LUPI DELLO STESSO BRANCO. RICONOSCERSI IN INDONESIA E BALLARE COME LE BALINESI NEI GIORNI DI FESTA. INDONESIA (PARTE PRIMA) BALI -ISOLE GILI

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ORA

Volevo dire..

Dì..

Lo sentite anche voi che questa qui non è una notte normale?

Direi di sì, Patri. Questa è tutto tranne una notte normale.

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Siamo in 3. Io sono il tre, credo. O l’uno, forse. Di certo non sono il due.

Siamo in tre, seduti, accovacciati, abbandonati  su un piccolo lembo di spiaggia. Un piccolo lembo di spiaggia della piccola Gili Meno. La piccola Gili Meno col suo piccolo lago a ovest.  Gili Meno, la piccola.  L’imperturbabile piccola Gili Meno. La sorella minore delle tre isole Gili. La numero 3, per certo, non la uno e nemmeno la due. La più selvaggia, la più sbilenca, la più silenziosa, la più contratta, la meno turistica, la più mia. Senza macchine e motorini. Con biciclette oppure carretti trainati da cavalli o al limite gambe e piedi.

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Non è una serata normale – tutti l’abbiam sentito- I culi sulla sabbia, l’oceano Indiano a pochi metri da noi che si srotola, ad ogni onda, lasciando e prendendo. Ogni volta una razzia di conchiglie, che  poi, come il più neoromantico dei ladri restituisce.  Davanti le luci discontinue della mai dormiente Gili Trawangan, che lì si folleggia tutta la notte, baby. E dall’altra parte c’è Gili Air, che da qui, dove ci troviamo ora – seduti accovacciati abbandonati –  non si può vedere e Marco c’ha messo 2 anni a spiegare a me e Fabio la semantica geografica di questo posto.

Il ragazzo del bar (4 assi appoggiati sulla sabbia, un bancone in legno appoggiato ai 4 assi, un frigorifero, un cavo, una spina) vuole chiudere (come si chiudono 4 assi?) e andarsene a dormire. Siam stati gli unici clienti, per dirla tutta, e per quanto gli riguarda va bene così. Per arrivare qui, dove siamo ora, abbiamo dovuto camminare tra la radura e gli alberi bassi a portata di mano e di testa nel buio impermeabile, primitivo, illuminato solo dalla luce blu del telefonino che sembra tanto di essere in una puntata di x-files. Qui, tra queste stradine-ine di sabbia, con i sassolini-ini che sbandano e i bastoncini che scricchiolano come grissini integrali sotto i nostri piedi-infradito, e io che ho paura dei cobra.

Macchedici Patri? Chi te l’ha detta ‘sta faccenda dei cobra?

Il ragazzino dei bungalow me l’ha detta. Che qui a Gili Meno puoi uscire di notte da solo, ché tanto non ti succede niente, ma devi stare attento ai cobra.

Come si fa a stare attenti ai cobra, scusa eh? Cosa gli si devi dire ai cobra, per non farti morsicare?

Che siamo brave persone forse, che siamo venute qui nel buio impermeabile e primitivo solo per venirci a prendere la nostra fetta di notte tutt’altro che normale. Perché la notte tutt’altro che normale ci si buttasse addosso, ci affondasse, ci travolgesse, schiacciandoci a terra lasciandoci senza fiato, senza forze, pieni di forze; che ci placcasse come fanno i rugbisti. Tanto cosemenefrega-cosa? Tanto io non ho paura. Marco e Fabio son due rugbisti pure loro. Giochiamo ad armi pari, tutto sommato, con questa notte qui. Placcaci pure. Placcaci quanto ti pare.img_6050

PRIMA

Uno è parecchio alto, colori chiari. L’altro ha un cappello di paglia ridicolo, colori scuri.

Mi colpiscono perché arrivano all’ostello che già sorridono. Benedetti i vostri sorrisi, chiunque voi siate.

Quello alto mi dice “Hi”. Rispondo “Hi”.

Io non dormo lì, ci vengo solo per il wifi e perché fanno un nasi goreng tutto sommato passabile e principalmente economico. E poi si vedono le risaie, le campagne a qualche km da Ubud centro, dove ho già passato una settimana, dopo aver abbandonato la parte più turistica di Bali che a mio parere è di un allegria tragica. Consegnano i loro documenti alla reception, ragazzo-alto e ragazzo-cappello, e io mi alzo in piedi per chiedere se posso avere uno di quei frullati d’anguria che mi fanno perdere il senno. E così lo vedo, il loro passaporto. Comunità europea. Italiani.

Non so perché, ma mi sento inspiegabilmente su di giri. In tutti questi mesi di italiani ne ho visti pochissimi. Quasi nessuno in Sud America, un esemplare in Nuova Zelanda e adesso loro due. Ci scambiamo due parole al volo, poi salgono nella loro camera e io torno all’ashram, perché alle 16.00 c’è la lezione di yoga kundalini, che non mi perdo manco morta.

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Il mio arrivo in Indonesia è stato un furto. Morale e materiale. E lo comprendo già da lontano. il mio zaino sconvolto, affranto, si lascia cullare dai rulli dell’aeroporto. E` lui ma non è più lui. Me l’hanno aperto e per l’ennesima volta sono stata -porcadiquellatroia-  derubata.

Stavolta è toccato all’ hard disk, al caricabatterie portatile, al sacco a pelo indistruttibile della Ferrino (maledetti), al cappello a cui ero affezionatissima, e ad alcuni vestiti. Le foto dell’hard disk, grazie al cielo, le avevo anche sul computer – che è inchiodato alle mie spalle, sempre. Se le avessi perse, se avessi perso tutte le foto di quest’anno, probabilmente avrei spaccato in due l’aeroporto di Bali. Sono solo foto, dice una parte di me. Ma in realtà non è così. Sono, per essere più precisi, il tracciato visivo di un itinerario lunghissimo che è stata – in sostanza – la mia vita in versione nomade. Più che un ricordo, sono una mappa, nel quale rivedo le coordinate delle mie emozioni: l’est, l’ovest, il nord e il sud del mio sentire, il tragitto che mi ha condotto a chi e cosa e dove e quando e perché. Le foto, c’è da dire, san far male anche. Guardandole sento tutto. Sento la consistenza. Sento il respiro. Ma è un respiro zeppo di malinconia, di lontananza, di ero io prima – son già altro ora. Son già un’altra cosa. Son già da un’altra parte. L’ho avuto, ora non l’ho più, resta un’immagine-coordinata. Se mi avessero tolto il nord, l’est, l’ovest e il sud, cosa dovevo fare io? Non permettiamo a nessuno di farci dimenticare chi eravamo, per piacere. E quale faccia avevamo, nell’esatto istante in cui la vita ci trascorreva.

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E questi qui della compagnia aerea che giocano a sfinirmi, che loro non parlano inglese, sai com’è, che sul foglio della denuncia scrivono che ho perso alcune cose e io lo cancello con 5 righe e scrivo “not lost, stolen!” E ormai dopo più di un’ora con loro tremo dalla rabbia, dal continuo presentarmi nuove persone che forse mi capiranno, ma nessuno mi vuole capire, che porto grane io, che alzo la voce pure, che ho i nervi a fior di pelle, che spacco l’aeroporto in due. Mi arginano con un’educazione edulcorata, posticcia, stucchevole e alla fine tutti quei sorrisi ebeti ottengono esattamente ciò che vogliono. Mi saccheggiano di ogni briciolo di energia. E glielo dico pure: l’hard disk, il caricabatterie, il sacco a pelo, il cappello, i vestiti, e l’energia. Anche quella: scrivete che mi avete rubato anche quella. Me ne vado con gli occhi pieni di lacrime infuocate e la faccia rossa aragosta. E arrivo in un ostello demente in uno dei posti più turistici di Bali, a Semyniak, e mi dico, ma santo cielo, cosa ci faccio qui?

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“Ci possiamo sedere?”

E`la “e” della seconda sillaba, allungata, quasi a cantilena, che toglie qualsiasi dubbio sulla loro provenienza. Siciliani, di Palermo. Ma hanno passato l’ultimo anno in Australia, a lavorare, e presto inizieranno il secondo.

Questa per loro è una vacanza, prima di tornare a spaccarsi la schiena dalle parti di Melbourne o giù di lì. Lavorano in campo edile, ma hanno fatto di tutto. E sono due rugbisti.

Da quando si sono seduti di fronte a me, sento una serenità, un conforto, un’allegria francamente immotivati. Si dice che con alcune persone è questione di pelle, ma con loro più che altro è questione di branco. Li riconosco, in breve, come compagni di branco. Sento una familiarità, un’empatia, un’unione, un legame che troverà ragione e concretezza a poco a poco, ma non lentamente.

L’istinto mi scaraventa verso di loro, come se già avessimo corso insieme, come se riconoscessi il loro odore, il loro personale slancio alla vita, le circostanze in cui attaccano e difendono, i sintomi e la cura.

E`quel modo di sfottere già da subito, istantaneo come il lievito, che ragazza mia, se manco sai che si dice arancina e non arancino cosa parliamo a fare?

E`questa lingua che condividiamo – e che in tutti questi mesi ho parlato così raramente – che permette di catturare ogni minima sottigliezza, ogni zampata di stupidera, ogni sottotesto criptico e non, ogni audace e repentino cambio di registro.

E`la loro gentilezza e signorilità così riconoscibile e riconducibile alla loro terra d’origine, una Sicilia bella, superba e a me tanto cara. E`quel modo di approcciarsi alle persone, con quel tono rispettoso e confidenziale allo stesso tempo, interagendo con quel trasporto – patrimonio esclusivo – di chi è davvero interessato a te, alla tua vita, a come stai, a chi – in poche parole-  sei.

E poi fanno magie. Magie portentose. Tipo che desideri con tutte le tue forze un piatto di patatine fritte e poco dopo il piatto di patatine fritte compare. E loro se la ridono sotto i baffi – come fanno tutti i maghi.  Osservano sornioni la reazione che provocano, tutta contenuta in un viso (il mio) che sembra un palloncino gonfiato di sola gioia, e che non si commuove solo per pudore.

A Bali ho visto  le risaie a terrazza di Tegalalang  che sembrano tanti libri di pop up per bambini, di quelli che apri e si crea una tridimensionalità dal nulla. Una consequenzialità di pieni e vuoti, giga-gradini di verde, di acqua, di verde, di acqua, di verde.

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Ho visto il  tempio di Gunung Kawi, con le sue tombe dell’ XI secolo scavate in grandi nicchie di pareti rocciosa, inserite nella montagna con la stessa apparente naturalezza con cui una spada entra nel fodero

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Ho visto la Monkey Forest, con le scimmie – regine incontrastate di quel luogo – appollaiate sul tempio, a penzoloni tra rami, in famiglia, da sole, unite, disunite, matte. Ladre. Mortalmente ladre. Spesso arrabbiate. Visceralmente curiose, non a caso.

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Ho visto le sorgenti  sacre di Tirta Empul, con getti d’acqua che purificano, che lavano via, dove  le donne intrecciano i canang sari da offrire al dio Sang Hyang Widhi. 

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I canang sari che a Bali sono ovunque, davanti ai templi, alle case, ai negozio. Piccoli cestini che contengono fiori di colori diversi, cibo, a volte sigarette e monete. Un tappeto di colori, preparato ogni giorno, come offerta, come protezione, come ringraziamento. Un’attività quotidiana importante quanto cucinare e prendersi cura dei figli.

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E poi cascate e artigianato e natura e il pregiatissimo caffè prodotto con le bacche ingerite e defecate dai luwak, questi zibetti delle palme, che, son quasi certa, non potevano immaginare il valore che avrebbe avuto, un giorno, la loro cacca.

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Ho visto processioni nel centro di Ubud e ho partecipato a rituali sotto la luce della luna piena, nei quali si ballava e si pregava Shiva per ore, lanciando petali di fiori nel laghetto del tempio, camminando in senso orario con le mani giunte. Ho respirato la religiosità di questo posto che è dentro a tutte le cose, in tutte le ore, in tutte le azioni. Nelle case, nei giardini interni di una bellezza sconcertante, nelle statue degli dei vestite e venerate, nella musica.

Tutto questo ho visto, ma, lo giuro, le danzatrici balinesi

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Le mani delle danzatrici balinesi. L’incontro ritmico dell’anulare e del pollice. Il collo elastico, le spalle strette, i movimenti rigidi, legnosi, da burattini diligenti, e allo stesso tempo sinuosi come salmoni che sgusciano via dalla presa dell’orso. Gli incroci sorprendenti delle gambe, la sincronia delle braccia, le ginocchia avvitate e svitate e poi…gli occhi. La personale, ipnotica, potentissima danza degli occhi, mentre ruotano spalancati, capaci, apparentemente, di vedere oltre, al di là. in tutti i sensi in cui si possa immaginare l’oltre. In tutti i sensi in cui si possa immaginare l’aldilà.

Gli occhi che dicono: adesso balla.

Adesso, fai una cosa per me…balla.

Adesso è la testa. Poi sarà il collo, i nervi, le giunture, saranno i muscoli. Adesso è la pelle. Suda. Balla. Muoviti. Scaldati. Scardinati. Scalpita.

Lasciati andare. Cambia pelle.

D’accordo.

Ecco.

Lo faccio.

Davanti a due sconosciuti riconosciuti. In una minuscola isola dell’oceano indiano, sotto il classico scroscio d’acqua serale che qui non si fa attendere, guidata da un’urgenza affatto codificabile decido che devo ballare… Sono a piedi nudi, suona una canzone del repertorio di Marco Dj. Sembro una tarantolata. Sono fradicia e disgraziatamente felice – come lo possono essere solo i matti o i ballerini – viva, innamorata persa della vita. Sgraziata, forte, implacabile, libera. Sradicata. Sciolta. Il ballo è la mia iniziazione. Un rituale. L’acqua la mia investitura. Ballo l’appartenenza. La comprensione dell’appartenenza.

Mi ronza la testa. Gira tutto. Sono immersa, sommersa, ingoiata da questo presente. Coincido col mio corpo. con le braccia, le gambe, la pancia. Con i piedi, con il fiore che ho tra i capelli, con gli orrendi pantaloncini hawaiani, con le unghie e con i nei, con le lentiggini, con il pavimento, con la formica, col granello di sabbia, con la piccola isola Gili.

Fabio e Marco mi guardano. Subito ridono. Poi sorridono. Poi non lo so più. Non li vedo più.

Loro che hanno dentro, nei loro tratti somatici  – il biondo, l’azzurro, il castano – i tratti somatici di tutti i popoli che hanno creduto di poter dominare l’indomabile Trinacria. Io che non so manco più a cosa assomiglio. Assomiglio a una cosa che balla. Assomiglio al mio ballo. Assomiglio alla Trinacria, perché nemmeno io voglio essere domata.

E loro lo sanno e spesso mi chiamano cavallo pazzo.

E me lo dicono anche: non farti mai domare. E io rispondo: promesso.

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ORA

Tra poco sarà buio. Andremo a mangiare di fronte all’oceano. Stasera mangeremo pesce, che Fabio ha contrattato il prezzo fino allo sfinimento e io indosserò un abito azzurro che sembro la fata turchino e che in Perù mi è stato regalato da Alexandra, e poi mi metterò in testa il frangipane che mi ha regalato Marco, mentre percorrevamo, poche ore prima, la parte orientale dell’isola piena di case e bungalow maciullati. Carcasse di legno che forse un tifone ha buttato giù, e scheletri di capanne sulla spiaggia che ci viene da dire: ma scusa, ad esempio, vivere qui? Sistemiamo questo scheletro-capanna, ci mettiamo un tetto e basta. E due costumi e basta. E si pesca e basta e si vive di niente e basta.

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E poi a cena, parleremo dello sciamano che in Messico voleva sistemarmi l’aura, ché secondo lui era azzurra e invece doveva essere rossa. E di come vediamo la vita e l’amore e uno di loro crede che può durare a lungo, mentre l’altro no…l’altro crede invece ai condizionali e io gli dico che si fottano i condizionali. “Avrei potuto”…”Avrei dovuto”…”Avrei fatto”. E`terra di rimpianto, tesoro. E’ terra maledetta. Se non l’hai fatto non potevi farlo. Non era il momento. Lasciati in pace e passami il tuo mais, se non lo mangi.

E poi rideremo fino a sentire le costole che fanno male, perché con loro solo così si può ridere e poi mi sfotteranno senza sosta, ma in quel modo loro che alla fine (e anche all’inizio) mi lusinga.

E poi finita la cena cammineremo sulla spiaggia, saluteremo l’unico artigiano dell’isola, ci fermeremo a guardare le sue diavolerie, ma saremo più interessati alla sua stringata capanna sulla spiaggia (già avanti di qualche passaggio, rispetto a quella vista con Marco), e infine arriveremo al nostro bar 4 assi.

Quindiallora?

Quindiallora siam qui.

Non so quanto tempo resto sull’altalena, ma so che mi lancio con tutta la forza che ho e penso: questo è un momento – porco il cane-  di una densità semplice, destrutturata, capace di disintegrarti. Capace di farti innamorare per il resto della vita. Un intero puro, inattaccabile momento. Non c’è un altro posto in cui vorrei essere. Non c’è.. Un’altalena sull’oceano indiano, di notte, in mezzo al nulla.

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Anche se adesso l’altalena si staccasse e io finissi in mare…non è un bel modo di finire in mare? E anche se mi facessi male – perché mi farei male, è certo- non è un bel modo di farsi male? Canto…Perché su un altalena si canta. Che se non canti sull’altalena, manco hai il diritto di sedertici sopra. E`illegale. Da galera.  Il mio telefono passa canzoni italiane. Alcune mi spremono, spremono il mio cuore… sono, voglio dire, perfette… Il dialetto genovese di Creuza de ma, sembra una dichiarazione d’amore a questo oceano. Perché tanto se canti il mare, il mare ti comprende, sempre. E poi urlo, gonfiando i polmoni e le guance, e sento l’aria salmastra che mi entra fino al midollo:

Hey Gili Trawalgan! Non te li lascio i palermitani!

Perché loro domani vanno via. Vanno a folleggiare tutta la notte baby, nell’isola dove non si dorme mai. Che è proprio lì di fronte a me, imbattibile rivale; mentre qui, proprio di fianco a me, l’oggetto del nostro contendere: due persone belle. Due anime belle. Belle da morire. 

Ma è così che va. Ci si trova per un pezzetto, poi ci si deve lasciar andare. E’ così che va ed è così sempre. E`questa l’essenza del viaggio e se non l’ho imparato dopo tutti questi mesi, alloro non ho imparato nulla.

Solo, piccola differenza, stavolta non sono io quella che se ne va. Stavolta, per la prima volta – insignificante, terrificante particolare – io sono quella che resta.

Sembrano passati anni dalle campagne sperdute di Ubud, dove in preda a un delirio ascetico passavo le giornate dentro un ashram a farmi massacrare ogni centimetro di muscoli dagli spietati esercizi dei maestri di yoga kundalini, allungabili -loro – come l’ispettore Gadget; dalla pizza a domicilio, dai pomeriggi passati a mangiare senza sosta, dall’autobus che si è messo a fumare lasciandoci a piedi, dalle 4 barche per fare 100 metri di mare, con i nostri zaini che venivano lanciati come si potrebbe fare in una partita qualunque di pallamano, dai pensieri condivisi, dalle birre, il cibo, le idee, il turpiloquio, gli abbracci, gli sberloni, i racconti. Tutto per arrivare qui. A questa notte.

Siamo in tre. Adesso io sono il due. Seduta in mezzo a loro. Culi sulla sabbia. Sguardo verso il mare, ginocchia attaccate. Quasi profughi, quasi smarriti – come si smarrisce ogni essere umano di fronte all’inconcepibile, sbigottente perfezione della natura. Quasi pronti a scoppiare, soggiogati da un’energia centrifuga che noi stessi produciamo e che questo luogo esaspera. Ogni tanto cantiamo, ma piano. Per lo più stiamo in silenzio.

Siamo venute qui nel buio impermeabile e primitivo  per venirci a prendere la nostra fetta di notte tutt’altro che normale. Perché la notte tutt’altro che normale ci si buttasse addosso, ci affondasse, schiacciandoci a terra lasciandoci senza fiato, senza forze, pieni di forze

Ai cobra non ci pensiamo più. Non possono farci del male. Forse non esistono stasera.

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Cosa pensa Fabio? Cosa Marco?

Cosa staranno chiedendo al mare, sempre che stiano chiedendo qualcosa.

Cosa promettono, cosa mantengono

Cosa significa essere isolani su un’altra isola. Avere il mare dentro, nel DNA, nelle ossa, e quella linea dell’orizzonte stampata nel cervello da, praticamente, sempre?

Io penso al Messico, a Zipolite, a una scena molto simile a questa, di parecchi mesi fa, quando ancora ero all’inizio, o quasi, del mio viaggio. Anche in quel caso ero in mezzo. Alla mia destra avevo Flor, alla sinistra Alice. Le mie braccia buttate attorno ai loro colli. I nostri sguardi rivolti verso un cielo che ci aveva tramortito. Stelle in ogni sacrosanto angolo di notte. Ovunque, come vomitate dalla spuma del mare. Eravamo ferme anche in quel caso, ma in piedi. Avevamo chiesto anche in quel caso, ma ad alta voce. E avevamo promesso.

Alice e Flor, anche loro, senza dubbio alcuno, facevano parte del mio branco. Anche di loro riconoscevo un potente, irrequieto, maestoso slancio alla vita. Leggevo i loro pensieri, come prosecuzione dei miei. Li riconoscevo in potenza, come soluzioni che avevo intravisto ma alle quali non ero arrivata, magari per un soffio. Erano i buchi, che da sola, non ero stata in grado di colmare. I prima che non ricordavo, i dopo che non prevedevo. Verbalizzando i loro pensieri, avevano concesso nuove prospettive ai miei. Nuove soluzioni, opportunità. Eravamo intrecciate come un cesto di vimini.

E ora, dopo tanto vagare sono davanti a un altro oceano, dall’altra parte del mondo, e provo la stessa provvidenziale, misteriosa, disarmante sensazione.

Da dove siete arrivati voi due? Come si fa a lasciarvi andar via? Come si dice arrivederci al sorriso  abbacinante di Fabio? Come faccio senza la voce nasale di Marco, che sembra sempre preda dei più feroci raffreddori, poveretto? Come la lascio la vostra follia, così simile alla mia?

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Le persone.

Penso alle persone.

Alle persone che ci capitano e che scegliamo. A come le due cose spesso coincidano. A quando balliamo la vita. A quando decidiamo di ballare la vita di fronte a qualcuno.  A chi decide di ballarla con noi.

Dentro il fango, magari. Sotto l’acqua, speriamo.

Penso a legami di pochi giorni che ti rivoltano come un calzino. Penso all’intensità che non è per forza una cosa che si raggiunge con tempi lunghi, quanto piuttosto con spazi precisi.

Essere lì. Esattamente lì. Rigorosamente lì. La giusta persona, nel giusto luogo.

Se fa parte del tuo branco, sarà intenso. Per forza.

Se fa parte del tuo branco, la riconoscerai. In un attimo.

Se fa parte del tuo branco, anche se deve andar via, resta. Per un tempo lungo, lunghissimo, che tanto assomiglia al sempre.


Canzone consigliata per la lettura: “Voglio vederti danzare” di F.Battiato; ma anche  “Stranizza d’amuri” in onore di quell’altra isola ascoltata su quest’isola.

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