SULLE DONNE, SUL CORPO E SUI CUORI INTERI O SPEZZATI. PENSIERI E PAROLE A SINGAPORE

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PARTENZE DIFFICILI

E`successo ancora e non mi stupisco più di tanto.

Non mi stupisco: ciò che hai amato non ti lascia andare via. Almeno senza lottare…senza lottare un pochino. E la Nuova Zelanda, visto l’assunto, non ha fatto nulla di inconsueto o bizzarro. Ha seguito una logica affettiva basica. Nessun volo pindarico, e nessun volo in generale per essere sinceri.

Non può partire Signorina.

Non posso?

Non può. Non ha un volo di uscita da Singapore

Ma ho un volo da Bangkok verso l’Italia. Ecco l’ho stampato. Vede la data? Anche volendo non starò più di 3 mesi a Singapore (tempo massimo consentito)

Non importa.

Non importa?

No.

Mi hai amato? Resta. Questo non lo dice l’hostess. Questo lo dice la Nuova Zelanda tutta, rappresentata in questo frangente dall’aeroporto di Christchurch, check in.

Non si rinuncia a un pezzo d’amore. Almeno senza lottare…senza lottare un pochino, dico.

Non è tanto il problema del restare, che qui in Nuova Zelanda ci starei anche un anno se potessi; è il problema di riuscire ad andare via.

Il problema di riuscire, lo giuro, ad andare via.

Lasciami andare. Lasciami proseguire, tu, hostess, che sembri così arrabbiata, con i capelli biondi arrabbiata, con gli occhi piccoli e porcini arrabbiata, col mio biglietto in mano arrabbiata, con il tuo inglese rapido e tecnico e mortalmente incomprensibile arrabbiata, per il mio inglese debole e spaventato e sbigottito arrabbiata, a causa di persone come me, che non ce l’hanno il fottuto biglietto di uscita da Singapore, arrabbiata.

Adesso, ti prego, te ne prego, smetti di essere arrabbiata. Ecco brava, chiamami quella signora anziana che mi sembra, lei, la nonna di tutte le hostess. Lei, il suo caschetto grigio e i suoi occhi acquosi capiranno che il problema qui non è il biglietto che non ho, il problema qui è ben più ampio e molto più metaforico e assolutamente più sfrontato e devastante e parla dell’amore quando viene e quando se ne va e di quanto sia difficile lasciar andare dopo che hai avuto. Di questo parliamo, Signora mia bella caschetto grigio-occhi acquosi. Di questo. Di nient’altro, se non questo.

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POPEY

La vedo mentre salgo le scale del mio ostello a China Town (l’ostello è il massimo che si possa trovare a Singapore a quel prezzo, ma che sia bello, ecco, no, non lo è). Per essere sincera non vedo lei, ma vestiti che volano. Montagne di vestiti che danzano, che si mostrano con speranza, ma che dopo poco la speranza la perdono.

Allora non mi vuoi? Credo di no…Un vestito rifiutato, non si riprende più.

E questi sono tutti vestiti rifiutati. Li lasciano i viaggiatori e le viaggiatrici negli ostelli. Perché non servono più, perché non hanno posto nello zaino, o perché, semplicemente, basta così. Prima mi piacevi, ma ora no. Basta così.

Ma come si dice non è davvero finita finché non è finita. E adesso i vestiti di questo ostello hanno una nuova opportunità. Hanno Janneke.

Faccio shopping, mi dice. E mi lancia un sorriso che è una bomba atomica di luce. Oh! Ma sei matta? Non lo sai che c’è gente che con la metà della metà di un sorriso così ci campa felice? Le vai ad ammazzare le persone se sorridi così, ragazza mia! E già le voglio bene.

Sto cercando dei pantaloni. Devo coprire le gambe, un po’…per quando vado in bici. Almeno fino al ginocchio. Altrimenti è difficile… in alcuni posti.

Si fa scura in volto, ma solo per una impercettibile frazione di secondo.

Ti aiuto allora, le dico.

Questo sì…questo no…questo cosa significa?…questo forse…questo va bene per te…credo che vada bene per te, invece..forse sì…me lo provo…ok.

Alla fine li abbiamo trovati i pantaloni per coprire le gambe di Janneke e un paio di pantaloni blu che arrivano alle caviglie per me.

Janneka, sorriso olandese, muscoli alla Popey. Mica perché mangia gli spinaci. E`il suo modo di viaggiare che le ha cambiato il corpo. Con la bici. Pedalando. Ha deciso Janneka che la porzione di mondo che vedrà se la dovrà conquistare sudandosi ogni singolo cm di strada – che il sudore si misura in cm, non mi metri e nemmeno in km. Lei e la sua bicicletta, io e il mio zaino, un anno e mezzo di viaggio lei, un anno io, in solitaria lei, in solitaria io.

Siamo già amiche senza esserlo. Siamo due donne sole in movimento.

Siamo due donne sole che si sono vestite di tutto il coraggio che avevano e sono partite. E questo vestito, come tutti, si è sgualcito, sformato, è diventato stretto a furia di lavarlo, ha perso fibra o, ancor peggio, sostanza. Eppure ce l’abbiamo ancora addosso. Eppure ce lo teniamo stretto stretto, che questo vestito non lo possiamo lasciare in nessun ostello. E comunque non andrebbe bene a nessun altro essere umano. A ognuno il suo. Che ognuno si vesta del coraggio che può e che sa.

Per questo logoro vestito comune, io e Janneka ci guardiamo con tenerezza, con comprensione, con stima.

So che non deve essere stato sempre facile per lei. So che avrà avuto disagio, peripezie e disavventure. E che adesso si coprirà meglio le gambe, ad esempio. E lo sa anche lei… sa che non è stato sempre facile nemmeno per me.

Vieni, ti do un abbraccio.

Grazie, me lo prendo.

Sei stata molto forte.

Anche tu.

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LE DONNE, LE ORCHIDEE

C’è un posto a Singapore.

C’è un posto che si chiama National Orchid Garden e si trova all’interno del Royal Botanical Garden, un giardino che a mio parere ti rimette in sesto, in pace col mondo, semmai l’avessi persa, la pace. Ordinato, saggio, enorme, eppure piccolo, tascabile.

Ci sono andata perché avevo bisogno di verde, perché mi piacciono i parchi e per le orchidee. Per le 400 specie di orchidee in mezzo a cascate artificiali, ponticelli, sentieri. Per me seduta su una panchina di pietra in mezzo alle orchidee. Ci sono andata perché questo fiore l’ho amato sempre. E uno dei titoli di film più belli che conosca è Orchidea Selvaggia. Il film, manco l’ho visto, per dire. Il titolo mi è bastato. Il titolo è già un film di per sé.

La bellezza geometrica, pulita, sintomatica, ma comunque inaspettata, dell’orchidea, vicino a un aggettivo così libero: selvaggia. Senza catene. Randagia. Indomabile.

Tu prendi un’orchidea, rendila indomabile e vedrai il ritratto perfetto di una parte cospicua dell’umanità al femminile. Le donne. 

Le mamme.

Le sorelle.

le amiche.

Le viaggiatrici solitarie.

Le donne. Con i loro vestiti di lana spessa. Le donne del Sud America, con i figli addosso. Buttati sul corpo come scialli, i figli, schiacciati, affondati nell’unico posto sano, sacro e possibile, rubati alla strada, messi in salvo dalla selva, dal nulla, dall’oblio.

I corpi delle donne curvi, piegati  sotto il sole, che portano pesi, che cucinano, che lavano, che camminano, che cedono, che fanno l’amore. Le donne ai mercati. Le donne che ti guardano. Che si chiedono con un sorriso dolce e incredulo dove siano i tuoi figli, che non lo possono concepire che tu non abbia concepito, che tu a 37 anni sia in giro da sola con uno zaino. Che tu sia in giro. Dov’è l’altra parte di te? Quella parte che ti fa donna, davvero? E dov’è la metà della tua mela?

Ci sono solo io. Io e basta. Una mela intera. 360° di mela.

Affondalo, se sei capace, un retaggio culturale così. Non lo puoi fare. Ma puoi significare altro. Puoi significare che c’è posto anche per te. Da sola. Puoi significare che non passerai la vita con un uomo se non ne sei innamorata – nell’accezione più tremendamente sincera del termine –  Che non farai un figlio per sentirti completa. A coloro che credono che sei ancora, povera illusa, alla ricerca dell’uomo perfetto, puoi specificare che dentro a questa umanità non stai cercando la disumanità della perfezione, ma solo una imperfezione che si accordi con la tua.  E che non aspetti che qualcuno ti venga a salvare. Ti salvi da sola. Che non aspetti che qualcuno ti porti via. Ti porti via da sola. Che non aspetti che qualcuno si prenda in carico di portare il tuo zaino, ché le spalle grazie a Dio, le hai. E che non accetterai la mediocrità perché la solitudine fa orrore. La solitudine non fa orrore. Fa orrore la mediocrità.

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Orchidee selvagge. Bellezza spudorata, cani sciolti che corrono liberi.

Perché ci dimentichiamo di essere così? Perché – io penso, mentre cammino tra questi fiori che mi fanno commuovere – lo specchio nel quale ci riflettiamo non è il nostro, porcogiuda. E`lo specchio di altri. Dove non avremo mai – mai, vi dico – le braccia abbastanza forti, il culo abbastanza sodo, le tette abbastanza grandi, le vene abbastanza tese, il cuore abbastanza saldo e gli zigomi abbastanza alti per tutti gli schiaffoni e le carezze che ci piovono addosso.

Io sono una, sono una che ha sempre chiesto scusa per il proprio corpo. Che solo scriverla una frase così, mi sento precipitare in una tristezza onnipotente e bestiale.

Colpa del sistema, di un falso stereotipo indotto, di una cultura burattino, di questa farsa globale di donne belle da far schifo.

Cazzate.

La colpa è mia. E`mia. Che ho accettato di specchiarmi in specchi altrui, rinunciando definitivamente alla possibilità di riconoscermi.

Non ho mai amato il mio corpo come quest’anno. E la questione non è legato al perdere peso, infelice conseguenza, tra l’altro, del fatto che per lungo tempo sono stata male. Me lo sarei evitata. 

Ho amato il mio corpo, lo amo, perché non ha desistito. Nonostante la fatica, la malattia, lo stress, la mancanza di sonno, la fame e l’inappetenza, il sole, la pioggia, il freddo, il caldo, il vento, le centinaia di km, la spossatezza, la debolezza, il dolore, la fibromialgia, nonostante tutto questo il mio corpo non si è fermato. Il mio corpo ha retto. E`stato il depositario del mio sogno, del mio viaggio. E ha permesso che diventasse reale. Il corpo cos’è? Cosa deve fare? Questo. Custodire. Custodirci. E poi permetterci di realizzare. Se ci hai fatto un figlio, ad esempio, come fai a non amarlo? Se hai ballato fino a svenire, se hai sudato fino al massacro, se hai retto a maratone di studio e lavoro, se ci hai scalato una montagna, se hai fatto l’amore con qualcuno che ami, se ti ha condotto di fronte al mare, come puoi non amarlo? Se dal Messico mi ha portato fino a Singapore e se poi mi porterà ancora più lontano cos’altro devo chiedergli?

E`stato – è –  la tela che ho sporcato incoscientemente e coscientemente, con maestria e con goffaggine di tutti i colori benedetti che ho incontrato sulla mia strada. Il mio corpo Pollock

E questo è l’unico specchio nel quale d’ora in poi mi rifletterò, riflettendo. E in questo specchio sono molto più di abbastanza.

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Hey Janneka, ogni sera al Marina Bay proiettano uno spettacolo di luci sull’acqua. L’ho già visto è mozzafiato.. poi subito dopo ce n’è un altro al Gardens by the Bay. Ti va?

Certo che mi va.

Sono già stata qui e conduco Janneka tra la foresta di grattacieli e negli autobus più freddi su cui io abbia appoggiato il mio sedere, che contrastano in maniera insana e grossolana al caldo più umido che io abbia mai provato nella mia vita, il caldo di Singapore.

Il Marina Bay Center è una bestia di complesso: casinò, albergo, negozi, ristoranti, centro commerciale, museo…Tutto mostruosamente, maledettamente, crudelmente caro. La summa di una sontuosità opulente è qui, al Marina Bay. Io e Janneka attraversiamo la grande hall dell’albergo. C’entriamo lì dentro come i cavoli a merenda. Con i nostri vestiti esausti che non ne possono più, ci specchiamo nelle vetrine di Chanel e Vuitton. Distonia. Cavoli a merenda, giuro. E ci siamo pure messe il rimmel, per dire. Ci viene da ridere. Guardiamo le borse e ragioniamo ormai solo ed esclusivamente in termini di viaggio. Quanto puoi viaggiare se ti compri quella? Posso farci 4 mesi di ostelli.

Una Chanel, 125 notti. Perlamiseria.

E poi ci sediamo sui gradini che si affacciano sul fiume. Inizia lo spettacolo. Le immagini proiettano sul fondo nero una storia piena di artificio e colpi di scena visivi, che sono delle stoccate di meraviglia. Mi ubriacano queste forme che si creano nella nottequiete con un bagliore spavaldo, vincente sempre e comunque. Che io non ho mai conosciuto una luce in grado di perdere. Sarà il caldo, ma mi sento avvolgere da un senso di benessere che quasi mi intontisce, protetta dai grattacieli, da un profilo spigoloso di città illuminata, sedotta da questa luce. Dalla luce, che seduce sempre.

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E`mercoledì sera, Ladies Night a Singapore. Significa che se sei una donna, in molti locali bevi gratis. Io e Janneka, ci proviamo. Saliamo fin sopra la cima del Marina Bay che è una piattaforma sospesa a forma di nave. E`al di là di ciò che possiamo immaginare. Cavoli a merenda. Non abbiamo il vestito, né l’attitudine. Ma io credo che siamo belle lo stesso. Io dico che due come noi, le farei entrare. Io dico che potremmo raccontare storie davvero, davvero avvincenti. E anche dico, che un cocktail lassù ce lo meritiamo. Ma tutte queste cose le dico solo io, non la Signorina che gentilmente ipotizza che abbiamo frainteso, che lì di cocktail gratis per noi non ce n’è manco l’ombra. Un sospiro. Viriamo verso Gardens by the Bay con le sue 18 strutture a forma di giga-albero alte tra i 25 e i 50 metri che si illuminano a ritmo di musica. Noi sdraiate su un muretto, con la faccia in su, a guardare in alto la cupola albero che racconta l’ennesima vicenda di luce. E che per l’ennesima volta, mi seduce.

Camminiamo a lungo in questa Amazzonia di Grattacieli e torniamo verso China Town solo perché Janneka muore di fame e lì dove siamo ora ci mangia solo chi si compra la Chanel.

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L’IMPORTANZA DI AVERE UNA BICICLETTA

La vuoi sentire una storia?

Sì. Come sono i noodles?

Ottimi. Non c’è niente come lo street food qui a China Town.

Vero. Allora, questa storia…

C’era un uomo che amavo.

E`una storia d’amore quindi?

Sì…forse…anzi, sì. Lo è. Era in Olanda con me. Lo amavo tremendamente. Ma ancor prima di conoscerlo, avevo già deciso: sapevo che sarei  partita per stare via un anno e mezzo. E`un tempo lungo.

Molto.

Ci siamo salutati. Piangevamo, sai? (me lo racconta sorridendo) . Ci siamo lasciati liberi. La voglia di viaggiare, di partire con la mia bici mi divorava. Non potevo restare, c’era solo l’ignoto. Ci siamo lasciati andare, ma io, sai, ero certa che ci saremmo ritrovati, che eravamo destinati a stare insieme… Un giorno pedalavo lunga una strada desolata in Australia. Faceva molto caldo. Mi sentivo sfinita, persa. Il telefono ha vibrato. Un messaggio, era lui. Ho pensato che era un messaggio che arrivava proprio nel momento in cui io ne avevo bisogno. Ho pensato: hai sentito che non ce la faccio più e sei arrivato.

(Sorrido)

Mi chiedeva come stavo. Mi chiedeva se stavo bene.

(Sorrido)

Poi, che aveva incontrato una ragazza, diceva. Che se n’era innamorato e che ora stavano insieme.

(Non sorrido più)

Io ho messo via il cellulare. Ho continuato a pedalare per almeno un’altra ora. Stavo cercando un posto. Un posto preciso nella mia testa,  con uno spiazzo abbastanza grande, nel verde. Appena l’ho trovato, mi sono fermata. C’era una panchina. Mi sono seduta e ho pianto. Tutte le lacrime che avevo (ancora me lo racconta sorridendo. Le lacrime le racconta col sorriso questa olandese Popey). Non avevo mai pianto così. Mi ha spaventato comprendere quanto fossi in grado di piangere e con quanta profondità. Singhiozzavo. Ma con un suono non mio.

Cos’hai fatto poi?

Ho aspettato di non averne più. Ho preso la bici, sono salita in sella e sono ripartita.

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Io non dico nulla, ma penso molto.

All’universalità della sua storia, penso.

Al fatto che non esiste una prova nella vita, a quanto pare nemmeno farsi mezzo mondo in bici, che ci renda immuni a questo. Al cuore che da intero si frantuma in mille pezzi.

A tutti i casini, alla confusione, al dramma, alle metamorfosi insensate, all’incoerenza emotiva e fisica, al gelo putrido, allo scoramento, all’incomprensione monumentale che ne deriva.

Alla brutalità di essere rifiutati, da chi vorresti che tutto facesse eccetto rifiutarti.

Penso al sentimento irregolare e tossico del detestare e allo stesso tempo ardere per chi non ti vuole più.

Dubito che si possa sfuggire a una valanga quando ti arriva addosso, anche se sei un ottimo sciatore.

Quando qualcuno ti racconta una storia così, pensi alle tue di valanghe. E a come ti siano franate addosso, che tu eri ancora lì intento a infilarti gli sci.

Pensi alle tue di sconfitte. E ai tuoi deliri così poco innovativi, così poco originali, così tanto giovane Werther.

Ma non lo vedi? Non lo senti, razza di coglione? (che è questo che vuoi dire a uno ti ha spezzato il cuore.)

E poi scuoterlo – il razza di coglione – prenderlo a pugni rozzamente, sgarbatamente – in testa, dall’alto, alla Bud Spencer – e poi, finito con lui,  prendere a pugni te e quel tuo corpo Pollock che ti calamita, ti precipita  verso un altro essere umano che sbraneresti di baci, che spaccheresti di abbracci, che scomporresti come si fa con i lego, che turberesti di un’intensità che se lo sapesse lui, l’intensità, la passione che puoi tu, se lo sapesse – scemo, cretino, idiota che non è altro – manco gli passerebbe per l’anticamera per cervello, manco per scherzo, che non ti vuole.

La lucidità cerca – invano, in punta di piedi, timidamente – di soccorrerti. Ci prova sempre, poveretta, la lucidità

Ma cosa combini, bambina? Ma non vedi che non è per te?

Sai dove puoi andartene tu Lucidità? Ecco lo vedi quel plotone d’esecuzione? La fucilazione di Goya, hai presente? Alza le mani e muori, per piacere.

Voglio essere irrazionale e scarmigliata e sconclusionata. Voglio un dolore inconcludente, che sta lì immobile, fisso, disoccupato e occupato solo a farmi male.

Lo struggimento, voglio

….

Eppure

….

Però

Sai cosa Janneka?

La sai quali sono le parti che preferisco del tuo racconto? La prima. Perché hai deciso di partire. Comunque. Negando il tuo sogno ti saresti negata, e nessun amore nasce da una sottrazione. 

E l’ultima. Per essere più precisi, l’ultima frase.  

Ho aspettato di non averne più. Ho preso la bici, sono salita in sella e sono ripartita.

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Tutte le volte che capitano queste faccende, mi illudo che la prossima volta farà meno male. Ma non è così.

Non è il male che cambia. E`il tempo che ci mettiamo a risalire in sella, forse.  E`il modo in cui pedaliamo dopo. E`il fatto che la bicicletta non la buttiamo, anche se magari siamo appena caduti che ci siamo sbragate le gambe e fracassato le costole e scorticate la faccia col cemento (per essere chiari del bene che fa cadere da una bici così.)

Io so di essere, per molti versi, un manifesto disastro. Un casino vivente. Un’ingarbugliata cronica. Ma anche so, per certo, di essere una coraggiosa nei sentimenti. Una che si espone. Una che dichiara quello che prova guardando fisso negli occhi, anche quando è certa – anche quando è certissima – che dall’altra parte, non si prova lo stesso. Per questo ho gli zigomi alti. Per tutte le carezze e gli schiaffoni che piovono addosso.                   Che siano intensi entrambi, grazie. 

Prenditi la responsabilità di ferirmi, io mi prenderò quella di lasciarti andare via.

Come se l’è presa caschetto grigio-occhi acquosi all’aeroporto di Christchurch, in Nuova Zelanda. Dopo che ho scancherato al check in cercando di comprare un aereo, un traghetto, un’uscita stramaledetta qualunque da Singapore, senza riuscirci. Dopo che ho chiamato Aldo e Pietro – alle prese, ahimè, con un addio al celibato e quindi allegramente sfasati –  per dire loro, oh io qui perdo il volo, cosa faccio? Dopo che ho pianto di frustrazione. Dopo che ormai non c’era quasi più tempo, caschetto grigio ha chiamato qualcuno e questo qualcuno ha detto va bene. Lasciala passare.

E mentre corro forte, col cuore che batte in ogni angolo del mio corpo, tra i corridoi dell’aeroporto, tra i controlli e l’immigrazione, col passaporto serrato tra le mani, con la giacca che cade dalle spalle, coi capelli arruffati sulla fronte, avverto con chiarezza, con estrema lucidità (alla fine sì, l’ho risparmiata) una verità inattaccabile. Non avrò mai voglia di perdere. Non ci si rassegna docilmente alla sconfitta.

Però succede. Accade. Di continuo. Un aereo può partire anche senza di te, un amore finisce, oppure – ancor peggio, forse – non inizia nemmeno. Succede. E succedendo, plasma le persone, le forgia. Le straripa di contenuto e senso e coscienza e valore e…verità. 

Io sono la somma di tutti i sì e i no ricevuti e dati nella vita. Ma se la somma mi ha portato fin qui (io sogno, io realizzo, io in viaggio) la sconfitta è sacra tanto quanto la vittoria. Santa, benedetta, sconfitta.

Io sogno, io realizzo, io in viaggio.

Io corro.

Dove corri?

A prendere un aereo.

Sì, ma poi? Dall’altra parte del volo cosa c’è?

Singapore

No, dico, dall’altra parte del volo metaforico.

Ah. Non lo so.

Probabilmente altri che ti spezzeranno il cuore. E altri ai quali magari lo spezzerai tu.

Probabilmente sì.

Qual è il piano, quindi?

Il piano è non aver nessun piano. O, se avanza, una bicicletta.

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Canzone consigliata per la lettura: “Anyone else but you” dei Moldy Peaches

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