LATITUDINE 0°0′0″. STORIA DI UN ABBRACCIO CHE MI SALVO` LA VITA. ECUADOR. QUITO – OTAVALO -BANOS- PUERTO LOPEZ – CUENCA

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Ho un piede nell’emisfero boreale e l’altro nell’emisfero australe.

E in mezzo, ai due piedi, c’è una linea gialla.

Latitudine  0°0′0″. Equatore.

Sulla linea equatoriale le forze sono bilanciate ed e’ molto semplice, ad esempio, riuscire ad adagiare un uovo sulla testa di un chiodo.

Ecco, se uno ne avesse voglia, no, se uno fosse un appassionato di uova in equilibrio sulla testa di chiodi è qui che dovrebbe venire, dove sono io ora: latitudine 0°0’0’’.

Equatore, baby.

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Sarà che il posto la richiede – o meglio ancora la esige – ma io ce l’ho una storia che parla di equilibri misteriosi, artifici scoppiettanti, bizzarre coincidenze, circostanze incasellate, eventi concatenati, tasselli del mosaico, persone che fanno da tramite, persone che fanno da inizio, persone che fanno da fine. Persone che fanno molte cose, comprese quelle che non sapevano di saper fare.

E’ l’emisfero Boreale che prende per mano quello Australe e insieme agiscono per raddrizzare le sorti.  E’ l’emisfero Boreale che prende per mano quello Australe…

Vieni qui,  facciamo le cose per bene, impegnamoci. Diamo un senso. 

Questa storia inizia in Ecuador e finisce in Perù.

A ragion del vero, sembrerà che sia io la protagonista della piccola vicenda in questione, ma non è così. E a ragion del vero, nemmeno si tratta dell’uovo sulla punta del chiodo (che appare, comunque, come personaggio secondario)

Il protagonista effettivo è un abbraccio. Un abbraccio di quelli seri, un abbraccio sapientemente direzionato, un abbraccio sincero, magnifico, coraggioso, stritolante, responsabile. Di cosa? Di avermi salvato la vita. 

Dalla Colombia per arrivare a Quito, si passa direttamente dentro la cordigliera delle Ande. Le montagne sono a destra, a sinistra e nel mezzo. Nel mezzo sì. E’ vero, c’è una strada, ma solo perché una parte di monte è stato tagliato, sezionato, e lo si vede perfettamente e fa un effetto di parole mute. Questa sottrazione di monte, che ha aggiunto mobilità. Questa divisione di terra, che ha moltiplicato le congiunzioni. Questa radice quadrata di pietra, questa potenza di cemento. Montagne, diosanto, sconfinate. Si usa questa espressione, spesso, in frasi tipo : ‘Sono salito sull’ultima vetta e lassù, ti giuro, era uno spettacolo di montagne sconfinate’. Ecco, si dice, io l’ho detta, ma finora credo di non averne avuto il diritto. Ora, in mezzo alla cordigliera delle Ande, in mezzo a km di punte verso il cielo che si riformano come sogni spezzati alle 4 di mattina, ecco ora sì, ora sento che posso dirlo. E’ sconfinato.

Sogni di montagne, fatte della materia dei sogni di montagne, che è totalmente diversa dalla materia dei sogni di stelle, per esempio, o della materia dei sogni di cielo, per non parlare della materia dei sogni di mare che proprio non hanno nulla, niente proprio da spartire con questa materia di sogni di monte. Si riformano le montagne della cordigliera con calma, con dolcezza, con pazienza, aspettando che tu sia pronto a vederne altre, di nuovo, ancora. Ti parlano… hanno bisogno del tuo nullaosta.

Adesso ne arrivano altre, va bene?

Sì, va bene…ma sono grandi?

Eh…un bel po’

Sì…ma quanto? Fino al cielo?

Sì, fino al cielo.

Fino a dove vedo?

Oltre

Montagne sconfinate, vero?

Puoi giurarci. Sconfinate. E puoi giurarci. Montagne.

Chiudo gli occhi e conto

1…2…3… e appena li  riapro la materia-sogno-montagne sarà scomparsa e sarò sveglia. Ma non è così. Lei non è scomparsa e io sono sempre stata sveglia.

Mai  visto una bestia titanica di cordigliera così. E mi accorgo, ma non ci faccio troppo caso, che comincio a tossire. Sarà un’ inconscia forma di reverenza, mi dico. Sarà così.

Quito è considerata la capitale coloniale più bella del Sud America. Ci arrivo di sera, c’è un buio freddo.

La prima notte sono in stanza con Eva, una ragazza inglese che sta facendo il giro contrario. Arriva dal Perù. Parliamo così così. Lei sa l’inglese, ovviamente, e un poco di spagnolo. Io so lo spagnolo, e un poco d’inglese. Non ci sarò modo di condividere finezze linguistiche o dettagli semantici, però ci capiamo.

Eva sembra un personaggio di passaggio – il giorno dopo va via – ma in realtà, sorprendentemente, nell’economia di questa storia sarà colei che definisce molte cose. Eva, come la prima delle donne. Eva, colei che inizia.

Quito lo è davvero. E’ proprio bella. Con la sua cattedrale stile gotico, che salgo fino alle ultime guglie e c’è un vento incauto e si vede tutto da lassù, ma bisogna proprio che tu abbia voglia di farti un mare di gradini e di sentire un mare di fiatone e un mare di battiti nel tuo cuore, che non si vuole rassegnare a questa nuova, insperata fatica.

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E poi ci sono piazze e altre chiese e ognuna con una leggenda, che racconta ad esempio di come un costruttore abbia beffato il diavolo, o di come un gallo abbia convertito un vecchio ubriacone in un astemio penitente.

Ascolto tutto e intanto tossisco. Sarà l’altezza…Sarà il vento incauto, mi dico

Il giorno dopo vado a Otavalo, uno dei mercati più grandi di tutto il sud America. La parola chiave è alpaca. Alpaca in ogni dove, di tutti i colori possibili immaginabili e poi lana e cotone e quadri e cartoline fatte di fiori e legna e pietre. E  tessuti gonfi, morbidi, sbuffanti, che sembrano pecore e che mi impongo di non toccare, ma mi ci butterei dentro, e poi c’è tutta un’area dove si cucina e si mangia e c’è una porchetta intera che sta sfamando mezzo mercato.

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E’ un giorno freddo e stavolta tossisco con una consapevolezza nuova, tra i colori di questo mercato, lo so, ne sono certa: mi sono ammalata.

E infatti passo buona parte del mio stare a Quito, stando a letto. E la città la vedo attraverso la finestrella di camera mia. Di giorno e di notte.

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Sono completamente costipata, raffreddore, tosse, respiro male, mi fa un male terribile l’orecchio e mi sento la faccia bloccata da una sinusite che quasi non mi permette di tenere gli occhi aperti da tanto fa male e da tanto pulsa. Porca miseria. Porca di quella miseria come si sta male quando si sta male.

Un po’ mi riprendo e un po’ no, mi sento sconfitta. Mi ammalo sempre più spesso. E questo è un fatto. Ho una resistenza la cui soglia si sta abbassando sempre di più. Ho poche energie. Da centellinare. Viaggio da tanto, tanto tanto tempo. Mi fa male la faccia. Mi fanno male le guance. Mi sento bloccata. Mi sento sconfitta, non ho tanta resistenza. Viaggio da tanto, tanto tanto tempo. Le parole e i concetti si ripetono senza sosta. Sempre gli stessi, spezzati solo da cariche di buonumore che mi arrivano d’oltreoceano, con le persone della mia vita che mi dicono di star tranquilla. Aspetta. E anch’io ormai la conosco la tiritera. Aspetta prima di decidere. Non adesso, tra un po’. Mica quando stai male, che non puoi scegliere bene se tutto è annebbiato compreso il buonsenso. Non andare nell’orto quando c’è tempesta, mi scrive Elisa. Non ci andare. ‘Spetta. Siediti. Resta a letto. Guarda il mondo dalla tua finestrella.

Passano i giorni, i giorni passano. E sanno – e sono –  di miele e tisane. Mangio molto poco. Mi soffio il naso di continuo. Ogni giorno mi incontro con i miei nuovi compagni di sventura: ibuprufene e paracetamolo. Tossisco tutta la notte, tutte le notti. 

Eppure ho voglia di andare via, presto, appena possibile. Ho bisogno di un posto più caldo. A Baños, ad esempio, ci sono le terme. C’è l’acqua e Baños, e le cascate. E ci si riposa e si recupera vita a Baños. Ecco sì, è lì che devo andare. E’ ora.. la maglietta bianca dov’è? E il caricabatteria? e le calze che ho visto ieri e adesso non le vedo più? Possibile che sparisca sempre tutto? …. Toc toc…Avanti…

Eva??!!

Ci cimentiamo nel nostro poco spagnolo-poco inglese. Ma sei ancora qui? Massì! E resti? Manno vado a Baños e tu? Maanchio! Ma allora andiamo insieme? Of course. Que bien!

Eva è una persona con gli occhi vivaci. E’ paziente, Eva. Ride come fanno i bambini, ma non quando scoppiano di gioia, no. Eva ride come i bambini quando la risata la usano  come intercalare,  che un po’ sono nervosi e un po’ sono a loro agio…tastano il terreno, insomma. La risata di Eva tasta il terreno. E’ alta. Le piace camminare, ma non bagnarsi. A vedere il Peñon del Diablo non ci viene. O meglio, fino a un certo punto. Quando è chiaro che per  arrivare fin sotto la cascata bisognerà  accucciarsi in spazi risicatissimi e che si tornerà fradici, elegantemente, fa dietrofront. Io proseguo, perché ho il k way (sempre lo stesso da 20 anni e questo impermeabile, signori e signori, non mi ha mai deluso. Mai) e voglio assistere a un incontro, a un appuntamento.

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Lei si chiama Cascata. Lui si chiama Arcobaleno e oggi si rincontrano. Sono certa dal modo in cui si guardano che si conoscono da 2000 anni almeno. Sono certa da come si osservano che sono stati molto innamorati l’uno dell’altro. Forse hanno anche convissuto. Altrettanto sono certa, ascoltando il modo in cui si parlano, che se c’è stato un tempo in cui si sono detestati, ma questo tempo è passato e ora si vogliono solo bene. Sono certa che lo sanno, che ne sono consapevoli dell’effetto che fanno sugli altri quando sono assieme. Si fingono distratti o disinteressati, ma lo sanno che siamo tutti lì a guardarli e a chiuderci la bocca, cercando di sollevare il mento che è caduto. Lo sanno e ridono. E più ridono e più splendono e più meravigliano e più ci irretiscono e più vorrei stare lì e chiedere:

Hey signora Cascata!  Hey signor Arcobaleno! Ma non potete tornare insieme per sempre?

Ma sei matta? Ma non sai che tipo è lui?…appena piove, è capace di sparire per dei mesi, chè non la sopporta la tristezza.

Eh…tipico degli uomini…mi faccio sfuggire.

Sì, va bè…e allora lei?…Ma non lo senti il frastuono che fa? Se si arrabbia ti urla addosso tutta l’acqua del mondo!

Già…tipico delle donne…di alcune, mica di tutte. Ma del resto da una che si chiama Cascata, nessuno pretenderà mansuetudine e silenzio, dico io, o no?

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Io ed Eva, a Baños, decidiamo che ci dobbiamo voler bene. E andiamo alle terme, e ci fidiamo dei locali che ci dicono di abbandonare – e lo facciamo con non poca reticenza-  la piscina di acqua-brodo e di buttarci nella piscina acqua- iceberg. Dicono che il formicolio che sentiremo nei piedi e nel corpo fa buon sangue… Che dopo non saremo più come prima, dicono…Sarà…

Lo stesso giorno ci facciamo fare un massaggio colossale, perché abbiamo deciso che per una volta ci vogliamo bene.

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Passeggiamo per la città, tra gli abili maestri dolciari che tirano il caramello e tra i cuy, simpatici roditori, che qui, poveretti, vengono fatti alla griglia e che tanto mi ricordano le nostre nutrie, mannaggia, e quindi no, non ci facciamo convincere. Non li vogliamo mangiare i cuy, perché oggi l’abbiamo detto, l’abbiamo dichiarato, l’universo ne è testimone, oggi noi ci vogliamo bene. E infatti dirottiamo sulla pizzeria Leoni che è una cosa da restarci secchi,  e finita la pizza gigante che abbiamo condiviso, me ne prendo un’altra, piccola, gusto marinara con tanto di quel pomodoro e origano da sfamare la mia voglia di pomodoro e origano per tutta la vita e io sì, oggi, io mi sono proprio voluta un gran bene.

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Il giorno dopo, il giorno dopo il gran bene che mi sono voluta, decido che è tempo di volare.

C’è una casa a Baños, la casa sull’albero. E  in effetti c’è la casa e c’è l’albero e c’è pure l’altalena. E l’altalena viene lanciata nel vuoto di una vallata. L’altalena vola e tu con lei, se ci hai posato sopra il sedere, hai allungato le gambe per prendere la rincorsa, hai sistemato le anche, hai serrato le mani attorno alle corde, se ti hanno detto 1…2…3. Se hai fatto tutto questo è un attimo e sei già nel cielo e voli. Ho urlato forte, ho urlato tutto quello che c’era da urlare. Come urlano i bambini, ma non quando sono un po’ nervosi e un po’ a loro agio, ho urlato come i bambini quando scoppiano di gioia. Ho urlato in maniera proprio poco composta e aggraziata, o consona alla mia età (cosa poi è consono alla mia età e cosa no?) Ho liberato tutto…tutto fuori.

Tutto Fuori.

TUTTO FUORI, HO DETTO!

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AAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHH

UHHHHHHHHHHAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHH

AAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHH

Bellissimo. Lo è stato. Bellissimo.

Come ne avevo bisogno.

Come ne avevo, lo giuro, bisogno.

Eva se ne va la mattina seguente alle 5. Dalle cose che mi dice segue il mio futuro itinerario. Mangia qui, questo ostello è pulito, questo caffè è carinissimo e il proprietario è un tipo speciale, qui ti consiglio di non andare non ne vale la pena, è possibile che tu veda le balene, io le ho viste, e poi prenditi cura di te.

E tu di te.

Vieni qui che ti do un abbraccio (un altro abbraccio, non quello che mi ha salvato la vita). Eva, la prima donna, che sembrava passare in fretta invece è restata. Eva, e lo scopro solo poco prima di lasciarsi, che in realtà si chiama Heather, e le chiedo sbigottita perché si è cambiata il nome e mi dice che qui in Sud America non lo capisce nessuno. Ma io ti avrei capito, ragazza mia, e come minimo avremmo ballato Cicale Cicale o Disco Bambina in onore di quell’altra Heather e delle sue cosce lunghe che non finivano mai.

Lascio Baños il giorno dopo, di notte, e quando mi sveglio è già mare.

Ma qui è inverno e questo è un mare di vento senza sole; è il mare di Loredana Bertè. E’ decisamente un film in bianco e nero visto alla tv, per capirci.  Poco importa. Non posso avere il sole ma ho le balene. Ho le balene, santocielo. Saltano fuori dall’acqua e si rigettano in mare con una potenza, una vastità, uno splaaashhh da far tremare le tempie. E poi ritornano in superficie, maestose, che darei non so cosa per toccarle; e le ho vicine, nello stesso spazio mare. Che benedizione che abbiano voglia di farsi vedere da me, oggi.  Io così piccola, loro così l’opposto di piccole…eppure, si fanno carico dei miei desideri e si lasciano guardare…che benedizione. E si mostrano in tutte le angolazioni possibili…stanno sfilando.. Modello  megattera salterina, autunno-inverno.

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Mi sento svenire dall’emozione, ma un po’ è anche colpa del mare che più mosso non si può e non vedo l’ora di toccare terra. L’isola della Plata riserva altre sorprese. L’isola è secca e brulla e di un fascino rincretinente. I colori dell’isola se li sono presi tutti gli uccelli che la abitano. Le sule dalle zampe blu che ci guardano a punto interrogativo e la fregata che gonfia il petto rosso quasi a dire che di più belle non ce n’è manco se ti metti a piangere in cinese. La natura. Che cosa è la natura. Che cosa non è senza natura.

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Cuenca è l’ultimo posto che vedo in Ecuador. Fa freddo. Passeggio lungo le rive del fiume e mi fermo in un caffè.

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E’ la musica che mi attira. C’è un uomo che suona la chitarra e canta. E’ stonato e straziante. Io bevo una cioccolata calda servita dentro un barattolo; la canzone parla di un uomo e di una donna, ma non sono Cascata e Arcobaleno. La cioccolata parla di un sapore. La giornata parla di freddo. La gente parla di chiacchiere. E io mi rendo conto, come un fulmine a ciel per niente sereno, che è da tantissimo, da un tempo sconfinato che viaggio sola. E’ da un tempo sconfinato che non passo una giornata intera a parlare con qualcuno. Qualcuno che capisca tutto perfettamente. Qualcuno che capisca. E basta. Senza aggiungere, senza togliere…capisca.  Questo prendere coscienza, mentre il cantante stona e strazia e commuove, mi folgora, mi gela. Rigetto il pensiero con disagio, con un vago senso di ingiustizia. Sono mesi che le persone se ne vanno in fretta, Nessuna resta più di 3 giorni. Eva, come Alexandra, che conoscerò più avanti. Adorabile parigina, che mi regala alcuni vestiti – di cui uno in particolare, che è pura frivolezza fru fru – e caramelle al limone 

 O forse sono io quella che non resta. Sono io quella che se ne va.

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E infatti me ne vado, di nuovo. A Mancora, in Perù.

Ma il senso di ingiustizia mi si è appiccicato addosso. Tipo macchia di vino rosso su camicia di lino bianca. Chi sa come si fa toglierla è bravo forte.

Anche se c’è il mare e stavolta non è un film in bianco e nero visto alla tv. Anche se il sole scalda,  anche se qui in Perù fanno dei frullati che non me li scorderò più; anche se fanno pure i tramezzini, con l’avocado e il pomodoro e il formaggio,  anche se i menù di pesce sono tutti  a 3 euro, anche così…mi sento sola.

Porca puttana.

Sola.

Sola.

E.

Sola.

Niente di nuovo, si potrebbe pensare. E cerco di pensarlo. Da sola sei partita, mi dico. L’hai scelta la solitudine. La sai domare. Non ti fa paura. E non ti fa paura stare con te, senno mica ti barcamenavi in questa avventura. Lo sai fare. L’hai scelto.

Solo che.  A volte – a volte, badate bene –  questa parola è così austera. E’ così poco duttile. E’ sfinente. E’ stronza. E’ un completo assoluto disastro questa parola. E’ un deserto. E io ho sete.

Ho il diritto di sentirmi così? Chenneso. E chissenefrega. Mi ci sento. Punto.

Sola ci so stare, mi ripeto. Ma so, anche – e lo so e non mi dirò balle-  che c’è un tempo. E questo è il tempo in cui vorrei non starci.

Insomma. Un po’ di equilibrio! Emisfero Boreale e Emisfero Australe, voi due me lo avevate promesso. su quella linea gialla, accidenti, me lo avevate promesso. Mi avevate promesso l’uovo sulla testa di chiodo. Equilibrio. Un pochino. Eddai.

Mi sento strana da morire; mi sento,  forse davvero per la prima volta, arrabbiata. E’ come se mi fischiasse la testa. E’ come se mi fischiassero le mani e le braccia, le cosce e i gomiti. Mi fischiano le orecchie e le narici e infine mi fischiano i polmoni.

Me ne accorgo di notte. E il giorno dopo mia cugina, a migliaia di km, sentenzia: è bronchite. Mica è un medico, Chiara, ma non so perché, ha sempre ragione. E’ bronchite.

Da non crederci. Ho un autobus notturno la stessa sera. Ho un viaggio di 10 ore. Ed ho la bronchite. Il medico mi dà antibiotici. Li prendo di malavoglia. Mi fischia tutto. La rabbia assume il volto della frustrazione. Mi tengo stretta, mi cingo con le braccia. Forse mi do una carezza. Sì, me la do.

E’ così austera la parola sola.  E’ così poco duttile. E’ così sfinente. E’ così deserto. E’ così, cari tutti, un vero assoluto fottuto disastro.

Io lo so di cosa ho bisogno. Lo so. Ho bisogno di un abbraccio. Ho bisogno. Un bisogno folle, squilibrato, un bisogno mostro. Di un abbraccio lungo che mi spezzi le ossa. Ho bisogno di qualcuno che me lo dia. Sento che soffoco se non mi arriva. Non sarà la bronchite a togliermi il respiro, no, sarà questo abbraccio se non esiste. Più non stringe e più soffoco. E’ un paradosso a tutti gli effetti. E io ci sono dentro fino al collo. 

Sobbalzo. Il mototaxi è inciampato in una buca e i miei pensieri con lui. Sono costretta a cambiare posizione e ad alzare gli occhi al cielo. E guardando verso l’alto leggo una parola.

Monkey

Perché questo nome non mi è nuovo? Pago il taxi ed entro nella mia stanza. Frugo tra gli appunti ed ecco, i consigli di Eva…”Questo caffè è carinissimo e il proprietario è un tipo speciale…Monkey,  Mancora”

Ho tre ore…tra tre ore parto, tra tre ore dieci ore di autobus con bronchite, ma so dove devo andare. Tutto, o buona parte del tutto, si fa improvvisamente molto chiaro. E’ un segnale molto chiaro. Lo seguo.

La caffetteria è al secondo piano. Non avrei visto l’insegna se non fossi dovuta andare dal dottore. Se l’ambulatorio del dottore non si fosse trovato nella parte più periferica del paese non avrei preso un taxi e se non avessi preso un taxi e il taxi non fosse inciampato in una buca non avrei alzato lo sguardo. E in definitiva, la storia la conosciamo. Per fare un tavolo ci vuole un fiore. E bisogna credere al tavolo e anche al fiore.

Salgo le scale. Mi batte il cuore.

Entro, quasi in punta di piedi.

Lui alza lo sguardo, appoggia qualcosa che tiene in mano, e si avvicina.

Vorrei un the verde e quel biscotto al cioccolato.

Mi accomodo. Prendo il mio libro. leggo con pace, senza turbamento.

E’ il tempo presente che mi interessa. Non il viaggio di 10 ore. Non la bronchite stramaledetta. Non la paura.

Questo thè. Questo biscotto. Io seduta qui.

Latitudine  0°0′0″

Ci guardiamo e gli sorrido. Mi sorride anche lui. Parliamo con molta calma. Piano piano, sommessi. Ecco chi sono e cosa mi succede, adesso te lo dico. Un pezzo di biscotto, è un pezzo di racconto. Lo faccio perché so che lo devo fare. Come so quasi per certo che mi offrirà un altro thè. Me lo offre.

E’ il presente. E’ l’azione presente ed è talmente presente ( o meglio io sono talmente presente) che ne vedo il futuro immediato.

Gli dico che ho paura. Che sono ammalata. Che sono stanca. Che sto per prendere un autobus, gli dico. Che sono sola. Che non voglio essere sola. Mi ascolta, attento, attentissimo. Soppesa ogni singolo sospiro. Non dice molto, ma quel che dice ammorbidisce la mia angustia, disgrega la mia angoscia, restituisce una direzione, un senso. Non dice molto, dice pochissimo, ma quel che dice mi è di un conforto inesprimibile.

Il tempo sta passando. In genere mi affido e confido nella saggezza del viaggio. So che se due giorni fa ho comprato un biglietto c’ è una ragione anche se ora  non la comprendo. Ora come ora, comprendo solo che non ho voglia di farlo. Non voglio andare via.  Quest’uomo mi fa bene.

Entra anche una ragazza. E’ australiana. Pratica reiki. Avrei dovuto conoscerti prima, le dico. E poi c’è un cameriere gentile e pensieroso. E a un certo punto siamo in 4. Un quadrilatero sghembo. Io al bancone che pago. Uno che riceve, due che guardano e sono in ascolto.

Grazie del thè. Muovo mezzo passo indietro. Ma lui è già scivolato da dietro il bancone e mi raggiunge con una falcata fissandomi serio; io lo guardo in trance. So cosa sta per accadere ma non so come sarà. E se non è come dev’essere preferisco che non sia.

Ma lo è. E’ perfetto.

Eccolo il mio abbraccio spezzaossa, che più mi stringe più restituisce respiro e aria pulita ai mie polmoni. Eccolo il mio abbraccio, eccolo, diosanto. Eccolo il mio bisogno mostro, raccolto, ascoltato e assolto. Eccolo nel coraggio di due persone che si tengono.

Eccolo nel  coraggio di tenersi oltre un tempo ragionevole per due che sono poco più che estranei. E quando penso sia giusto lasciarsi sento che mi trattiene ancora un po’. E quando pensa sia giusto lasciarsi, lo trattengo io. Non andare via. Rimango.

Mi sussurra che andrà tutto bene. Che il viaggio andrà bene. Che la mia vita andrà bene. Mi dice. Non avere paura. Non averne. Sei in viaggio. E’ il tuo viaggio. E’ quel che è. Non avere paura.

E poi finite le parole, ci sciogliamo pianissimo, lentamente, in silenzio, con una cura, una comprensione, un impegno, una tenerezza che sono mio patrimonio per tutta la vita. Sono mio patrimonio per sempre.

Mi ha trafitto di dolcezza, quest’uomo. Mi ha scorticato di una delicatezza indicibile. Sto tornando dalla guerra, ma è una guerra dolce. Dove non si viene uccisi, ma salvati 

Suona Leonard Cohen. Arriva dal nulla, è l’ennesima imboscata, e  a questo punto non ci riuscirebbe nemmeno uno fatto di ferro a non piangere. Lo faccio con gli occhi bassi, ma non mi sottraggo allo sguardo del quadrilatero. Siamo arrivati tutti  4 dove si doveva arrivare. Alle mie lacrime.

Lei mi prende la mano destra e muove uno strumento che sembra un diapason e si inizia ad accordarmi le dita. Come se io stessa fossi una canzone. Quella che sta suonando ora.

“ …Hey darling that’s no way to say goodbye..

E’ vero, è così, non c’è un modo per dirsi arrivederci, soprattutto quando non vuoi farlo. O, proprio, semplicemente,  non ne sei capace.

Eppure confido nella saggezza del viaggio. Nella me che ha voluto prendere quel biglietto due giorni fa.

Lo faccio perché questa è una storia del tempo presente, la cui perfezione inizia e finisce qui. E’ una storia d’amore, ma non è una storia d’amore. Non è in atto un corteggiamento tra un uomo e una donna. Non c’è tra di noi quella tensione lì. Non sono Cascata, lui non è Arcobaleno. Non ci sposeremo, non avremo dei figli, non lo bacerò nemmeno. Quello che c’è, qui, in questa caffetteria, sono due esseri umani.

Uno aveva bisogno di ricevere. L’altro era in grado di dare.

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Sono a Haunchaco in Perù da più di una settimana. Mi sto curando. I giorni sembrano tutti uguali e forse lo sono.

Marine è francese, arriva dal sud del Perù, va verso l’Ecuador.

E qual è la tua prossima tappa?

Mancora.

Mi tremano le tempie, ancora, come se avessi visto una balena che salta.

Se ti do un biglietto, lo puoi recapitare a una persona. Non ho il suo contatto. So solo dove lavora. E il suo nome.

Si allarga in un sorriso luminoso.

Certo, puoi scommetterci.

                                                  

Caro J,

Sono arrivata nel corso degli anni  a una conclusione.

Ci sono vari modi per salvare una vita.

Non ero in pericolo di morte, ma ero in pericolo.

Ero sola. Ero spaventata. Ero sfinita.

Il tuo abbraccio mi ha salvato.

E non sai , non puoi sapere, quanto io te ne sia profondamente grata.

Dopo un paio di giorni mi trova su Facebook e mi risponde

Cara P,

Non ringraziarmi per quell’abbraccio. Ne avevo bisogno anch’io.

Vedi…è stato reciproco.

Latitudine 0°0’0’’. Emisfero Boreale. Emisfero Australe.

Un uovo sulla testa di un chiodo, sapete cosa fa?  

Non cade.


Canzone consigliata per la lettura: “Hey darling that’s no way to say goodbye” di Leonard Cohen

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