IL SENSO DEI COLORI. GUATEMALA (PARTE SECONDA) LAGO ATITLAN- SEMUC CHAMPEY- FLORES – ANTIGUA

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All’inizio lancio un sorriso diagonale, di sbieco, che lo so che l’hanno visto, perché me lo restituiscono di rovescio, come se i nostri rispettivi sorrisi stessero giocando una partita a tennis. Nessuno ha esagerato. Nessuno ha piazzato un ace, per capirci.

Però è sera a Flores. Ho mangiato per la terza volta consecutiva nel baracchino di queste signore – donne – famiglia (che sono certa che tra di loro c’è un legame di sangue, sennò non me lo spiego il taglio d’occhi uguale e la faccia buona, che sembra fatta con uno stampino che non ha risparmiato nessuna di loro)

Ho cenato guardando il sole che diventava tramonto che diventava ciao ciao buonanotte che diventava buio che diventava stelle che diventava una (che poi sarei io) che si alza dal muretto e passa per un vicolo e il vicolo mica lo sceglie a caso, va proprio là dove si sente una chitarra con almeno tre voci che le stanno dietro, alla chitarra.

E infatti sono in 5. Seduti su alcuni scalini davanti a un negozio di artigianato e cantano con un sentimento e una cura e una passione che sembra che quella sia davvero l’ultima cosa che faranno in questa vita. Ma non è così. E’ solo che cantare e suonare è una cosa seria, per cui o si fa con un cuore grande come un’isola (quella dove ci troviamo, per l’appunto) o proprio non si fa.

E quindi passo, ma mica ce la faccio ad andar via. Arrivo in fondo al vicolo e mi fermo. Li voglio ascoltare. Sto lì in piedi e aspetto 2 minuti. L’ostello è a dos cuadras e devo prepararmi: mi aspetta l’ennesima notte in bus per arrivare ad Antigua, ma è chiaro come la luce del sole che è appena andato a dormire, che me ne importa poco più di zero. Mi avvicino guardinga, come fanno gli animali quando gli prometti qualcosa da mangiare, ma resto comunque a distanza. Mi siedo su alcuni gradini. La musica mi arriva bene, ma non vedo i loro volti e mi sembra di rubargliela quasi, quindi mi faccio avanti, mi siedo proprio di fronte a loro.

Puedo?

Es un placer, amiga

(E’ un piacere, sì, ma è mio)

Come si muovono veloci le loro dita sull’unica chitarra, che man mano si passano. E le loro voci mi impressionano, perché salgono e salgono, che dici, quella nota lì com’è che la prendi, scusa? e le canzoni sono di un artista del Guatemala, mi dicono. E poi ce n’è una che è proprio dell’isola di Flores e si chiama “Linda morenae me la cantano guardandomi dritta negli occhi, come se fosse dedicata a me, che mi sento che avvampo di calore e divento tutta rossa. Compongono anche e mi fanno ascoltare le loro canzoni e applaudo alla fine di ognuna e urlo un Yuhuuuuuuu che li fa sorridere e questa volta, questa volta sì che è un ace.

L’isola di Flores si percorre tutta in 10 minuti e le persone fanno il bagno nel lago vestite. Ci entrano dentro così come arrivano dalla strada e sulla strada ci tornano, poi, bagnate dalla testa ai piedi. E li guardo sguazzare nell’acqua, nell’acqua che ha invaso la via, e adesso le macchine fanno i salti mortali per attraversarla, per evitare una delle tante pietrone sconnesse, rompimotore.

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L’acqua che è stato il minimo comune denominatore di ogni mio spostamento qui, in Guatemala.

Dell’insieme folle di centinaia di km in autobus.

Dell’intersezione tra una città e l’altra.

E dei miei sentimenti, che crescono in maniera esponenziale ogni giorno, e sono tutti numeri primi, di un’unicità che fa spavento, e il teorema è che o ci muori dietro a tutte queste emozioni, oppure ci vivi. E se ci vivi è una parabola. Crescente.

Allora domani sveglia alle 3?

Sì.

E partiamo alle 4?

Sì.

E come ci arriviamo alle pendici del vulcano?

Con la mia moto.

Ma siamo in 3.

Appunto.

La moto in questione è di Alessandro, un ragazzo italiano che lavoro nell’hotel dove mi trovo sul lago Atitlan. L’ho ribattezzato “l’impassibile” perché ad ogni mia richiesta, e poveretto ne ho una al giorno, risponde sempre sì, senza manifestare il minimo sentimento. Tant’è che gli chiedo spesso “Ma sei sicuro che è sì”

“Sì” mi risponde di rimando, con il volto da cui non traspare, lo giuro, neppure un briciolo, un granello, un bruscolo di emozione. E’ indecifrabile Alessandro e per questo mi piace molto. Perché è esattamente il mio contrario. Io, tutto un gran lavoro di mimica; lui, la mimica, l’ha mandata in pensione sembrerebbe da sempre.

E porta sul vulcano le due Patrizia: una sono io e l’altra è andalusa. E ci siamo conosciuti tutti sul lago, a San Pedro, e mentre la moto rampa su salite impossibili  penso, che no, non ce la farà mai a sopportare il peso dei nostri 3 corpi pressati, mentre ci aggrappiamo alla pancia di quello che abbiamo davanti e ci copriamo la faccia dal vento e dal buio che sembra quasi averci colti in flagrante, in tre, su una moto; e quindi per sfregio ci lancia addosso una serie infinita di cani, che evidentemente odiano le moto e quelli che ci stanno sopra e che cercano, con un certo rigore, di morderci i polpacci. E a me sembra di essere dentro un videogioco con livelli da superare e anche se la situazione è tragicomica mi viene molto più da ridere che da piangere.

E al vulcano ci arriviamo, e iniziamo a scalarlo col buio e il rumore di animali che non hanno forma ma solo suono. E ci sono le nostre pile a illuminare la strada.

1500 metri, 4 ore di salita mordiginocchia e toglirespiro. Io che le gambe me le sento molli, pesanti come due macigni, mentre si piegano su queste scale di terra e radici, che per farmi arrivare là in alto, vogliono in pegno tutto il sudore che ho, tutta la determinazione che ho, tutte, ma proprio tutte le articolazioni che ho. Con le anche che sbuffano e il cuore che pompa e il polmone che reclama e i piedi che si innervosiscono.

Là in alto, sopra le nubi.

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In alto, dobbiamo andare, a 1500 metri al di sopra del lago, che si vede lontano come uno specchio, come la carta stagnola con cui si faceva il laghetto nel presepe a 10 anni.

In alto dove, inspiegabilmente, ci metti poco a dimenticare quello che hai provato, per ore, in basso.

In alto, che per andare in alto, a meno che tu non abbia le ali, un po’ (più di un po’) di fatica la devi masticare.

In alto dove non hai parole, ma solo occhi e speri abbiamo più memoria possibile, i tuoi occhi. Che se lo ricordino bene, una di quelle volte in cui sei dentro la terra fangosa fino al collo, che invece in alto, in cima, hai saputo arrivarci.

Là in alto con un sole scriteriato che in un secondo mi ha bruciato gli zigomi e mi ha fatto venire la febbre per i 3 giorni seguenti, ma tanto chissenefrega: di giri in giro non li avrei potuti fare (dov’è che andavo con quelle gambe rotte di acido lattico e passione?)

Alessandro e la sua moto mi hanno portato a vedere tutti i paesini che si affacciano sul lago, San Jaun, San Pablo, San Marco. E a San Pablo, a piedi, è meglio non andarci, perché è possibile che il machete che utilizzano per aprire i cocchi, magari possa servire anche per dirti: adesso, bellamia, sgancia i soldi, please.

I paesini sul lago, con le donne che, al mattino, nel lago, lavano i propri panni e sé stesse. Il lago con le sue processioni della settimana santa da restarci secchi. Davanti i bambini con un accidente di legno in mano che fa un rumore infernale e che loro muovono con tutte le calorie che hanno in corpo ( lo vedi che proprio più di così non potrebbero fare, povere stelle). Il rumore assordante da pelle d’oca che assorbe tutti ma proprio tutti i pensieri miei e che accetto come la cosa più giusta e sacrosanta per me in quel momento, nella tua vita.

Rumore per dire Occhio! Apri le orecchie! Apri le orecchie che adesso passa il carro illuminato a neon con sopra Gesù. Ma prima lo precedono le preghiere degli uomini e poi le preghiere delle donne, schierati come squadre di calcio. Che se sei in una squadra non vai nell’altra. Stai lì dove sei. Punto.

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Schierati in uno dei momenti più importanti qui in Guatemala, la settimana Santa, che le processioni le ho viste alle tre di pomeriggio, con un sole massacro. E le donne avevano degli ombrellini salvatesta e credo anche salvavita. Le ho viste dal finestrino del mio autobus le processioni, che partivano da paesini battezzati con assi e cemento e lamiere, spiegazzati come un fazzoletto di carta usato e infognato in tasca, sparpagliati da tutte le parti, come le torte di panna fuori dal frigo. Sulla strada, davanti alla strada. L’unica strada. Collegamento col mondo, fuga dalla selva che è ovunque, in ogni lato sopra sotto e di traverso. Quei paesini con i chioschetti e la scritta Pepsi, e i polli e i maiali e l’unico negozio di alimentari dove il pezzo forte sono sempre e comunque, a oltranza, i sacchetti di patatine. Quei paesi che di sera hanno anche le lucine e che a volte mi hanno fatto pensare alla via Emilia, alle foto di Ghirri, alle balere, ai valzer, e alla piadina che qui si chiama tortilla ed è fatta col mais e dentro non ci si mette il prosciutto e il nonno nanni, ma i fagioli e il pollo.

In Italia canto anch’io…anch’io compongo. Solo che io, diversamente da voi, suono davvero davvero davvero male.

Sembra che gli importi poco la cosa (anzi affascina la mia dichiarazione di non velata incompetenza) e non so bene come e perché, ma ho già la chitarra in mano. E non è la prima volta da quando sono partita.

Mi scuso ancora per i pochi virtuosismi ai quali assisteranno  e attacco con “Ragazzo con gli occhi”.

Ragazzo dagli occhi blu…mi dici che i tuoi occhi son verdi, i tuoi occhi son verdi…

E mi rendo conto, mentre canto, che il senso del colore verde, la verità del verde, la laboriosità, l’audacia, l’incanto del verde, io l’ho capito qui in Guatemala, che è tutto, lo giuro, un groviglio assoluto di alberi e foglie.

 E ogni giorno, in questo viaggio, imparo qualcosa. Ma non di grande. Di piccolo. Di piccolissimo, a volte.

Il vero, compiuto senso di un colore; come un sorriso possa salvarti la vita; il tempo che serve per fare uno zaino; la pazienza fantasiosa di cui bisogna munirsi per passare da una parte all’altra di un Paese (come ho fatto io, girando come una trottola impazzita in Guatemala); che negli autobus notturni, tutti proprio tutti, c’è un freddo rimbecillente; che i soldi è meglio se li metti nel reggiseno o nelle mutande; che i miei capelli crescono come l’erba e come l’erba cambiano colore; che se non hai uno specchio, ci si può specchiare negli occhi degli altri, che a volte te lo restituiscono in maniera più che veritiera quello che sei.

Che c’è molta, molta luce dappertutto. Ma una luce..

C’è nell’impegno e nella dedizione con cui Nelson mi racconta il Tikal e cosa è successo quando in questo impero Maya – sopra il quale stiamo camminando-  arrivò improvvisamente Teotihuacan, la maggiore forza militare di quello che allora era il Centro America.

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Il Tikal, una civiltà nella selva, una piramide costruita ogni 20 anni, allineata ai movimenti della luna, alle stagioni e all’equinozio. Salgo in alto nella piramide più alta per guardarmi il tramonto, col sole che, stavolta, non scende sul mare, ma sulla distesa sterminata e incontenibile di alberi. Infinita che non ci si può credere, neanche ora che la vedo, neanche ora che non la posso negare tanto è vera.

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Con gli animali che appena si fa buio urlano il loro dominio, che quando è buio è meglio che non ci stai nella selva. Te lo urlano, per ricordarti le tue dimensioni, per ricordarti la giusta proporzione delle cose, dove tu non sei certo il termine di paragone. Fai una cosa: stacci di fronte alla natura: respira a pieni polmoni. Rispettala a piene intenzioni.

Di fronte.

Di fronte alle grotte di Semuc Champey dove entro con una candela che illumina i miei passi anche quando l’acqua mi arriva fino al collo, anche quando devo salire su pietre aiutandomi con le corde e con le scale pericolanti.

La natura delle piscine naturali, che mi arrampico per vederle dall’alto, con le solite gambe molli, pesanti come due macigni, che si piegano su scale di terra e radici.

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In Guatemala ci resto poco più di due settimane, e lo saluto da Antigua, città bellezza che scorgo una mattina da uno dei miei mille autobus e mi dico, cascasse il mondo, qui ci torno.

E infatti ci torno, per un giorno solo, per camminarci, e me la faccio tutta da una parte all’altra, che è piccolina, un gioiellino.

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Antigua e i suoi colori, che ti  prendono a schiaffi in faccia, Antigua e le sue chiese barocche ispaniche, alcune delle quali diroccate, con il lavatoio e i sassi che sono strada e   una mostra di burattini, e le candele che compro nel piazzale di San Francesco. E ogni colore ha un significato.

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Un momento, signore..me li voglio scrivere..Prendo il mio taccuino.

Perchè lo voglio capire bene, il senso dei colori

giallo…protezione degli adulti

bianco…protezione dei bambini

rosa…salute

verde…prosperità

azzurro…viaggio

blu…abbondanza

viola…penitenza

rosso…amore

Le prendo tutte

Tutte?

Sì…ma di quelle azzurre, me ne dia tre.

———————-

Canzone consigliata per la lettura: “Linda morena“, cantautore guatemalteco di Flores

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