NELLA TERRA DELLE CREATURE SELVAGGE. INDONESIA (PARTE SECONDA) ISOLA DI FLORES – LUBUANBAJO – RINCA- KOMODO – BALI – SANUR- NUSA LEMBONGAN

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C’era una volta.

C’era un tempo.

C’era un luogo.

In cui tutto, tuttotuttotutto, era selvaggio.

C’erano una volta un tempo e un luogo di creature selvagge che abitavano selvaggiamente una natura selvaggia, che attecchiva su terre superbamente selvagge, e selvaggi erano gli unici sentimenti provati.

L’io selvaggio correva sudando vita, con zampate feline, cuore furibondo, nervi tesi, sangue bollente, capelli intricati.

L’io selvaggio non conosceva lo stereotipo, la menzogna, la pubblicità. Non conosceva la settimana della moda a Milano, i sorrisi di circostanza, la tua banca intorno a te, le cene in cui pago io/no pago io/paghiamo a metà allora/non se ne parla assolutamente.

Non conosceva l’io selvaggio, il ruolo sociale, garbatamente sociale, che gli sarebbe stato attribuito. Appena nato, appena fuori dall’utero, con i vagiti in gola ancora inespressi. L’etichetta confortante (mica per lui, eh! Per tutti gli altri) che gli sarebbe stata appiccicata in mezzo alla fronte, affinché fosse ben recepita, accolta dai pensieri come cosa buona e giusta. E la fatica che avrebbe fatto, poveretto lui, a vestirsi di quel vestito. A star dentro a tutte quelle impalcature così bene impalcate e a tutto il contorno di pensieri altrui che diventavano suoi, al dover dire sì, quando dentro ruggiva un no. A pensare ci sono, quando in realtà non c’era. Quando in realtà era altrove, in un mondo arcano, attraverso il quale soltanto a tratti era in grado di intuire  – seppur in maniera nebulosa – quale fosse la sua vera, incontrovertibile, benedetta natura

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Non ti ho sentito bene, puoi ripetere?

Ko-mo-do. Non puoi andare in Indonesia e perderti i draghi di komodo

I draghi di komodo?

Sì, sono nell’isola di Flores.

Chi parla è Francesco, conosciuto a Puerto Viejo, Costa Rica, mesi fa, in quella lunghissima parte di viaggio che porta il nome di Centro e Sud America.

Francesco amico mio, saggio e matto come pochi, puoi giurarci che ci vado. Mi affido a questo segno, Francesco. Mi affido a te, che ancora ti preoccupi per me, anche se son lontana un mondo e mezzo dai caraibi-acquazzoni e dal tuo ostello-ombrello, dove tanto ci siamo detti e dati. Mi affido a te, ricciolino che non sei altro, che attraverso una connessione traballina e claudicante, ti prendi questa briga. La briga di lanciare un segno. Non guide, segni. Quando qualcuno o qualcosa indica, se questo qualcuno o qualcosa ha a che fare con te – l’istinto lo sa se ha, o meno, a che fare con te – tu raddrizza la colonna vertebrale, vestila del tuo zaino casa, sistemati il cappello sulla testa e muovi i tuoi passi, tutti i tuoi passi, in quella direzione.

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Dall’alto, sopra questo aereo  un po’ batolino, l’Isola di Flores è una meraviglia. Non capisco se è verde o brulla, se massiccia o solo morbida. Mi sembra fatta di pongo, e mi sembra che ci abbiamo messo le mani centinaia di migliaia di bimbi e che poi, centinaia di migliaia di adulti l’abbiano un po’ ritoccato quell’ammasso di pongo lì. C’è nell’isola di Flores dall’alto una creatività scassata e magnifica, e poi all’improvviso dal niente, un albero di sconcertante perfezione.

L’aeroporto, una robina piccina piccina, è a soli 2 km da Lubuan Bajo, un paesino di pescatori, punto di partenza per tutte le escursioni dirette verso le Isole di Komodo e Rinca. E Lubuan Bajo lo giuro – e me ne dispiaccio – è, senza dubbio alcuno, il posto più brutto che io abbia visto dall’inizio del mio viaggio. Sono tanti mesi, sono centinaia di luoghi, ma Lubuan Bajo – scusa eh, Lubuan Bajo – vince la fascia di “più brutto”. Che non è un premio di consolazione, non confondiamoci! Non è arrivato ultimo tra i belli, Lubuan Bajo: è arrivato primo tra i brutti.

Cos’è successo a questo posto? E`successo, credo, una risposta frettolosa – e ovviamente fallace – a una domanda inaspettata.

Presente le domande inaspettate, che spuntano dal nulla, alle spalle? Che ti fanno sbarrare gli occhi, chiudere la bocca dello stomaco, rizzare i peli sulle braccia? Ecco quelle lì

Presente – tipo dal nulla – uno con cui esci da un po’ che ti dice: “Ma quindi mi ami?” e tu deglutisci a fatica,  facendoti scappare dalle labbra un blando, incosciente, falso come giuda “sì”. Mica vero che lo ami, ma voglio dire, c’è bisogno di un tempo cerebrale, emotivo, muscolare adeguato per tirar fuori una risposta che abbia una parvenza di male accomodante e ovattato…che non faccia così male, il male, più del male che gli è concesso fare.

Lubuan Bajo era pescatori, catapecchie, moschea, mare e di niente più. Poi si è scoperto che il mare lì – sotto e sopra- è una roba da restarci secchi e di colpo, BOOM! Ecco la gente. Ecco, signori e signore, il turismo. Si sono costruiti hotel tirati su alla male e peggio su strade merdose e cocenti. Gli hotel davanti, le catapecchie sempre più catapecchie dietro, con i topi, i gatti, i galletti e le fogne a cielo aperto. Questo è un posto di polvere che gratta in gola, di catrame. Di azioni confuse, mai sequenziali. Di mura costruite su fondamenta di macerie, di buoni propositi andati a puttane per la fretta. E la fatica estetica di questa città diventa, ahimè, a specchio, una fatica mortale a livello fisico. Qui a Luban Bajo vivo uno dei giorni più esasperanti di cui abbia memoria. Quando arrivo scopro infatti, che un pezzo grosso del governo Indonesiano è venuto a farsi un giretto quaggiù e lo giuro tutte le strutture ricettive (pure quelle che non potrei mai permettermi) sono, miserialadra, al completo. Passo almeno 8 ore a camminare avanti e indietro per la strada principale polverosa e incatramata di fresco. Fa un caldo malato, rincoglionente, irragionevole e pazzo. Sono sudata fino all’anima e lo zaino sta scavando sulle spalle come se sotto la pelle ci fosse un qualche tesoro, di cui solo lui sa l’esistenza. Non ce la faccio più. Non ce la faccio più a ricevere dei no, non ce la faccio più a sentirmi dire non qui, non ora, magari domani. Arrivo a chiedere ai ristoranti – avete una stanza? posso dormire per terra… – alle persone del luogo, ai negozi, ai gatti randagi, ai sassi e al catrame che manco lui è più fresco, oramai. Niente. Sono stremata, disidratata, sconfitta e quando ormai – crollata in un baratro demente di negatività e spossatezza- sacramentare e angosciarsi sembrano le uniche attività che il mio cervello sia ancora in grado di comprendere, accade l’inaspettato.

Ludovica e Nicola sono l’inaspettato.

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Nella terra delle creature selvagge, comprendi nel tempo di un respiro chi sta dalla tua parte e chi no.

Chi ti guarderà le spalle e chi alle spalle ti assalirà.

Nelle terre selvagge, apri bene gli occhi, perché ci sono tracce ovunque.

E se non puoi vedere, affidati al tuo istinto.

E se l’istinto non ti è d’aiuto, consegna le scelte al tuo cuore.

E se il cuore non ce l’hai, allora non hai più niente.

A quel punto ti conviene correre forte, e dormire da sveglio nella terra delle creature selvagge.

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Vengono da Milano, ma parliamo in inglese per un po’ prima di accorgersi che abbiamo la stessa lingua e e la stessa provenienza.

Io non ce la faccio più. Loro ce la fanno e fanno in modo che ce la faccia pure io.

E alla fine la trovo. Non una stanza, ma una tenda. Una specie di tenda gigante, con una specie di materassino a terra, in un una specie di campeggio nella parte alta della città. Sono 10 minuti secchi dalla strada centrale, ma è una salita stracciapolmoni. Le case di fianco sono tutte sbilenche, prese a botte, spaventate. Nelle stradine a latere galline e pulcini cercano cibo tra la spazzatura. Il contorno è desolante, ma la specie di campeggio è pulito. E da lì c’è un panorama di Dio.

Ludovica e Nicola stanno stanno viaggiando l’Oriente. 5 mesi. E`un buon tempo. Loro sono all’inizio, io quasi alla fine. Loro hanno bisogno di scegliere, io, stasera, ho bisogno che qualcuno scelga per me.

Ecco cosa devi fare: tanto per iniziare, vieni a cena con noi più tardi. C’è anche un’altra ragazza italiana che abbiamo conosciuto in aeroporto, Valentina.

Non posso sapere, nemmeno immaginare – mentre a passi lunghi mi avvicino trafelata al tavolo del ristorante – il peso che queste 3 figure avranno nel corso del prossimo mese.  Non posso sapere che una di loro viaggerà con me per un pezzo di strada e che per la prima volta – la prima in assoluto –  accetterò che il mio viaggio in solitaria ceda il passo a un viaggio in non solitaria. Non posso sapere la gioia che proverò dividendo il tempo mio col tempo loro, lo spazio mio con lo spazio loro; l’energia buona e santa e folgorante che saranno in grado di infondermi; il conforto e il mutuo soccorso che saremo in grado di riservarci, lo spessore dei loro pensieri, del sentire, e allo stesso tempo una leggerezza scema e fatua così rincuorante. L’amore viscerale che tutti e quattro nutriamo verso l’ignoto, l’urgenza insaziabile di viaggiare, pari solo a quella di mangiare ora, subito, un hamburger gigante con le patatine. Ben cotto, grazie…

Poter stare con loro. Volerci stare.

Ludovica, Nicola e Valentina. Da qui in avanti, con queste 3 persone è tutto un lasciarsi e ritrovarsi di nuovo. Ma non nell’ostello dello stesso paesino, bensì in Stati diversi, con distanze d’aereo e settimane.

Non ho il merito di aver proposto nessuna delle mete nelle quali mi sono trovata da qui in avanti. Non ho il merito di averci ragionato, di aver fatto ricerche, di aver ponderato con dovizia e cura i pro e i contro. Non ho il merito di aver rispettato un itinerario precostruito, di aver assegnato un valore, seppur minimo, alle idee pregresse e alle intenzioni. Al disegno così bene articolato, così ben tratteggiato, così tanto impressionista di me che facevo un numero innumerevole di cose in un numero innumerevole di posti. Io dentro un Monet non ci sono stata. Non impressioni, espressioni.

Deja fluir mi dicevano nel lontano Sud America. Lascia scorrere. Lascia fluire. Scorri anche tu, insieme alle cose che accadono. Non di fianco, sopra o sotto, non in parallelo. Insieme. Ascolta il tuo io profondo, selvaggio, che non ha date e scadenze, che non deve fare niente per forza, ma tutto per volontà, che non legge la Lonely Planet e se ne fotte di google calendar, che muove i suoi passi dove gli occhi hanno visto tracce, dove l’istinto ha previsto risposte e dove il cuore ha sentito tutto quello che c’era da sentire. Così ho fatto. E se un merito posso avere, il mio merito è questo.

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Nelle terre selvagge, le creature selvagge, bestiali e invincibili combattevano per la propria vita a discapito della vita altrui. Vivere. Quel giorno in più. Cosa ci fai con un giorno in più di vita?

Ci faccio la vita, con un giorno in più di vita, rispondevano le creature selvagge.

Ci faccio la vita, rispondeva l’io selvaggio.

La mia eh. Quella che io desidero per me.

La faccio reale. La decido.

L’io selvaggio dotato degli stessi denti e degli stessi artigli, delle stesse pupille, della stessa foga animalesca, combatteva per restare tutto intero. Combatteva per restare integro.

Era il restarsi fedele la sua guerra più feroce.

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E`una barca di una lentezza agonia quella che mi sta conducendo nel cuore delle terre selvagge. Prima Rinca, poi Komodo. E lì vedrò i draghi. Sono seduta a prua, con i piedi a filo del mare. Sole a picco, spalle bruciate, sguardo in avanti verso tutto ciò che ancora non so, ma che tanto voglio sapere.  Ai draghi ci penso da sempre. Da quando sono bambina. Ai draghi che ti carbonizzano, ti strapazzano, ti mangiano nel tempo di un amen. Ai draghi, che dopo il passaggio dei draghi muori. Semplice e lineare. Ai draghi musoni con l’ego ipertrofico, belli da piangere, crudeli come la peste bubbonica, infingardi e regali. Sornioni, iracondi, magici. Creatura antichissime. Come antichissimi sono i draghi di Komodo, ultimi discendenti dei dinosauri, si dice. E infatti si son trovati dei fossili che sono pari pari a questi varani giganti e che risalgono a circa 4 milioni di anni fa.

La cosa che più c’è da temere è il loro morso. Se ti morde un drago di komodo ti attacca la miseria. Nella sua bocca ospita tanti di quegli agenti patogeni e batteri micidiali che in ogni caso, anche se non ti fa secco, non vivi poi così tanto bene dopo.

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Non fidatevi, possono sembrare quasi docili, ci dice il ranger, assopiti, tontoloni…ma anni fa hanno divorato due turisti. Camminiamo lungo un tragitto rovente. C’è sempre un ranger davanti a noi e uno dietro. Il primo si ferma all’improvviso, il dito indice sulle labbra. Ci ammutoliamo. E lì, a pochi metri da noi, una scena portentosa, una descrizione netta e spietata, ma anche tragicomica, grottesca di come funzionano le cose qui e ovunque. Un drago di komodo sta scavando forsennatamente dentro un cumulo di terra. Due uccelli ai suoi lati, davvero poco distanti, gli  scaraventano addosso, attraverso il movimento monotono e irriducibile delle zampe, foglie e sterpaglie. Il drago di komodo sta cercando di mangiarsi le uova che loro hanno deposto sottoterra. I due volatili stanno cercando di confonderlo. Ci sono a distanza di pochi metri David e Golia. E risuona fino a noi la parabola cosmologica dei loro gesti: Ti devo mangiare – Non mi lascio mangiare. Devo vivere – Devi morire. Non mi posso fermare – Non ti lascio proseguire. E`la mia natura – E questa è la mia.

Nell’isola di Rinca i rangers hanno appeso agli alberi un quarto di cervo. Tramite una carrucola lo fanno scendere. E`stato fatto apposta per il pezzo grosso indonesiano, per mostrare cosa possono e sanno fare i draghi di komodo. Lo fa vedere anche a noi. Abbassa il quarto di cervo e un nugolo di draghi appare dal nulla, sibilando di sibilo raccappricciante, che mi gela il sangue e i pensieri e il tum tum del mio battito cardiaco ha un’impennata iperbolica. Rapidi, con le lingue biforcute, le bocche vergognosamente spalancate, la saliva rossastra, batterica, gli occhi eccitati, folli. Siamo tutti impalliditi. Mi pulsano le vene. Nessuno emette il minimo respiro. E`il rispetto reverenziale verso la natura, soprattutto quando è così dura e spaventosa e brutale. Continuo a guardarmi a destra e a sinistra. Penso che ne appariranno altri, all’improvviso. Penso che sbucheranno dal nulla. E penso che sono a pochi metri, davvero pochi, dal centro di quella che sarebbe una morte certa. A pochi metri da me si muore, qui, dove sono io, si vive. E`banale. E`di una banalità seccante. Ma la questione, Gesù, è tutta qui. La questione si riduce allo spazio-tempo nel quale sei salvo e allo spazio-tempo nel quale non lo sei più. E a quello che hai fatto mentre eri nel primo, che è l’unica cosa che ti resta, che ti porti dietro, quando poi sei nel secondo.

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Quella notte dormiamo sulla barca. Ho un materassino minuscolo a terra. Vicino a me una ragazza americana, dall’altra parte un’australiana. L’americana russa. L’australiana dice “Good night honey” a suo marito. Io guardo le stelle con un amore assoluto e purissimo, e un senso di pienezza quasi angosciante. “Good night, honey”  dico alla luna.  Ringrazio la vita e questo spazio-tempo dove sono salva e ho tanto ancora, tantissimo da fare. C’è ancora da fare il mare.

Devo ancora tuffarmi in una dei santuari della subacquea, una barriera coralline sconvolgente, patrimonio dell’Umanità dal 1991, intreccio mistico di pesci e spugne e pietre, stelle marine e tartarughe a pochi metri dall’isola di Kanawa. Devo farmi passare tra le mani la sabbia corposa della pink beach, sgranarla tra le dita come se fosse un baccello, e sentire la materia corallo che le ha regalato lo stesso colore dei fenicotteri.

E poi devo incontrare loro.

E poi devo- incondizionatamente devo – incontrare loro, la cui vista sott’acqua mi fa scoppiare il petto come un petardo di Capodanno a Napoli. Devo piangere.

Nell’acqua salata sono immersa, acqua salata produco.

Cosa mi fate fare, mante mie?

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Lenzuola nere gigantesche che ondeggiano, che danzano la danza primordiale, l’origine di tutto. Una fascinazione violenta. Acqua e cartilagine.

Io che mi butto dalla barca e ne ho proprio una sotto di me. E` ti-ta-ni-ca. E`una delle cose più commoventi, più sacre che io abbia visto nella mia vita. E`una catarsi la manta. La sua possenza, il garbo. E` un comandamento, una promessa, una preghiera. E`musica classica. E`Schubert la manta. Ti fa pensare a una sinfonia in do maggiore. Nuota la giga-manta, con la schiera di pesciolini sotto di lei, che sembrano la corte mal assortita di una regina benevola, materna, solida e potentissima. La corrente è molto forte, la seguo per un po’ poi la perdo. E`struggente perderla. Vorrei sentire ancora Schubert sott’acqua. Voglio vedere la musica. La trasposizione terrena della cosa meno terrena che esista. Faticosamente risalgo la corrente, intravedo la barca in lontananza. Sono in tre a farmi segno: A destra! a destra! Mi immergo con la maschera a filo d’acqua e lei è lì, proprio di fianco a me. Le vedo la pancia bianca, vedo le branchie. Vedo e vorrei non smettere di vedere mai. Vorrei non smettere di vedere mai.

Sinfonia in do maggiore.

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Non puoi farlo.

Non sei capace.

E`un’idea assurda.

Non ce la farai mai.

Fai schifo.

Nelle terre selvagge, l’io selvaggio incontrava e riconosceva finalmente il suo nemico più efferato. Il guizzo creativo che lui stesso era in grado di generare, era il guizzo creativo che lui stesso era in grado di spegnere.

Quella parte di lui che diceva no, all’altra parte che affermava sì.

Per combattere il predatore che più di tutti temeva, non doveva andare lontano.

Specchiarsi in un corso d’acqua, bastava. Eccolo il mio amico, eccolo il mio nemico: sono io.

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Ho una risposta.

Lo penso mentre sto tornando a casa da questi 2 giorni nel parco di komodo e non vedo l’ora di sdraiarmi nella mia specie di tenda, nella specie di materassino.

Ho una risposta, dicevo, a tutte le volte che mi sono auto-sabotata nella vita. Alle volte che mi sono detta, ma lascia perdere, Patti.  E`difficile, non ce la fai.

So cosa risponderò alla me che la prossima volta mi dirà che non è possibile.

Io risponderò Manta. Drago di komodo. Stella marina. Spiaggia rosa. Se questo è possibile, e lo è, allora posso pure io.

Manta, manta, manta. Manta-mantra.

La natura è dalla parte dei matti tronchi e dei visionari, degli scapestrati e scappati di casa, di quelli che sentono sempremagari non sanno manco loro cosa sentono,ma sentono – di gente che gesticola, che parla con i baci, col cuore gonfio tipo pesce palla e i sentimenti esposti, offerti, anche quelli più spinosi che nessuno vuole… Di dubbi a riguardo non ne ho. Se si facesse una colossale partita a calcio, la Natura si metterebbe questi qui nella sua squadra. E vincerebbe sempre.

Hey Patti

Hey Vale

Ho una proposta per te.

Adoro le proposte per me.

Mi trovo in Malesia ora. Tu?

Materassino, tenda. Ancora a Lubuan bajo.

Ti va di prendere un aereo, raggiungermi a Penang per poi andare insieme col traghetto nell’isola di Koh Lipe, in Thailandia.

Puoi scommetterci tutte e due le braccia che mi va.

Appuntamento tra 4 giorni e se vuoi un consiglio prima di lasciare l’Indonesia vai a Nusa Lembongan. E`splendida.

E lo è.

Lo sei, cara la mia Nusa Lembongan, con le tue foreste di mangrovie, le altalene, le barchette a ventaglio su un mare di un azzurro che i miei occhi non sono in grado di accettare.

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Lo sei con le tue contraddizioni di spazzatura e hotel di lusso, con le spiagge da cartolina, con le strade rosse che vola polvere al passaggio del mio scooter, con le onde massicce, scriteriate, che con violenza delirante picchiano sulla caverna calcarea – che prende il nome di Devil’s Tearsrisucchiate e poi rigurgitate, sotto forma di pulviscolo o bomba d’acqua.

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Lì, dentro quei mulinelli tremendi non resisterei manco un minuto. Di nuovo: dove sono io si vive, a pochi metri da me si muore. Il tempo di riformulare questo pensiero e la testolina di una tartaruga emerge dalla massa d’acqua tremenda. Nel centro di quell’inferno liquido disorientante, la tartaruga nuota, scende sott’acqua, ritorna in superficie. La guardo per un po’. E`impossibile. E`possibile.

Qui dove sono io si vive. A pochi metri da me, anche.

Manta-mantra, nella terra delle creature selvagge.


La canzone consigliata per questa lettura è una sinfonia, in realtà. Schubert, quello che volete, ma Schubert.

Le foto delle mante sono di Nicola e Ludovica, che nei 5 mesi di viaggio, grazie a un’attrezzatura che io me la sognavo di notte, hanno fatto foto e filmati di una bellezza monumentale e che potete trovare qui: http://www.letspackthebag.com

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