L’ AMORE AI TEMPI DELLA NUOVA ZELANDA. (AUCKLAND -PIHA BEACH- TAURANGA- ROTORUA- TAUPO- WELLINGTON- NELSON- ABEL TASMAN PARK- CHRISTCHURCH)

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STORIA IN PRIMA PERSONA SINGOLARE, PERCHE´ E` IN PRIMA PERSONA SINGOLARE CHE E` STATA VISSUTA

Si dice che la Nuova Zelanda sia il posto giusto per fare l’autostop.

Che non lo faresti, ad esempio, l’autostop, in Sud America. Per dire. E con ragione. Anche.

Ma in Nuova Zelanda, lo puoi fare. Perché i kiwi lo sanno che sei un viaggiatore zainoinspalla. Lo sanno che per lo più sei squattrinato e che magari viaggi da tanto e che certamente, o quasi certamente, sei finito in un posto che è caro molto per i tuoi standard e per il tuo budget spelacchiato e se dovessi muoverti solo con gli autobus spenderesti troppo; ma inoltre, se dovessi muoverti solo con gli autobus in molte parti non ci arriveresti proprio. Molte cose non le vedresti proprio. Molte esperienze te le potresti solo – ahimè – immaginare.

In Nuova Zelanda hai bisogno di una macchina, di un van, oppure dei tuoi pollici. Hai bisogno di un cartello col nome di un posto e dei tuoi pollici, di un po’ di pazienza e fortuna e dei tuoi belli o brutti ma comunque funzionali pollici. E questo merita, io credo, una preghiera.

PREGHIERA DEGLI HITCHHIKERS

 Portami a nord a sud a ovest a est. Fammi vedere lo sbarluccichio di questo posto. Sono una viaggiatrice solitaria. Ascolta il richiamo dei miei pollici. Accetta la sconosciuta che sono, accetto lo sconosciuto che sei. Fidiamoci. Parliamo. Raccontami.Ti ascolto. Dimmi di questa terra.  Dimmi di te. Sii gentile, io lo sarò. Non lasciarmi a metà. In mezzo al nulla, nel mezzo del niente. Lì non lasciarmi. E sarò riconoscente di questo pezzo di strada che abbiamo attraversato insieme. E sarò riconoscente – lo sarò, te lo giuro – per la me che hai portato da là a qua.

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E`più o meno come sbattere contro un lampione. E`così che mi sento quando atterro a Auckland, Nuova Zelanda, dopo 8 mesi circa in Centro e Sud America. E`un mondo alla rovescia. E`un paradosso, se ci penso, perché il mondo alla rovescia è adesso la Nuova Zelanda, che è molto più vicino ad uno stile europeo che ben riconosco. Non ci sono lamiere, non ci sono carcasse di case, non ci sono rifiuti in giro, non ci sono bancarelle di cibo in ogni angolo di strada, non c’è il disordine big bang casinoso strabordante del Sud America. Non c’è l’eternit che rattoppa tutto il rattoppabile. Non c’è. C’è ordine qui. E i miei pensieri si tamponano, fanno le rotonde in contromano, sgommano sulle ruote posteriori, ignorano bellamente i divieti d’accesso. E’ un cambio di difficile comprensione. Rapido, indolore, ma ugualmente spiazzante. E poi la lingua. E poi non c’è più nessuno che mi parli in spagnolo. Manco un “hola” piccolo piccolo, innocuo. Non c’è la lingua che più amo, con quelle contorsioni di esse e jota. Con quegli appoggi che sono canzoni, con quella brillantina spalmata tra le sillabe, con il solletico della sua pronuncia.

Si parla inglese qui. Ma la mia mente è inceppato. Riassettati. Cambia tutto. Pensa in inglese. Ma come si fa? Non si mandano giù 8 mesi di Sud America come fossero saliva, come fosse un boccone di lasagna.

Li ho dentro nel dentro più dentro, nel posto dove non cancelli, ma tieni e basta. Nel posto in cui conservi. E basta.

La Nuova Zelanda mi ha chiamato. Ho detto sì. Poi ho temporeggiato. Sei lontana molto eh, le dicevo. E fa freddo, poi. E costi tanto, anche. E fa freddo ( e lo so che lo l’ho già detto, ma il freddo vale doppio).

Poi quand’ero in Perù, durante i giorni di madonnina santa quanto sto male, è tornata a farsi sentire, ma più forte.

Oh! Cos’è che stai aspettando? Oh! Io son qui! L’inverno è passato! E’ primavera ormai, sai? C’è il sole, ci sono i fiori…ci sono dei fiori, che ti prometto, te lo prometto, non avrai mai visto prima. E poi, sei attesa qui. Non scherziamo. Non raccontiamoci balle. Muoviti. Allunga il passo…è solo un passo.

E’ un passo grande come un oceano però…

Sì, ma comunque…comunque, sai? Un passo.

Hooooopppp! Ecco. Fatto.

img_5495A Auckland vivo in periferia in casa di Marie e di suo figlio. Affittano una stanza, che è fredda, che il riscaldamento non si sa perché in quella stanza lì è sempre spento. Però ho un piumone bianco che è il re dei piumoni bianchi e quando sono lì sotto non ho più nemmeno sogni, solo certezze.

Fa freddo. Un freddo secco, europeo, preciso, gelanaso.

E`un freddo che mi fa pensare ai miei inverni a Parma. E`un freddo che non mette malinconia, perché è rinvigorente e ricco. A casa di Marie cerco di riprendermi dal fuso. Sono rintronata ma sto bene. Le lampadine del bagno di Marie fanno da riscaldamento anche – mai vista una cosa così-  e mi concedo docce brevi, ma bollenti. Mi è stato detto di prendere pure, senza complimenti, l’olio, che è in scatola come il burro, la marmellata e il tè e anche quella confettura di crema di limone che mi fa sempre quell’effetto strano di fare piroette su me stessa, moonwalking sfacciato e spietata contorsione di collo finale.

E’ difficile capire Marie, che parla un inglese stretto stretto, ma adoro i suoi riccioli crespi e anarchici stile chissenefrega. E poi mi piace il fatto che mi saluta sempre in maniera teatrale alzando la mano destra e dicendo “Ciao bélla”, come potrebbe fare una neozelandese alla quale hanno chiesto di fare la pubblicità della Vespa a Portofino.

E’ domenica mattina e per la prima volta da quando sono arrivata c’è un sole che spacca le montagne. E io voglio andare a Piha beach, cascasse il mondo intero.

Allora, bella bambina, visto che la macchina non ce l’hai e di autobus non ce n’è manco l’ombra, dovrai fare l’autostop.

Ho un’adrenalina…mi sento una bottiglia di gazzosa…mi sento che voglio camminare su queste strada, voglio vedere, voglio mangiare l’asfalto, la terra, la roccia, i prati. In un boccone. Tutto.

Recito la mia personale preghiera degli hitchhikers e comincio a far danzare i pollici.

Il mio cartello dice “Piha beach” e Albert risponde “Amen”

Si ferma annuendo con la testa. Si sta mangiando un panino. Mi dice, sali. Dico, ok.

Albert è un signore con la faccia buona, uno  di quelli che ci tiene che tu italiana ti possa estasiare della sua terra e quindi mica mi porta sola a Piha beach, manco per niente. Con lui vedo un panorama da mozzare il fiato e poi cascate nascoste malamente, celate solo da un pareo di alberi, bagnate dal sole che piove in verticale e io sotto che mi prendo questa doccia di luce.

E poi cammino su spiagge che sono infinite e incontenibili e scarne e pure e così scarne e pure e infinite e incontenibili che ti senti poco più di un granello della sabbia che calpesti. Non c’è nessuno, solo sporadici esseri umani annichiliti, drogati di bellezza, ubriachi di infinito, rimbambiti, innamorati, senza parole come me. E poi c’è una famiglia. Mamma, papà, due bambini. Tutti con lo zaino. E camminano in controluce sulla spiaggia sterminata e questa immagine è una poesia fatta di carne ed ossa e denti e piedi e loro quattro sono l’amore che si muove nel mondo, ma sono anche l’amore che il mondo muove e sono liberi.

img_4902Con la loro casa sulle spalle e di fianco. Che la casa sono le persone che amiamo, io credo.

A Piha beach ci arrivo più tardi. Albert mi chiede se riuscirò a tornare a casa

Puoi giurarci, gli rispondo.

Tieni gli occhi aperti mi dice, don’t be silly.

Non lo sarò.

Good girl.

E poi va via portandosi dietro la sua faccia buona. Lui, sessantenne con i sandali. Lui, pezzo di pane.

Ahi ahi ahi Piha Beach. Che colpo. Che male questo spettacolo..che male.

Che bene questo spettacolo, che bene.

Ho la giacca invernale e il maglione, ma il sole è lassù. Qualcuno è in costume. Qualcuno con una tempra ben diversa dalla mia. io mi butto sulla sabbia scalza, gambe incrociate e sollevo la mano sinistra al cielo.

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Guardo le mie dita in Nuova Zelanda, stagliate a mo’ di reticolato nel blu. Ascolto Lucio Dalla, che spara la sua voce stritolaviscere tra la roccia gigante alla mia destra e l’oceano alla mia sinistra e la spiaggia sotto il mio sedere.

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E io credo, in quel momento, di essere con molta inaspettata sicurezza, definitivamente, singolarmente felice. Di esserlo con una gioia nuda e cosciente, priva di modestia, accentratrice, sincera. Sento il sangue che mi attraversa. Dai piedi alla testa e poi al contrario dalla testa ai piedi. E` questa natura. E` la natura qui, in Nuova Zelanda. Non paragonabile a nulla di ciò che ho visto finora. L’acqua qui è davvero acqua. La sabbia è sabbia. L’albero è albero. Il significante e il significato sono aderenti in modo perfetto. Come se la natura in Nuova Zelanda fosse l’archetipo, il prototipo primo di tutte le nature del mondo.

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Ho un iniziale momento di profondo sgomento, quasi scoramento quando mi ci trovo in mezzo; che tanto mi ricorda la me che a 15 anni aveva pianto agli Uffizi davanti all’Annunciazione di Simone Martini e alla Primavera di Botticelli. Mi ero sentita perduta, fregata di fronte a quella perfezione irraggiungibile e quindi sconsolante. C’è voluto tempo e fatica per accettare. Per comprendere che c’era posto anche per me dentro il quadro, non solo davanti. Non si trattava di guardarlo – e di morirci – si trattava di esserne parte . E viverci.

La natura in Nuova Zelanda ti vuole dentro, non di lato. Ti vuole attiva, non passiva. Ti vuole per come sei, per come ci sei arrivata.

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L’ho sentito sul monte Maunganui a Tauranga, che è acciambellato all’estremità della costa e che cambia mentre sali, insieme al tuo fiato che viene meno, sottratto dalla fatica e dallo stupore, tra le geometrie di scale appoggiate su colline, e spiagge appoggiate sul mare, con i suoi verdi imperativi e i suoi blu nostalgici, con le pecore – che qui ci sono più pecore che persone, diosanto – con la terra da lontano, la terra da vicino.

Anche qui mi è salita alla gola una commozione incomprimibile, con rossore diffuso in faccia, numero lacrime 6,  singhiozzi  2, e sospiri 1, ma profondo e duro.

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Devo lottare per capacitarmi, per rassegnarmi, per abbandonarmi a questo quadro, a questo museo a cielo aperto, perfetto e possibile. Grazie occhi. Grazie occhi. Grazie grazie grazie occhi.

A Tauranga, alzo i pollici mentre sto cucinando, attivo il rituale dell’hichhiking in cucina, nell’ostello, e funziona.

Katia e Franck, hanno il cuore aperto al richiamo e rispondono in coro “Amen”

Se li vedi, Katia e Franck, fa impressione quanto siano diversi. Occhi azzurri e biondo lui, capelli e occhi scuri lei. Diversi che più diversi non si può e…fratelli.

Stanno cucinando anche loro, io arrivo da una serata difficile, che mi ha visto protagonista di un semi-svenimento al supermercato, all’altezza di noodles dalle confezioni coloratissime, mentre spasmodicamente cercavo la marmellata alle fragole. Mi siedo o svengo, dico al ragazzo che sistema gli scaffali e lui risponde, ok, chiamo un dottore. No no, lasciami nel mio arcobaleno di noodles, lasciami qui. Ma invece non solo non mi lasciano lì, ma mi portano all’ostello in macchina.  La responsabile del supermercato in persona mi ci porta, su una macchina grande come un appartamento e quando ci salutiamo mi avvicino e l’abbraccio forte e poi la fisso negli occhi – e so come so fissare quando fisso negli occhi – e le dico che non dimenticherò questo gesto e lei diventa rossa e si commuove.

Il mondo – sapete – è pieno di mamme.

E`quindi strana quella sera di svenimenti e marmellata, ma i miei pollici ballano al ritmo del jazz di New Orleans e Katie e Franck mi dicono sì.

Andiamo a Hobbiton insieme?

Sì, che ci andiamo.

E il giorno dopo, salgo sulla loro macchina per andare a vedere le case degli hobbit, la contea, il fiume Brandivino, l’albero della festa, i fuochi di Gandalf. Io credo a tutto questo, perché tutto questo esiste, l’ho visto.

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Non è più solo nella penna di Tolkien in libri che ho amato e che hanno segnato la mia adolescenza. Esiste, è reale. La casa di Bilbo e di Sam. E’ lì. E quel giorno siamo tutti bambini e saltiamo da una parte all’altra. E sento che io coincido con la mia fantasia, che sempre nella mia vita dovrò credere all’incredibile. E che se un giorno dovessi smettere mi prenderò a sberle.Da sola. Frank e Katie non sono più solo conoscenti, perché abbiamo bevuto insieme l’idromele nella locanda del Drago Verde, di fronte al fuoco del camino e questo è molto più di un brindisi, è un sigillo.

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A Rotorua ci arrivo con un’altro giro di pollici. Mi accoglie un penetrante odore di zolfo, dovuto alla forte attività vulcanica. La città è disseminata di terme e geyser, pozze di fango caldo, e questa nebbia regala un’atmosfera alla Edgar Allan Poe, misteriosa, certo, ma anche agrodolce e romantica. C’è da restarci secchi. C’è da fermarsi e perdersi nella nebbia calda. E immaginarsi. Mi immagino mentre mi capitano incontri strambi e decisivi. Mi immagino dentro storie poetiche di esseri umani che incontrano altri esseri umani; storie appassionanti e delicatissime. Mi immagino nella nebbia che tendo la mano e che qualcuno la prende. Mi immagino. Lo immagino con gli occhi chiusi e con gli occhi aperti. Lo immagino…e visto che ho avuto il coraggio di immaginarlo, poi dovrò avere anche il coraggio di viverlo. E ce l’ho.

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STORIA IN TERZA PERSONA SINGOLARE, ANCHE SE E` IN PRIMA PERSONA SINGOLARE E PLURALE CHE E` STATA VISSUTA

Lei non può fare a meno di guardare il lago tenendosi una mano sul cuore. E’ l’imbrunire a Rotorua, e il lago di cigni neri è un’altra Primavera di Botticelli. Lei non può fare a meno di tenersi una mano sul cuore perché teme che il cuore le balzerà fuori. Lei crede che il cuore voglia uscire dal petto, superando la canottiera, la maglia a maniche corte, la maglia a maniche lunghe, la camicia, il maglione di lana e la giacca a vento. Lei crede che il suo cuore voglia uscire e buttarsi in quel lago di cigni neri e poi saltare sul molo e poi raggiungere a nuoto la barchetta gialla.

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Lo crede perché conosce il suo cuore e quindi se lo tiene stretto stretto e le scappa da ridere, che è così irragionevole lo spettacolo che ha davanti, che è così – porcamiserialadrissima-  santo…

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Non ho mai visto nessuno sorridere alla natura, le dice lui.

Lui, occhi azzurri di fuoco, barba.

Lui seduto su una panchina

Come si fa a non farlo? Risponde lei, occhi verdi, cuore disertore.

Lei davanti a una panchina

Glielo lancia anche a lui un sorriso. Toh: questo è tuo. Ci vuole mezzo secondo per capire che si tratta di un uomo che viaggia da tanto. E’ ordinato, distinto anche, le viene da pensare, ma ha un pozzo negli occhi, una voragine, come chi si è preso in carico un fardello pesante che deve essere solo suo. E che non può, in nessun modo essere condiviso. 

Come ti chiami?

S.

E tu?

P…Di dove sei?

Di questo mondo

Scusa?

E`una domanda a cui non credo. E la risposta è irrilevante. Lo sai che in alcune culture la prima domanda che viene posta è: hai fame? Non è meglio?…Piuttosto, quindi, dimmi come stai?

Bene, grazie. Anzi, felice, direi.

Da quanto tempo viaggi?

Da gennaio…Tu?

Sorride. Che bel sorriso.

Da 8 anni.

Da 8 anni?

Sì.

Ecco. Le mostra una cartina. L’Africa, tutta, l’india, Il Sud Est Asiatico, e la Nuova Zelanda per arrivare a una panchina, una sera. Lui, lei.

Sulla panchina ci sono dei gioielli di madreperla, dipinti a mano.

Li fai tu?

Sì.

Questo è una meraviglia

E’ tuo.

No! No, grazie ma no, non posso.

Sì, puoi. Prendilo. E’ tuo.

Poi si fa buio,vanno insieme verso il paese, parlano, a volte stanno in silenzio. Arrivano nel mezzo di una festa di quartiere.

La vuoi una crepes al cioccolato?

Si, e tu la vuoi una cioccolata calda?

Sì, voglio ammazzarmi di cioccolato.

Anche io.

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Come lo trattieni un bacio quando ce l’hai sulla punta delle labbra?

Come lo trattieni un bacio che non è più tuo, che ha già un proprietario…come lo trattieni se appartiene già a due labbra dentro un mare di barba? P. non lo sa. E quindi lo lascia andare.

L’amore ai tempi della Nuova Zelanda è un’amore che piove tutti i giorni.

Ma P. e S. ridono di continuo e si mangiano la marmellata di zenzero con il brie. E cucinano e camminano e guardano video e film. P. si arrampica su ogni muretto o gradino, S. le dice: tu sei una scimmia, lo sai, no?

S. lavora in un albergo, sta disegnando il progetto per un murales; P. è seduta lì vicino, con il suo computer, scrive. Prima di partire S.era un famoso make up artist e stylist. Lavorava nei set cinematografici. Poi ha lasciato tutto per viaggiare.

Ogni  5 minuti P. e S. si guardano. Ogni 10 si cercano. E’ una dolcissima tortura.

P. era da tanto di quel tempo che non sentiva una cosa-così che adesso che la sente, dare un nome alle cosa-così è semplice, se non doveroso.

Hai presente quel tuo modo di guardarmi, hai presente, no? quando stiamo uscendo da un locale e tu mi sistemi la sciarpa…hai presente quando ridiamo tanto che crolliamo sulle ginocchia, hai presente? Hai presente quando discutiamo e ci lanciamo degli sguardi che farebbero crollare i palazzi, e diventiamo torce viventi e mi viene voglia di spintonarti e picchiarti, ma poi, subito dopo, di abbracciarti e di non lasciarti – più o meno – mai…hai presente? Hai presente il film neozelandese sui vampiri che continuiamo a guardare e quella volta invece che siamo stati risucchiati dentro il supermercato e ne siamo usciti solo dopo 2 ore con  3 cose in croce nel carrello, hai presente, vero?

Credo sia amore. Credo sia. Amore.

So che che è amore, risponde lui. So che è.  Amore, amore.

Piove a Rotorua. Sempre. S. e P. sono ancora nella festa di quartiere, che sembra non finisca mai. C’è uno specchio appeso, si fanno una foto per ricordarsi che loro non sono stati solo il riflesso su quella superficie. Che l’amore è la cosa più solida che c’è e ha pelle e organi e occhi e braccia e ha magliette e sapori e pugni e paure e toast e passi e scarpe e impermeabili e frullatori dentro i quali vanno messi i sentimenti. Tutti. Come è giusto e sacrosanto che sia.

Si mangiano le crocchette di gamberi e i ravioli e purtroppo non trovano la birra, ma poi al supermercato si comprano una bottiglia di vino australiano. E P. dice a S. che adesso prenderà la rincorsa e che gli salterà addosso e lui le dice di non farlo, che si scivola. E P. dice che va bene, che non lo farà. Ma sta mentendo. E comincia a correre verso di lui, ma male, sbanda e sbatte contro il suo mento, e si morde la lingua tra i denti che comincia a sanguinare. E fa sanguinare anche lui, nella mano, con la sua cerniera. Perché l’hai fatto, lui chiede. Perché sono matta come un cavallo, risponde. E lui l’abbraccia come si abbracciano quelli matti come un cavallo, come se le sue braccia fossero una camicia di forza, capace di contenere tutta quella follia lì, ma purtroppo, o per fortuna, non lo sono.

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Io devo partire.

So che devi. Io devo restare. 

So che devi

Se venissi con me in Australia, appena finisco questo murales? Potremmo proseguire insieme.

Ma non è il mio viaggio… Significherebbe seguire il tuo, abbandonare il mio. Devo finire S. Devo finire sola. 

E adesso come si fa?

Bella domanda, no? P. non lo sa come si fa, ma lo immagina. Saranno azioni. Una dopo l’altra. Incasellate. Saranno gesti con un prima e un dopo.

Si prepara lo zaino, ci si veste lentamente, si beve un tè forte…si aggiunge lo zucchero, ci si tiene per mano, si cammina senza parlare verso la stazione degli autobus (oggi P. non riuscirebbe manco morta a far funzionare i suoi pollici), si guarda la strada, a volte ci si guarda negli occhi. Ci si guarda negli occhi, a volte si guarda la strada. Si stringe più forte la mano, ci si aggrappa al braccio, si prova a fare una battuta, si ride stancamente, si sorride di sorrisi tristi. Ci si guarda negli occhi con una tenerezza da far sbattere la testa contro il muro.

Ci si morde il labbro, si avvolge il magone nel domopak, ci si siede in attesa dell’autobus. Si avvolge il magone con due strati spessi di domopak. E si aspetta.

La voce alla stazione annuncia l’arrivo dell’autobus per Taupo.

P. e S. non vogliono fare drammi, ma P.e S. hanno un male mostro dentro. E poi S. dice una cosa per cui P. sarà grata per sempre.

The universe plays

Sì, è così. E`proprio così, meraviglioso uomo con meravigliosa barba e con meravigliosi occhi azzurri di fuoco. Affidiamoci. Affidiamoci a lui per vedere che sarà di noi.

P. non ne vuole sapere di sedersi, aspetta che la porta automatica dell’autobus si chiuda, e S. è davanti a lei a due metri. Sono belli, perché non distolgono lo sguardo anche se adesso è offuscato dalle lacrime.

Sono belli, perché si lasciano andare.

Sono belli, perché sono in piedi di fronte a un arrivederci che assomiglia tanto a un addio. E non si sottraggono. Nessuno dei due.

Sono belli perché non si raccontano balle e non si promettono niente se non il fatto che il presente che hanno vissuto è più vero del vero.

Sono belli e basta. E le persone sull’autobus li osservano. Qualche adolescente ridacchia. Gli anziani invece no.

E la porta si chiude. E lui scompare e lei si siede ma  poi l’autobus fa inversione e lei lo vede lontano, fermo dritto, come l’ha lasciato. E gli fa ciao, ma senza muovere la mano. Senza muovere alcun muscolo.

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STORIA IN PRIMA PERSONA SINGOLARE, PERCHE´ E` IN PRIMA PERSONA SINGOLARE CHE E` STATA VISSUTA

Taupo è un posto d’incanto, se hai la fortuna di arrivarci in un giorno di sole. Se hai la fortuna di incamminarti lungo il sentiero che porta alle cascate di Huka, che sono di un azzurro paradiso.

Cammino tra il verde, provando un senso di pace profondissimo. Provando ancora una volta un senso di gratitudine per questa natura capace di curare ogni male. Capace, lo prometto, di curare ogni  male. Mentre cammino avvisto da lontano un ragazzo e lo riconosco. E’ Bubu, abbiamo parlato ieri sera all’ostello. Lo chiamo. Si ferma. Proseguiamo insieme. Bubu è francese e pota gli alberi. E spesso mentre camminiamo si ferma per toccarli, gli alberi. Starà in Nuova Zelanda per un anno. Anche lui è innamorato di questa terra, come lo sono io. Ma chi non lo è?

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In Francia, Bubu ha deciso di vivere su un camper. Ha deciso che a lui non interessava avere una casa fissa con un sacco di spese fisse e ha deciso anche che la liberà del camper lo fa impazzire di gioia, che un giorno è qui e un altro è là. Che un giorno il suo giardino è una foresta e un altro è il mare. E a me viene una voglia matta di averlo anch’io un camper. Di fare il giro di tutta l’Italia e di tutta l’Europa in camper. Di avere per giardino un giorno la foresta e il giorno dopo il mare.

Parliamo molto io e Bubu, confidando cose che si confidano solo a emeriti sconosciuti, perché il viaggio è benedetto e ti regala la fiducia di un altro viaggiatore, solo magari per il modo in cui parli o sorridi, o perché hai offerto un pezzo di pizza, un dattero, una nocciolina. Passiamo la sera insieme andando a giocare a biliardo e io do sfoggio delle mie doti da schiappa, perdendo assolutamente sempre. Conosciamo dei ragazzi del posto e li seguiamo in un altro locale dove balliamo fino a notte fonda. E – se ci fossero dubbi a riguardo – anche ballare cura ogni male.  Bubu è un sorriso d’uomo, una botte di energia positiva, un elfo dei boschi che ama la vita e accarezza gli alberi mentre si cammina ed è stato un altro regalo di questa terra.

E non è stato l’ultimo.

La parte finale  del mio viaggio ha due nomi precisi: Anna e Mehdi. Lei tedesca, lui belga. Mehdi lo conosco tramite un gruppo su fb di backpackers in Nuova Zelanda. Mi dice che lui deve andare a Wellington, gli dico che devo andarci pure io. Mi dice che non ha la macchina, gli dico che nemmeno io. Mi dice: facciamo autostop insieme, gli dico, baby, non lo sai, ma qui c’è la regina dell’autostop, e la mattina seguente ci incontriamo.

Non ci mettiamo molto, mezzora, e ai nostri pollici che danzano Leo risponde “Amen”.

Leo, un ragazzone kiwi, che solo a vederlo capisci che manco a una formica farebbe male.

Ci dice che forse avrebbe proseguito, ma che una donna sotto la pioggia non va lasciata mai. Gli tocco la spalla, ehi Leo, grazie.

E Mehdi tocca la spalla a me, Hey Patrizia grazie di essere una donna.

Prego.

Leo ci offre pure di dormire a casa sua se vogliamo – Leo dolce ragazzone kiwi, ti meriti l’amorevolezza (e bada bene, Leo, che amorevolezza non è un termine da poco) di tutto il mondo –  ma Mehdi che è l’esatto mio opposto e che pianifica ogni nanosecondo del suo viaggio, ha già organizzato la vita pure a me.

Mi dice che Anna, una ragazza che ha conosciuto giorni fa in un ostello, si trova esattamente dove Leo ci può lasciare, e quindi poi potremmo proseguire insieme verso Wellington.

Ti unisci? mi chiede

Mi unisco, rispondo

E da quel momento noi tre non ci lasciamo più. Viaggiamo insieme a Wellington, poi prendiamo il traghetto per Nelson, poi camminiamo ore e ore nell’Abel Tasman Park.

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Perché è bello stare insieme. Anna guida, Mehdi pensa alla musica, io parlo, oppure – spesso –  dormo. Italia, Belgio, Germania. E Anna è una ragazza stupenda, indipendente, che si è comprata la macchina in Nuova Zelanda, che non ha paura di guidare al contrario, che ama il vino e le Cinque Terre, che diventa spesso paonazza. Anna, con sentimenti limpidi, con pensieri chiari e concreti, con attenzioni continue e davvero deliziose. E Medhi è forsennato e meticoloso. Che bisogna vedere tutto e non perdere tempo. E si stupisce di me che ho già capito da mo’, da mesi, che tutto non lo puoi vedere, che devi fare la pace con te stesso e godere del viaggio e delle persone che ti offre. Punto. Mi dice “Ah, il tuo stile italiano! Ah, che non sai nemmeno dove dormirai domani!” E io lo prendo sottobraccio e canto più stonata che posso. E lui ride. Sei simpatica, mi dice. Io dico che presto ti sposi.

E allora rido io.

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E una sera io cucino la pasta alla Patti, la sera dopo Mehdi cucina il riso alla Mehdi e la sera dopo Anna cucina la pizza alla Anna, ma io non sono più con loro. Mi lasciano a un incrocio quella mattina. Da Nelson devo arrivare a Chirstchurch.

E`un viaggio lunghissimo. In autostop. Gli autobus sono tutti pieni. Devo trovare un passaggio

E lo trovo. Anzi, ne trovo tre.  La prima è una mamma viaggiatrice con i suoi figli, di 3 e 4 anni. Poi è la volta di un ragazzo irlandese che vive in Nuova Zelanda, facendo l’idraulico. E infine, nell’ultimo tratto di strada, salgo sul furgone di un mago, e le sue cocorite conversano con lui sul tempo e sulla vita in generale, lasciandomi a dir poco pietrificata.

E arrivo a Christchurch con un volo che mi aspetta il giorno dopo per Singapore. E da lì si aprirà un nuovo capitolo: l’Asia. E i miei pollici smettono di danzare

Preghiera dell’hichhiker a riposo : Mi hai portato a nord a sud a ovest a est. Ho visto – se l’ho visto… – lo sbarluccichio di questo posto. Sono un viaggiatrice solitaria. Hai ascoltato il il richiamo dei miei pollici. Hai risposto accettando la sconosciuta che sono.  Ti sei fidato, mi hai raccontato, mi hai ascoltato. Non mi hai lasciato nel mezzo del nulla. E sono riconoscente di questo pezzo di strada che abbiamo attraversato insieme. E sono riconoscente per la me che hai portato da là a qua.

E la me che è arrivata, non è la stessa che ora se ne va.

Amen.

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Questo post è dedicato a S. 

Canzone consigliata per la lettura: Farewell Angelina di Joan Baez

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