QUANDO LE PERSONE CHE AMI ENTRANO NEL SOGNO CHE AMI: PURA VIDA. COSTA RICA (PARTE PRIMA). PUNTARENAS, SANTA TERESA, MONTEZUMA, MALPAIS, ALAJUELA

surf

Prendete ad esempio una persona – più specificatamente uomo, e più più specificatamente  padre – che si sta muovendo dietro di voi con commovente sollecitudine, in uno spazio ridotto di 1 metro x 1 metro – che possiamo definire, con una certa veridicità, cucina –  perché si è messo in testa che a sua figlia che non vede da tre mesi, lui, oggi, cucinerà le penne al ragù.

In Costa Rica.

4 sono le frontiere da attraversare da dove ti trovi tu in questo momento (ovvero Antigua, Guatemala, muchacha!).

Un altro modo non c’è vero?

No.

Ho qualche problema con le frontiere, ma tant’è…

48 sono più o meno le ore di viaggio. Filate.

Due giorni interi quindi?

Quasi… però nel mezzo si dorme almeno 8 ore in un alberghetto a San Salvador (mica vero, alla frontiera de El Salvador verrà fuori che la dolce ragazza bionda che si trova 7 poltrone più indietro ha avuto la brillante idea di fermarsi in Guatemala tre giorni in più rispetto a quanto consentito dalla legge e sull’autobus siamo tutti lì ad aspettare che la interroghino e che le chiedano scusa, ma com’è che te ne dovevi uscire e sei rimasta invece? E che lei risponda ecchenesò, mi son fatta prendere da un colpo di passione, che manco m’è passato per l’anticamera del cervello di andarmene e di lasciare il Gaute mio. E quindi, col cavolo che le ore sono 8, mi restano la bellezza di  2 ore e 45 minuti (di cui almeno 10 minuti mi servono per la doccia) e tra l’altro la stanza la condivido con la ragazza che ha avuto il colpo di passione, che da quel che ho capito le è costato più o meno 20 dollari, oltre al tempo strabenedetto di tutti noi)

48 ore di viaggio su un autobus che sembra una ghiacciaia e anche se indosso il maglione di lana spesso un dito e la giacca a vento spessa un braccio, e un maglia buttata alla bene e meglio sulla fronte, già intravedo, più che chiaramente, un cartello lampeggiante nella mia testa con la scritta SINUSITE a caratteri cubitali.

4 frontiere e ogni volta si scende dall’autobus per attraversarle, a piedi, le frontiere, una per una. E lì, fuori, ti ricordi istantaneamente – come se una vespa ti avesse punto laddove fa più male- che sei in Centro America e non in Alaska baby,  e se non ti togli immediatamente il maglione spesso un dito e la giacca a vento spessa un braccio e la maglia buttata alla bene e meglio sulla fronte, ti ritrovi boccheggiante a terra, schiacciato come un moscerino dal poco clemente sole tropicale.

Alla frontiera, per dichiarare che la foto sul passaporto sei davvero tu – ed è proprio inutile che la guardi così, non pensare che io sia felice delle mie orecchie in quella foto, e dei mie capelli tirati qui e là in quella foto e della fronte che non finisce mai in quella foto (e temo in generale).

Alla frontiera, dove controllano i polpastrelli delle tue dita, ma non per accertarsi se suoni o meno la chitarra, quanto per capire se quelle impronte digitali coincidano con qualcuno che di cose belle non ne ha fatte neanche un po’.

Alla frontiera, dove valutano la retina degli occhi tuoi e il fatto che tu non abbia la febbre o armi nei tuoi bagagli o frutta e verdura o male intenzioni o poco amore per il Paese in cui andrai.

Alla frontiera, dove c’è sempre chi vuole venderti qualcosa e cambiarti soldi o cambiarti l’umore o forse, anche, la vita.

Questa traversata demonio l’ho dovuta fare in questi tempi e in questi modi, perché nessuno dei piani che avevo programmato prima di partire (grazie a Dio)  è  stato rispettato e mi sono fatta trascinare da tutto fuorché dal  “Ma io dovevo fare così”

Solo che ora un piano da rispettare ce l’ho.

E non lo posso stravolgere. Il mio piano sono 3 persone, legate a me dallo stesso sangue, dallo stesso affetto, dalla stessa casa e famiglia, che mesi fa hanno detto: Ti veniamo a trovare. E io ho risposto, sì, cavolo sì. E loro, Costa Rica? E io: Sì, cavolo, sì. E loro: inizi aprile? E io: Sì, certo che sì.

Mia madre

Mio padre

Mia zia

Sorvolano, i tre, un oceano con scalo a Miami. Partenza da Malpensa, ore 11.

Nel frattempo io, sola, mi faccio sballottare i sogni e il sedere da questo autobus impossibile, attraversando 4 Paesi del Centro America e pensando – non smetto di pensare –  a come sarà rivederli, che dopo tutto quello che ho vissuto qui,  a me, lo giuro,  non sembra di essere via da 3 mesi ma da 3 anni.

Io che qui non ho radici, aspetto che le mie radici arrivino a me.

Io che qui non ho storia, aspetto che la mia storia mi venga a cercare.

Io che qui non ho volti noti, aspetto che i volti più noti della mia vita si facciano trovare, tra la folla dell’aeroporto di San Jose, dove aspetto da circa un’ora con Luis, un taxista con cui nel tempo di un amen ci siamo già raccontati rispettiva vita mia/vita tua con tanto di foto, titoli, sottotitoli.

Luis che di anni ne ha solo 10 più di me e più di me ha anche 9 figli, e 2000 nipoti.

Com’è diversa la sua storia dalla mia.

Storia di padri.

Storia di madri.

Storia di figli.

cavalli

Ci vuole poco, il tempo di un aeroporto, lo spazio di un secondo, per rendersi conto che in realtà non sei mai partita per davvero.. quanto meno da loro.

Dai loro occhi, dal loro sguardo.

I loro occhi che mi vedono mentre mi sbraccio allungandomi a destra e sinistra… Sono quiiiiiiiii! Bruciata dal sole e dal sonno, con i capelli più lunghi e aggrovigliati, qualche kg in meno, le occhiaia di chi non dorme da mo’, le infradito di chi non ha altre scarpe e un sorriso che comincia da un orecchio e finisce nell’altro ( ma facendo tutto il giro della testa, a 360°)

Eccoci, annodati in un abbraccio stretto e lungo e naturale e intenso e tanto desiderato. Un abbraccio di quelli che solo gli aeroporti e le stazioni possono regalare. Che solo gli aeroporti e le stazioni sanno sostenere.

Eccoci. Siamo qui, tutti e 4, dall’altra parte del mondo.

Qui, proprio qui, per impararci in un modo nuovo. Per scoprire cose che non sapevamo, che non si possono sapere mentre si parla seduti sul divano di casa, quando la teoria resta solo teoria e la pratica non esiste.

Ed eccomi, nei panni di viaggiatrice mentre contratto un passaggio, parlo in spagnolo, chiedo un’informazione, capisco come arrivare da A a B e cosa fare una volta arrivati a B, mi muovo a destra e sinistra, su, già di lato e non ho pace finché le cose da vedere non le ho viste proprie tutte.

Quello che mi ha insegnato la strada in questi mesi, lo comprendo chiaro, limpido, repentino osservando i loro volti stupiti, rapiti, incuriositi da questa figlia, da questa nipote da sempre matta, ipersensibile, senza protezioni, con i nervi scoperti, incapace di occultare la benché minima emozione, paralizzata in caso di dolore, con la lacrima facile, imprudentemente fragile, eppure, sì, capace di combattere..

Che se c’è da combattere, allora va bene, combattiamo.

solemtto

Cosa significa essere genitori? Io non lo so. Non me lo immagino nemmeno.

Cosa significa essere genitori quando i desideri di un figlio arrivano come fulmini a ciel sereno e poco conta se hai un ombrello a portata di mano.

Quando “mamma, papà ho una cosa importante da dirvi”. E la cosa importante non ha il volto di nessuna delle cose che ci si aspetterebbe da una donna della mia età. Non ti sposi, non sei in dolce attesa e manco sei innamorata (anche se in senso lato, sì, lo sei, di tutto).

Cosa significa essere genitori quando tua figlia ti sta dicendo che sta per partire? Da sola. In moto perpetuo per molto tempo. In viaggio, senza fermarsi. Alla mercè del mondo. 

E il mondo sì, sa picchiare duro

E quanto costa essere genitori e comprendere (con fatica, ma nettamente)  che folle, alla fine di tutto, sarebbe non sostenerlo questo progetto, perché  lo vedi, lo sai, lo senti: è la cosa giusta.  E quindi, che si fotta la paura: Fai una cosa Patti, vai e sii felice.

Io non lo so cosa significa essere genitori, ma so che non apparteniamo a nessuno, nemmeno a chi ci ha dato la vita.  Non apparteniamo a nessuno, se non ai nostri sogni, che in vita ci tengono.

Storia di padri

Storia di madri

Storia di figli

Cosa hai pensato quando ti ho detto che partivo, papà?

Ho pensato che da te mi potevo aspettare di tutto. Anche questo.

Hai paura?

No. Ma devi stare attenta. Sempre. Occhi aperti, sempre. Non abbassare la guardia. Mai.

E mangia!

I kg che ho perso in questi mesi li ho ripresi tutti in due settimane. Ci ha pensato mio padre. Col ragù, col filetto, con le polpette, col parmigiano che mi ha portato fin qua.

Che anche se davvero non hai alcun bisogno di riprenderli quei kg, anzi, semmai, dovresti perderne altri, per loro, per i tuoi genitori, la cura di tutto si riassume, inevitabilmente, nella medicina alimentare abbondantemente somministrata a pranzo e a cena.

Mamma, sei preoccupata?

No. Ti ho vista qui. E ho visto le magie che ti succedono. Vai avanti.

Perché è così: se inizi col sorriso, non puoi in nessun modo fallire. La parola che segue è inevitabilmente un sì, l’azione che segue è inevitabilmente aprire, mai chiudere.

Se hai voglia di sorridere alla gente (e ne hai voglia per davvero), stai dicendo senza mezzi termini un’unica cosa: desidero essere parte della tua parte.

Della tua parte in questa terra.

Se sorridi a uno sconosciuto, sconosciuto non è più.

E’ uno come te, che magari all’improvviso decide di regalarti il suo cappello, di darti un passaggio, di suggerirti un’informazione preziosa, di dirti ciao, di accertarsi che tu stia bene, di aprirti le porte della sua parte in questo mondo.

Mia zia dice che faccio parlare anche i morti. E’ vero. Ho in serbo molte molte domande. Ho voglia di ascoltare molte molte risposte. Mi interessa la vita degli altri. Sono partita per questo. Per incontrare le persone. Per capire quanto lontano/quanto vicino siamo. E sono sempre più dell’idea di quanto vicino…

Usciamo da questi 14 giorni insieme tutti più ricchi, benché a Santa Teresa, sull’oceano Pacifico, abbiamo masticato la polvere dalla strada secca (e adesso so che la polvere ha un sapore dolciastro che ricorda la lavorazione delle bietole, quando ancora ne hanno di robe da fare prima di  tramutarsi  in zucchero), una specie di purgatorio inevitabile prima di accedere alle spiagge divine che ci hanno stregato con le basse maree, con quei 300 passi per arrivare al mare, con i tramonti da nodo alla gola, con le palme e con i cocchi che se cadono giù ti rompono la testa ( e una volta, dalla palma è caduta una bestia di iguana imponente e distaccato a pochi metri da noi, che a quel punto, quasi, preferivo il cocco).

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Usciamo più ricchi, incantati dal vulcano Poas, dal suo cratere nel quale si adagia un lago blublu che emana gas solforosi; stregati dal parco de la Paz, dal suo mariposario, dalle farfalle che ti scelgono, che scelgono la tua mano, non quella di qualcun altro. E se è te che vogliono, la parola privilegio impari in fretta cosa significhi.

farfalla

PICCOLO DIZIONARIO DI PERSONE  IMPORTANTI IN CASO DI PURA VIDA.

Immaginatevi, per un attimo, un popolo ( di persone solari più del sole, che te li mangeresti a colazione ) che si saluta per strada dicendosi Pura vida; che per rispondere “Prego” lancia un Pura vida, che per esprimere il fatto di star bene ammicca un Pura Vida che se c’è da esultare in vari modi palesando uno stato di intoccabile beatitudine attacca con un Pura vida, da farti girare la testa

Pura vida, porca miseria, non ciaociao arrivederci, grazie, sto bene

P  U  R  A   V  I  D  A

Cosa c’è da aggiungere a quelle due parole arcibelle lì?

Il massimo è già stato raggiunto, se la vita è pura. Non così così, bellina, mezza che mi piace e mezza no, buona o cattiva, ingiusta, scellerata, magnifica, scoppiettante e malinconica feroce.

Se è pura, la vita, anche quando ci scaraventa da tutte le parti e ci lascia sbrindellati e in mutande, se è pura e pura si presenta a noi, allora sì, allora, siamo a cavallo.

Tutto si accetta dentro la purezza.

Il bene e il male insieme.

Tutto si accetta. Così com’è

La vuoi in saldo? al 50%? o diluita, magari?

No no. La prendo tutta. 

Così.

Com’è.

La Pura Vida ci arriva forte e chiara, sotto forma di persone che sono come carezze delicate e massicce insieme di cui ci innamoriamo tutti, io, mio padre, mia madre e mia zia e che non vorremo lasciare mai.

CARLOS TAXISTA POETAIl nostro benvenuto in questa parte di mondo, in questa parte di centro America è un’anima lunga sostenuta da due gambe magre, e un modo di camminare un po’ ciondolante di chi non sa bene dove mettere i piedi: Carlos, figlio di Luis. Taxista pure lui.

Contrattiamo (ottimo prezzo, grazie Carlos) per un viaggio lungo: penisola di Nicoya sull’oceano Pacifico. Ci vogliono circa 6 ore e in mezzo, alle sei ore, c’è pure un traghetto da prendere e in mezzo a tutto ciò c’è il viaggio che ci portiamo sulle spalle (loro in aereo, io in autobus).

Dal traghetto vediamo il tramonto, Carlos che è spaventato dall’acqua  -e da ciò che si muove sull’acqua in generale – incrocia quelle gambe lunghe da fenicottero che si ritrova e muove il piede nervosamente.

Hey Carlos come va?

Insomma…

Senti.. quando arriviamo, ci farebbe molto piacere cenassi con noi. Ti va?

Ci lancia un sorrisone emozionato che non so se essere più felice o più riconoscente o più arrabbiata, ché non puoi lanciarmi un sorriso così senza darmi almeno 10 minuti di preavviso.

Quando scendiamo dal traghetto ci aspettano ancora 44 km su strade impossibili. L’insofferenza e lo scoramento generale stanno avendo la meglio, ma lui placa il malumore, con il suo di umore che tutto è tranne che malo.

Si mette a cantare con una voce da tenore che ci lascia secchi. Canzoni messicane che chiedo prontamente io (poiché sono innamorata persa dei mariachi), ma anche costaricensi e italiane!

Attacca quindi con Baglioni e io, mia madre e mia zia lo seguiamo senza pensarci su mezzo secondo.. Che lei, lei era un piccolo grande amoreeee..solo un piccolo grande amoreeee

E quando crediamo che ci abbia steso con la sua voce tenorile, ci infligge un’altra stilettata recitandoci una poesia da lui composta. Carlos…che a sto punto, vorrei tirargli un pugno, tanto mi ha fatto emozionare senza prepararmi prima, lasciandomi a bocca aperta dentro un taxi senza aria condizionata, sballottato qua e là, ammaliata dal suo cuore puro, dalla sua maniera di ridere imbarazzato all’improvviso, dalla fame maledetta che ha, mentre si divora mezzo kg di costine sotto l’approvazione benevola di tutti noi, che in Emilia Romagna, quando mangi tanto e di gusto non puoi essere una persona cattiva. Carlos che ci benedice, che ci augura il meglio, che continua a scriverci anche i giorni seguenti. Carlos che rincontriamo a San Jose, con la naturalezza con cui si incontra un vecchio amico, una persona cara, e ceniamo con lui – che si è vestito di tutto punto –  riconoscendo la stessa fame, lo stesso sorriso, la delicatezza delle sue parole, il pudore, la timidezza, la voglia di stare con noi. Incanto. Questo è lui. Questo è Carlos.

ARTURO TAXISTA SCONQUASSATOArturo ci viene a prendere una sera che ci siamo persi nella polverosissima fornace di Santa Teresa, per andare in un ristorante che sembra essere scomparso dalla faccia della terra o meglio ancora, mai esistito. Arriva Arturo con un taxi che non è un taxi, ma un macchinone post-bellico che ha sopportato  tutte le guerre dal 1918 in avanti. Arturo sgangherato come la sua macchina, e io gli voglio già bene. Al suo modo di saltellare qua e là e di chiederci mille volte se è tutto ok. Arturo, come di consueto, lo massacro di domande. Chiseicosafaidadovevienistaibnetipiacelavorarequi…Risponde a tutto, unendo tutte le dita della mano destra con una gestualità partenopea che forse riserva solo a noi, visto che siamo italiani. Nato e cresciuto in un quartiere marcio e pericoloso di San Jose, è riuscito ad andar via, a comprarsi una casetta in collina e a vivere a Santa Teresa. E mi dice che lui, qui, è l’uomo più ricco del mondo, perché vede i tramonti e a quella vita là non ci torna manco morto. Molto dura la vita di prima Arturo?

Ah mi reina! (qui ti chiamano regina, non so se rendo) Usted no se puede imaginar.

Spiegami, raccontami. Vuole, ma non può. Mi vuole proteggere da quei racconti, da quella vita che le mie orecchie, a suo parere, non dovrebbero conoscere. Mi vuole proteggere da quella roba lì, dal mondo quando è spaventoso, quando è indicibile. E controlla il mio volto per essere certo che non lo stia giudicando, che non abbia un’opinione diversa ora. No Arturo. Mi piaci e basta, tu e la tua macchina, che davvero, sai? Siamo tutti un po’ come lei, con la targa accartocciata e mezza rotta, con i freni che funzionano così così e con un motore  offeso dalle indecenti buche di questa strada, ma che comunque, alla faccia di tutti, continua a lavorare, a muoversi e che grazie al cielo non ci lascia a piedi.

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ETE EX BANCARIO, ORA RISTORATORE DELLA SODA NARANJA: Quest’uomo è un folletto. Arriva al tavolo, con quello sguardo pieno zeppo di parole, che esprime più o meno “Adesso una cosa te la voglio proprio dire: Grazie di essere qui.”

La soda è come la nostra trattoria. Si mangia tipico e in teoria più economico. Ete ha un modo di fare, di accoglierti, di ascoltarti, di premurarsi che tu stia bene, che in treminutitre ci ha già conquistati tutti. Torniamo due volte, e vorremmo già prenotare per la terza, ma la domenica, lo siento mucho,  chiudiamo.

E allora ci scambiamo, vicendevolmente le ricette e il polipo fallo così, e i gamberi invece così, per fare il pesce alla griglia meglio se utilizzi questa spezia.

E ci parla di Gorgonzola, dove lui è stato in Italia e dei formaggi che gli piacevano da matti e del fatto che ci vuol tornare. Senti Ete, tu ci parli di Gorgonzola, in provincia di Milano e noi siamo di Parma a due passi, facciamo una cosa, vuoi? Vieni a trovarci. 

Certo! Pura vida!

EMILIANO, 100% TOSCANO: Si chiama Emiliano, ma è toscano. E qui, in Costarica ci vive da un mucchio d’anni, quando a Santa Teresa la gente si muoveva a cavallo scalza e non c’era niente. E lui mica era un cuoco, ma amava cucinare. E sua moglie  gli ha detto, senti facciamo un ristorante, ci proviamo? Sì, proviamoci. Il pesce che abbiamo mangiato da lui,  l’abbiamo stampato nella testa e nello stomaco, e lì resta . Riconosciamo un tocco italiano, un giusto che non è né troppo e né poco, una cura, un’attenzione, una maestria, che adesso però lo vogliamo conoscere questo chef. 

Sono sempre un po’ preoccupato,  ci dice quest’uomo dagli occhi belli e intensissimi, quando so che ci sono degli italiani. Voglio fare bene.  Hai fatto bene, Emiliano, hai fatto più che bene. Ci hai sbalorditi. E molti chef italiani dovrebbero imparare da te. Si emoziona, tocca la spalla di mio padre. Grazie, risponde…non sai come sono importanti queste parole. Questo toscanaccio, che col talento straordinario che si trova in dote, l’umiltà potrebbe mandarla a quel paese, se la tiene invece bella stretta. Stretta, che non se ne vada. Stretta come solo i grandi uomini sanno fare.

MICHELE E IL MONDO SOTTO: Michele di Roma, più di vent’anni fa, si è regalato una settimana a Montezuma, nella penisola di Nicoya (dove io ho trascorso i primi 4 giorni con la mia famiglia). Dopo la settimana è tornato a casa, ha fatto le valige e ha preso il primo volo per la in Costa Rica. Per restarci. Per sempre. Michele ci porta a vedere isla tortuga e isla coco, con la sua barchetta magica.

Spero mi farete la cortesia di passeggiare sott’acqua con me.

Bè sì che te la facciamo la cortesia. Anche se mi sembra, piuttosto, che tu la stia facendo a noi.

Io e mia mamma. Prima lei, che non smette di stupirmi, mentre la guardo con le bombole e le pinne che si butta a piè pari. E sulla barca Ezechiele, un ragazzo argentino che lavora con Michele commenta: è una donna coraggiosa. Sì, lo è. Davvero. E scende in fretta, mentre io ci metto molto più tempo, perché mi viene da ridere e non ci credo, che posso stare sott’acqua per davvero tutto quel tempo e vedere i coralli e le stelle marine e graffiarmi le gambe con gli scogli che stanno in fondo, nel fondo del mare. Michele ci porta ovunque, sopra il filo del mare e ci fa mangiare pesce pescato la mattina stessa e ci parla di questo mondo che l’ha accolto e nel quale lui vive semplicemente, senza comprarsi un vestito, perché è sempre in barca, mangiando  la frutta dei suoi alberi, pagando  40 dollari al mese per  la luce e se vuoi andare al ristorante ogni tanto ci vai. Un mondo dove si va scalzi e scalzi si riceve la natura. Grazie natura. E il suo amore e il suo rispetto è talmente profondo, che sono certa, arriva fino all’ultimo pesce del mare.

JACOPO E LAURA A Santa Teresa dormiamo nel loro appartamento. Qui, per la prima volta, riassaporo il senso di casa, di vestiti buttati un po’ ovunque, della libertà divina di non dover mettere lucchetti. Riassaporo il senso di avere un divano. Santo cielo, il divano. Laura e Jacopo sono due pionieri. Son venuti qui e hanno capito che qui sarebbero stati felici. Con il loro bar, che chiude la sera, e a dormire si va alle 9 che è già buio pesto e le giornate poi iniziano alle 5 di mattina. E  sai cosa? le persone che arrivano facciamo di tutto perché questo posto, che è selvaggio e duro e faticoso anche, lo possano capire e amare. Ci indirizzano sempre verso la meraviglia. E qui, non è difficile incontrarla, la meraviglia.

CAMERIERE BALLERINOL’ho battezzato così, perché continua ad ondeggiare come se fosse un alga nel mare. Non c’è una parte del suo corpo che possa essere definita immobile. Questo ragazzo balla anche mentre prende l’ordinazione e se lo fissi tanto ti si incrociano gli occhi. E’ catalano e si è trasferito a Montezuma e a casa, in Spagna, mica ci vuol tornare. E ci dice che la paella è meglio se la prendiamo per tre, perché è grande; e quando ce la porta osserva soddisfatto il nostro stupore, perché sì, è grande, e perché no, non ha detto alcuna fesseria. Anche il suo sorriso balla e io per un attimo vorrei abbracciarlo talmente stretto per vedere se si ferma . Ma poi penso che no.  Se uno ha il ritmo in corpo, diosanto, che balli!

CAMERIERA SENZA PIANI: Ci  racconti  che sei arrivata alla spiaggia di  Malpais con tuo marito, senza un lavoro, senza niente, ma che tutto è andato bene.

Ce lo racconti di fronte a un tramonto irreale che tinge di rosso anche le nostre facce sbigottite (davvero puoi arrivare a tanto, Natura mia?)

Se fai dei piani non funzionano, mi sveli mentre ci porti i gamberi al cocco e al mango. Bisogna aver fiducia.

“Mia mamma mi diceva sempre, perché stai male prima che succeda qualcosa? E’ una stupidaggine, vedi? Se poi succede sei stata male due volte; se non succede, sei stata male inutilmente.”

Sì, ti rispondo, lo dice anche la mia.

Affidati, lascia fluire, affidati e lascia fluire,  affidati e lascia fluire.

 Pura, ma proprio pura Vida.

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canzone consigliata per la lettura: “Malaqueña salerosa”,  repertorio mariachi

IL SENSO DEI COLORI. GUATEMALA (PARTE SECONDA) LAGO ATITLAN- SEMUC CHAMPEY- FLORES – ANTIGUA

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All’inizio lancio un sorriso diagonale, di sbieco, che lo so che l’hanno visto, perché me lo restituiscono di rovescio, come se i nostri rispettivi sorrisi stessero giocando una partita a tennis. Nessuno ha esagerato. Nessuno ha piazzato un ace, per capirci.

Però è sera a Flores. Ho mangiato per la terza volta consecutiva nel baracchino di queste signore – donne – famiglia (che sono certa che tra di loro c’è un legame di sangue, sennò non me lo spiego il taglio d’occhi uguale e la faccia buona, che sembra fatta con uno stampino che non ha risparmiato nessuna di loro)

Ho cenato guardando il sole che diventava tramonto che diventava ciao ciao buonanotte che diventava buio che diventava stelle che diventava una (che poi sarei io) che si alza dal muretto e passa per un vicolo e il vicolo mica lo sceglie a caso, va proprio là dove si sente una chitarra con almeno tre voci che le stanno dietro, alla chitarra.

E infatti sono in 5. Seduti su alcuni scalini davanti a un negozio di artigianato e cantano con un sentimento e una cura e una passione che sembra che quella sia davvero l’ultima cosa che faranno in questa vita. Ma non è così. E’ solo che cantare e suonare è una cosa seria, per cui o si fa con un cuore grande come un’isola (quella dove ci troviamo, per l’appunto) o proprio non si fa.

E quindi passo, ma mica ce la faccio ad andar via. Arrivo in fondo al vicolo e mi fermo. Li voglio ascoltare. Sto lì in piedi e aspetto 2 minuti. L’ostello è a dos cuadras e devo prepararmi: mi aspetta l’ennesima notte in bus per arrivare ad Antigua, ma è chiaro come la luce del sole che è appena andato a dormire, che me ne importa poco più di zero. Mi avvicino guardinga, come fanno gli animali quando gli prometti qualcosa da mangiare, ma resto comunque a distanza. Mi siedo su alcuni gradini. La musica mi arriva bene, ma non vedo i loro volti e mi sembra di rubargliela quasi, quindi mi faccio avanti, mi siedo proprio di fronte a loro.

Puedo?

Es un placer, amiga

(E’ un piacere, sì, ma è mio)

Come si muovono veloci le loro dita sull’unica chitarra, che man mano si passano. E le loro voci mi impressionano, perché salgono e salgono, che dici, quella nota lì com’è che la prendi, scusa? e le canzoni sono di un artista del Guatemala, mi dicono. E poi ce n’è una che è proprio dell’isola di Flores e si chiama “Linda morenae me la cantano guardandomi dritta negli occhi, come se fosse dedicata a me, che mi sento che avvampo di calore e divento tutta rossa. Compongono anche e mi fanno ascoltare le loro canzoni e applaudo alla fine di ognuna e urlo un Yuhuuuuuuu che li fa sorridere e questa volta, questa volta sì che è un ace.

L’isola di Flores si percorre tutta in 10 minuti e le persone fanno il bagno nel lago vestite. Ci entrano dentro così come arrivano dalla strada e sulla strada ci tornano, poi, bagnate dalla testa ai piedi. E li guardo sguazzare nell’acqua, nell’acqua che ha invaso la via, e adesso le macchine fanno i salti mortali per attraversarla, per evitare una delle tante pietrone sconnesse, rompimotore.

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L’acqua che è stato il minimo comune denominatore di ogni mio spostamento qui, in Guatemala.

Dell’insieme folle di centinaia di km in autobus.

Dell’intersezione tra una città e l’altra.

E dei miei sentimenti, che crescono in maniera esponenziale ogni giorno, e sono tutti numeri primi, di un’unicità che fa spavento, e il teorema è che o ci muori dietro a tutte queste emozioni, oppure ci vivi. E se ci vivi è una parabola. Crescente.

Allora domani sveglia alle 3?

Sì.

E partiamo alle 4?

Sì.

E come ci arriviamo alle pendici del vulcano?

Con la mia moto.

Ma siamo in 3.

Appunto.

La moto in questione è di Alessandro, un ragazzo italiano che lavoro nell’hotel dove mi trovo sul lago Atitlan. L’ho ribattezzato “l’impassibile” perché ad ogni mia richiesta, e poveretto ne ho una al giorno, risponde sempre sì, senza manifestare il minimo sentimento. Tant’è che gli chiedo spesso “Ma sei sicuro che è sì”

“Sì” mi risponde di rimando, con il volto da cui non traspare, lo giuro, neppure un briciolo, un granello, un bruscolo di emozione. E’ indecifrabile Alessandro e per questo mi piace molto. Perché è esattamente il mio contrario. Io, tutto un gran lavoro di mimica; lui, la mimica, l’ha mandata in pensione sembrerebbe da sempre.

E porta sul vulcano le due Patrizia: una sono io e l’altra è andalusa. E ci siamo conosciuti tutti sul lago, a San Pedro, e mentre la moto rampa su salite impossibili  penso, che no, non ce la farà mai a sopportare il peso dei nostri 3 corpi pressati, mentre ci aggrappiamo alla pancia di quello che abbiamo davanti e ci copriamo la faccia dal vento e dal buio che sembra quasi averci colti in flagrante, in tre, su una moto; e quindi per sfregio ci lancia addosso una serie infinita di cani, che evidentemente odiano le moto e quelli che ci stanno sopra e che cercano, con un certo rigore, di morderci i polpacci. E a me sembra di essere dentro un videogioco con livelli da superare e anche se la situazione è tragicomica mi viene molto più da ridere che da piangere.

E al vulcano ci arriviamo, e iniziamo a scalarlo col buio e il rumore di animali che non hanno forma ma solo suono. E ci sono le nostre pile a illuminare la strada.

1500 metri, 4 ore di salita mordiginocchia e toglirespiro. Io che le gambe me le sento molli, pesanti come due macigni, mentre si piegano su queste scale di terra e radici, che per farmi arrivare là in alto, vogliono in pegno tutto il sudore che ho, tutta la determinazione che ho, tutte, ma proprio tutte le articolazioni che ho. Con le anche che sbuffano e il cuore che pompa e il polmone che reclama e i piedi che si innervosiscono.

Là in alto, sopra le nubi.

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In alto, dobbiamo andare, a 1500 metri al di sopra del lago, che si vede lontano come uno specchio, come la carta stagnola con cui si faceva il laghetto nel presepe a 10 anni.

In alto dove, inspiegabilmente, ci metti poco a dimenticare quello che hai provato, per ore, in basso.

In alto, che per andare in alto, a meno che tu non abbia le ali, un po’ (più di un po’) di fatica la devi masticare.

In alto dove non hai parole, ma solo occhi e speri abbiamo più memoria possibile, i tuoi occhi. Che se lo ricordino bene, una di quelle volte in cui sei dentro la terra fangosa fino al collo, che invece in alto, in cima, hai saputo arrivarci.

Là in alto con un sole scriteriato che in un secondo mi ha bruciato gli zigomi e mi ha fatto venire la febbre per i 3 giorni seguenti, ma tanto chissenefrega: di giri in giro non li avrei potuti fare (dov’è che andavo con quelle gambe rotte di acido lattico e passione?)

Alessandro e la sua moto mi hanno portato a vedere tutti i paesini che si affacciano sul lago, San Jaun, San Pablo, San Marco. E a San Pablo, a piedi, è meglio non andarci, perché è possibile che il machete che utilizzano per aprire i cocchi, magari possa servire anche per dirti: adesso, bellamia, sgancia i soldi, please.

I paesini sul lago, con le donne che, al mattino, nel lago, lavano i propri panni e sé stesse. Il lago con le sue processioni della settimana santa da restarci secchi. Davanti i bambini con un accidente di legno in mano che fa un rumore infernale e che loro muovono con tutte le calorie che hanno in corpo ( lo vedi che proprio più di così non potrebbero fare, povere stelle). Il rumore assordante da pelle d’oca che assorbe tutti ma proprio tutti i pensieri miei e che accetto come la cosa più giusta e sacrosanta per me in quel momento, nella tua vita.

Rumore per dire Occhio! Apri le orecchie! Apri le orecchie che adesso passa il carro illuminato a neon con sopra Gesù. Ma prima lo precedono le preghiere degli uomini e poi le preghiere delle donne, schierati come squadre di calcio. Che se sei in una squadra non vai nell’altra. Stai lì dove sei. Punto.

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Schierati in uno dei momenti più importanti qui in Guatemala, la settimana Santa, che le processioni le ho viste alle tre di pomeriggio, con un sole massacro. E le donne avevano degli ombrellini salvatesta e credo anche salvavita. Le ho viste dal finestrino del mio autobus le processioni, che partivano da paesini battezzati con assi e cemento e lamiere, spiegazzati come un fazzoletto di carta usato e infognato in tasca, sparpagliati da tutte le parti, come le torte di panna fuori dal frigo. Sulla strada, davanti alla strada. L’unica strada. Collegamento col mondo, fuga dalla selva che è ovunque, in ogni lato sopra sotto e di traverso. Quei paesini con i chioschetti e la scritta Pepsi, e i polli e i maiali e l’unico negozio di alimentari dove il pezzo forte sono sempre e comunque, a oltranza, i sacchetti di patatine. Quei paesi che di sera hanno anche le lucine e che a volte mi hanno fatto pensare alla via Emilia, alle foto di Ghirri, alle balere, ai valzer, e alla piadina che qui si chiama tortilla ed è fatta col mais e dentro non ci si mette il prosciutto e il nonno nanni, ma i fagioli e il pollo.

In Italia canto anch’io…anch’io compongo. Solo che io, diversamente da voi, suono davvero davvero davvero male.

Sembra che gli importi poco la cosa (anzi affascina la mia dichiarazione di non velata incompetenza) e non so bene come e perché, ma ho già la chitarra in mano. E non è la prima volta da quando sono partita.

Mi scuso ancora per i pochi virtuosismi ai quali assisteranno  e attacco con “Ragazzo con gli occhi”.

Ragazzo dagli occhi blu…mi dici che i tuoi occhi son verdi, i tuoi occhi son verdi…

E mi rendo conto, mentre canto, che il senso del colore verde, la verità del verde, la laboriosità, l’audacia, l’incanto del verde, io l’ho capito qui in Guatemala, che è tutto, lo giuro, un groviglio assoluto di alberi e foglie.

 E ogni giorno, in questo viaggio, imparo qualcosa. Ma non di grande. Di piccolo. Di piccolissimo, a volte.

Il vero, compiuto senso di un colore; come un sorriso possa salvarti la vita; il tempo che serve per fare uno zaino; la pazienza fantasiosa di cui bisogna munirsi per passare da una parte all’altra di un Paese (come ho fatto io, girando come una trottola impazzita in Guatemala); che negli autobus notturni, tutti proprio tutti, c’è un freddo rimbecillente; che i soldi è meglio se li metti nel reggiseno o nelle mutande; che i miei capelli crescono come l’erba e come l’erba cambiano colore; che se non hai uno specchio, ci si può specchiare negli occhi degli altri, che a volte te lo restituiscono in maniera più che veritiera quello che sei.

Che c’è molta, molta luce dappertutto. Ma una luce..

C’è nell’impegno e nella dedizione con cui Nelson mi racconta il Tikal e cosa è successo quando in questo impero Maya – sopra il quale stiamo camminando-  arrivò improvvisamente Teotihuacan, la maggiore forza militare di quello che allora era il Centro America.

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Il Tikal, una civiltà nella selva, una piramide costruita ogni 20 anni, allineata ai movimenti della luna, alle stagioni e all’equinozio. Salgo in alto nella piramide più alta per guardarmi il tramonto, col sole che, stavolta, non scende sul mare, ma sulla distesa sterminata e incontenibile di alberi. Infinita che non ci si può credere, neanche ora che la vedo, neanche ora che non la posso negare tanto è vera.

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Con gli animali che appena si fa buio urlano il loro dominio, che quando è buio è meglio che non ci stai nella selva. Te lo urlano, per ricordarti le tue dimensioni, per ricordarti la giusta proporzione delle cose, dove tu non sei certo il termine di paragone. Fai una cosa: stacci di fronte alla natura: respira a pieni polmoni. Rispettala a piene intenzioni.

Di fronte.

Di fronte alle grotte di Semuc Champey dove entro con una candela che illumina i miei passi anche quando l’acqua mi arriva fino al collo, anche quando devo salire su pietre aiutandomi con le corde e con le scale pericolanti.

La natura delle piscine naturali, che mi arrampico per vederle dall’alto, con le solite gambe molli, pesanti come due macigni, che si piegano su scale di terra e radici.

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In Guatemala ci resto poco più di due settimane, e lo saluto da Antigua, città bellezza che scorgo una mattina da uno dei miei mille autobus e mi dico, cascasse il mondo, qui ci torno.

E infatti ci torno, per un giorno solo, per camminarci, e me la faccio tutta da una parte all’altra, che è piccolina, un gioiellino.

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Antigua e i suoi colori, che ti  prendono a schiaffi in faccia, Antigua e le sue chiese barocche ispaniche, alcune delle quali diroccate, con il lavatoio e i sassi che sono strada e   una mostra di burattini, e le candele che compro nel piazzale di San Francesco. E ogni colore ha un significato.

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Un momento, signore..me li voglio scrivere..Prendo il mio taccuino.

Perchè lo voglio capire bene, il senso dei colori

giallo…protezione degli adulti

bianco…protezione dei bambini

rosa…salute

verde…prosperità

azzurro…viaggio

blu…abbondanza

viola…penitenza

rosso…amore

Le prendo tutte

Tutte?

Sì…ma di quelle azzurre, me ne dia tre.

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Canzone consigliata per la lettura: “Linda morena“, cantautore guatemalteco di Flores