! Grazie eh!

Nooo, ma per dire che stai bene!

Sì sì..Andiamo va là…

E la prendo sottobraccio, spingendola un po’, fingendo di strattonarla. Lei ride.

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Torniamo verso l’ostello. Sull’autobus riceve una chiamata da sua nonna. Con i nonni si parla sempre del tempo. Si parla sempre di cosa si è mangiato. Ai nonni si chiede sempre “come va la gamba? Un po’ meglio?”. I nonni ti dicono “L’han detto alla televisione”. Ai nonni se sei lontana racconti le cose quotidiane, perché possano confidare nella tranquillità del consueto. Che sappiano che hai una routine anche a migliaia di km. Perché nella routine c’è salvezza, non nelle robe strampalate che invece rappresentano il 90% della tua giornata tipo. Ma che non è necessario condividere con loro.

Ai nonni devi ripetere le cose, perché non ti hanno sentito bene. Le devi ripetere anche tre volte. E magari sono cose piccole, di poco valore. Robe superflue. Ma a loro servono. E anche a te.

Mentre Valentina parla alla sua nonna, a me vengono le lacrime agli occhi. Per quelle cose che non devo più ripetere 3 volte. Principalmente quello è il movente di questo pianto. Perché sulle altre decido di non soffermarmi o sarebbe dura. E voglio che non lo sia.

Le cose girano. Le lacrime anche. E mentre torniamo a casa, di nuovo a Georgetown, sarà la volta di Valentina. Sarà lei a piangere.

Ma non come me. Lei non può scegliere di non soffermarsi. Lo deve fare. Non si può esimere. E`l’entità lacerante di quello che mi sta svelando ora. O piangi o scoppi.

Guardandola sono certa che sia una persona che piange raramente. E che non ama farlo davanti agli altri. Guardandomi sono certa che si percepisca che sono una persona che non si esime, in effetti mai, dalla pratica dell’abbraccio. Ma non stavolta. Non perché ci conosciamo solamente da un giorno…non è per quello. Riesco solo a toccarle la spalla, a restarle davanti, a sostenere lo sguardo, ma non la posso abbracciare. Attendo, ma non l’abbraccio. C’è a mio avviso uno spazio sacro del dolore. Prossemica del dolore, si potrebbe definire. La distanza invalicabile. I 30 cm tra me e lei non sono vuoti. Sono pieni che più pieni non si può. Sono densi, carichi. Sono pesantissimi, materici. Non può passare nemmeno uno spillo. La nube collassata delle sue emozioni è dappertutto. Non voglio schiacciarne nessuna. Non voglio – muovendomi- spostarle, o peggio ancora, negarle. Questa parte della sua narrazione coincide con l’accettazione e l’esibizione della sua fragilità.

Ecco il momento di massimo coraggio di Valentina.

Lei oggetto e soggetto di peripezie che capitano a una persona su un milione. Lei che vomita sott’acqua durante un’immersione e ha il sangue freddo necessario per salvarsi la vita, lei in Tibet, lei nei treni in terza classe a Delhi e su e giù per l’india; lei, che per purissimo caso, incontra il Dalai Lama, lei che arriva di notte a Kashgar, una città nel far west Cinese, a -15° e al campanello della guesthouse non risponde nessuno, lei che cammina in mezzo alla neve per arrivare ad una sorgente termale nel Tien Shan Kirghizo e che sempre nella neve cammina dalla valle dello Spiti indiano per raggiungere un monastero buddista e ci resta per due giorni, parlando con soli sguardi ai monaci bambini. E ancora lei che lungo un trekking in California, il John Muir Trail, resta senza cibo, perdendo in due settimane 7 kg.

Quante paure ha dovuto affrontare? Quante?

Più di tutto però, più di tutto, che gran coraggio oggi. Che gran coraggio qui. Che coraggio, Vale.

Esibizione della fragilità.

Da restarci secchi.

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Piccola – molto piccola –  lista delle mie personali paure

Io ho paura che qualcuno entri in casa di notte e mi osservi dormire. Ho paura di innamorarmi di una persona che non mi ama e di non amare chi si innamora di me. Ho paura di ferire. Ho paura della malattia. Ho paura del mutuo e delle bollette. Ho paura della sofferenza, di qualsiasi forma ed entità di coloro a cui voglio bene. Ho paura di perdere Boris, Chiara, Aldo, Francesca, Manuela, Maria Teresa, Pietro, Giampaolo, Andreina e tutte quelle persone che splendono e rendono unica la mia vita. Ho paura di deludere Boris, Chiara, Aldo, Francesca, Manuela, Maria Teresa, Pietro, Giampaolo, Andreina, e tutte quelle persone che splendono e rendono unica la mia vita. Ho paura di non essermi fedele. Ho paura di chi non è gentile. Ho paura dell’immobilismo. Ho paura della posizione del ponte, quando faccio yoga. Ho paura di non portare a termine, o di non riconoscere il termine, o di non far coincidere il termine con nessun nuovo inizio.Ho una paura fottuta del rimpianto. Ho una paura fottuta del rifiuto. Ho paura di morire. Ho paura di non sapere, di non essere informata. Ho paura di chi sta sempre male. Ho paura di chi sta sempre bene. Ho paura di non riuscire più a scrivere nessuna canzone. Ho paura dell’inquinamento e della plastica. Ho paura che non imparerò mai perfettamente bene l’inglese.

Ho paura di volare


Canzone consigliata per la lettura, una canzone di Valentina, ” Ain’t got no, I got life” di Nina Simone

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