POTETE ANCHE DERUBARMI, MA NON DI TUTTO. GUATEMALA (PARTE PRIMA) SAN PEDRO, LAGO ATITLAN

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Cucù!

Ciao! Ma sei davvero chi penso che tu sia?

Eh, mi sa di sì…

Come ti posso chiamare?

Come fanno tutti direi…Balena. O anche “Hey Wonderful Mrs. Balena!

Ma mica ci credo. E’ impossibile. Sei davvero davanti a me e ti vedo. Ti vedo. Non sei quella che si è mangiata Pinocchio e Geppetto e visto che non sei bianca, immagino tu non abbia niente a che spartire con il Capitano Achab, no? C’entri niente con i racconti, con i libri, con Quark e con Piero Angela. C’entri niente con i disegni che facevo di te quando avevo 8 anni e mio fratello, che ne aveva 11, mi spiegava tutte le questioni scientifiche di come respiri e nuoti e di cosa ti nutri e no Patti, non si dice pesce è un mammifero marino e si chiama cetaceo.

Ci ho messo 36 anni per vederti, ma alla fine, porca la miseria ladra, ce l’ho fatta.

E non ci sei solo tu!

Ci sono centinaia di delfini che nuotano, piroettano e saltano vicino a questa barchetta che sta trasportando 7 anime spalancate alla meraviglia di un’alba rossoamore, di un mare che si sveglia tutto insieme,  che ha fame e che si agita, e sale in superficie e si mostra e esiste tutti i giorni, non solo ora che sono qui a vederlo con gli occhi miei. E mi butto in acqua rapida – che quasi mi rompo una gamba, tanto agile (non) sono –  per nuotare con i delfini, perché li voglio vicini, perché li voglio toccare, perché voglio anch’io una pinna caudale come motore di tutto.

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Ma sono rapidi, urka se sono rapidi e devono danzare e devono cimentarsi in evoluzioni acrobatiche che meriterebbero tutti i clap clap di questo mondo. Che bella che è questa squadra di nuoto sincronizzato, dentro, fuori, e su spingiti in aria e  saliiiii e scendiiii e ruota e ok, primo premio, ve lo assegno io, che mica sono un giudice, ma voglio proprio vedere se qualcuno ha il coraggio di trovare qualcosa di più incondizionatamente perfetto della natura all’alba (della natura in qualsiasi benedetto, sacrosanto, momento)

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Sento il sibilo che producono sott’acqua e lo sento forte e mi convinco che stanno cercando di  dire qualcosa pure a me

Ciao- come stai? – spostati o ti investiamo! – Ti piace stare qui? – Dovresti migliorare il tuo modo di nuotare – Hai un bel costume – Non trovi che l’acqua sia fantastica oggi?- E’ bella la vita, sì lo pensiamo anche noi. 

Hey Wonderful Mrs. Balena?

Dimmi tutto

Sei mai stata innamorata tu?

Di un Wonderful Mr. Baleno?

No, intendo di un pezzo di mare. Sei mai stata tanto innamorata di un pezzo di mare che anche se tutti se ne andavano da altre parti, perché magari di cose da mangiare non ce n’erano più, oppure perché faceva un freddobestia, oppure perché c’erano poi altre robe da vedere in fondo (nel fondo) – e quindi voglio dire adesso ciao io levo le tende – tu invece testarda come pochi, ci rimanevi in quel posto?

Mica per altro, mica per fare la diversa, il bastian contrario della situazione. E’ che più o meno in quel pezzo di mare ci avevi messo le radici, in pratica…E come si fa, a quel punto a sradicarle, le radici?

Oh!! Che bella che sei quando respiri!

In realtà sto sbuffando…Ma io dico mi parli di radici… a me che vivo nel mare. Che radici vuoi che possa mettere io qui sotto. Se non mi sposto non sono io, se non mi sposta non è mare.

E’ la mia natura.

Non riesco a lasciare Zipolite.

Non preoccuparti. Sarà Zipolite a lasciare te.

A me, Alice e Flor è successa la magia in questo mese di permanenza a Zipolite, sull’Oceano Pacifico,  in Messico. Abbiamo avuto un tempo infinito e l’abbiamo speso per capire chisseitu chissonoio, abbiamo parlato, sul serio, fissandoci negli occhi, senza abbassare lo sguardo mai, andando nel profondo, tremendamente faticosamente nel profondo, mostrando rispettive ferite e  conseguenti  cicatrici, vedendo rispettive ferite e conseguenti antiestetiche cicatrici. Ci si cura come si può, ci si rammenda a casaccio, si cuce in fretta con urgenza, e a puttane tutto il resto.

noi tre

Abbiamo vuotato il sacco. Non abbiamo tenuto niente.

A me è successo questo (sono certa che lo vedi quanto è complicato e doloroso è questo) e questo mi ha fatto sentire e così e con questo ho dovuto combattere e questo ha cambiato il mio modo di percepire e sentire e apprendere e dare e ricevere e questo ora, indiscutibilmente, fa parte di me. Eccolo il nostro pacchetto  “azione-reazione-conseguenza” che ci portiamo dietro come un fagotto, quasi una coperta di Linus, di cui ormai non conosciamo più il peso, il colore, la consistenza, perché fa parte di noi e basta.

E’ vero che siamo la risultante di esperienze vissute che non tornano indietro, ma se qualcuno ci offre prospettive nuove, possibilità per vedere la spinosa questione in maniera inconsueta, inaspettata e addirittura  ci mette in testa che sai cosa? puoi cambiare, puoi cambiare il tuo fagotto, soprattutto se è un fardello, soprattutto se non ti piace, soprattutto se non va d’accordo con te; ecco, allora, c’è da drizzare le orecchie, ragazzi.

Oppure ancor meglio, sai cosa puoi fare? puoi farci la pace, con questo fardello.

Io, Flor e Alice ci siamo pettinate i sentimenti, quelli più intricati. Abbiamo cullato le nostre paure, abbiamo offerto un estintore alle emozioni che andavano a fuoco, abbiamo scaldato ciò che di noi aveva freddo, e addomesticato ciò che era bestiale e selvatico.

E’ successa, nella spiaggia di Zipolite la magia tra tre donne connesse al posto e connesse tra di loro e una notte le stelle ci hanno fatto venire voglia di piangere, perché venivano buttate fuori dalla schiuma delle onde bianchissima ed era il cielo più illuminato che avessi visto in vita mia. E noi ridevamo come pazze di fronte alla meraviglia e un uomo si è fermato per dirci “Ragazze, non fate il bagno di notte, che è pericoloso” e noi abbiamo detto, che no, che non eravamo ubriache, ma solo felici. E a volte, da fuori, le due cose si possono confondere.

Dritte sulle nostre spine dorsali siamo piombate in un silenzio rispettoso e tombale di fronte al suono dell’oceano. E poi ognuna di noi ha chiesto e promesso.

Ascoltavo la voce di Alice e quella di Flor e le sentivo così familiari, così note, come se fossero mie da anni, dalla vita intera. Lo spagnolo di un’italiana, di una francese e di una argentina.

I limiti di un’italiana, di una francese di un’argentina. Le mie braccia buttate sulle spalle di una francese e di un’argentina, con i nostri colli vicini e il nostro respiro calmo e regolare  e le mani  intrecciate come si fa da bambini quando si è appena finito di giocare a stregacomandacolori o a guardie e ladri.

Incamminandoci verso casa Alice si è fermata un attimo e ha urlato: c’è la fosforescenza!!

Il plancton illuminava l’acqua e anche la sabbia ogni volta che la spostavamo con i nostri piedi e sembrava che un tappeto di luce accogliesse i nostri passi, come per dirci che avevamo fatto qualcosa di nobile e grande, come se stessimo tornando da una battaglia atroce e avessimo vinto noi.

Io e Alice avevamo nuotato a Puerto Escondido in una laguna e il fenomeno della bioluminescenza l’avevamo visto sulla nostra pelle, sui nostri capelli, sulle nostre mani, marchiato sulle braccia. La laguna nera nera nera, e il plancton quasi a ricordare che nero nero nero non è nulla.

E il plancton brilla quando lo muovi per difesa, e questa cosa mi ha fatto tanto pensare. Che cosa succederebbe se per difenderci, ogni volta che abbiamo paura, ci mettessimo tutti a brillare? Non a sbraitare e nemmeno a prenderci a sberle e calci o a tremare come foglie o a offenderci, bestemmiandoci contro tutto il male del mondo. Se di fronte alla paura, quella vera, fossimo in grado di brillare, di risplendere? Chissà come sarebbe il mondo al di sopra del mare.

Sembrerà irreale ma molto di quello che abbiamo chiesto quella notte è arrivato, in forma diversa, a tutte e tre, nel corso dei giorni. Occasioni in cui metterci alla prova. Possibilità di cambiare in piccolo che poi è già mostruosamente grande. Nuove strutture emotive nelle quali incastrarci, teorie che necessitavano pratiche. L’hai chiesto, adesso vediamo cosa sai fare?

E le balene, ve lo dico io, non mentono mai.

Io non ero capace di lasciare Zipolite, e quindi Zipolite ha lasciato me.

E una domenica qualunque, nel tempo di pochi minuti ho preso una decisione procrastinata per giorni e settimane. Ho comprato un biglietto per Tapachula, alla frontiera con il Guatemala e il giorno seguente, con un nodo tremendo alla gola, con la testa che girava come se fossi febbricitante o come se mi avessero preso a pugni, con tante (diosanto quante) lacrime sparpagliate qui e là come per innaffiare un terreno, in cui, in un modo o nell’altro avevo seminato, senza voltarmi, senza ripensarci, a denti stretti, sono andata via.

Non la voglio edulcorare la mia vita qui.

Non voglio dire che tutto va bene se in realtà no, tutto non va bene.

Non voglio che si pensi che viaggiare in solitaria sia uno scherzo.

Non voglio fingere di non essere stata accerchiata alla frontiera, di non aver capito bene cosa stesse succedendo perché ero stanca, ero spossata, avevo viaggiato una notte intera per 12 ore.

Non voglio omettere il fatto che tutti mi stavano addosso e dovevo cambiare i soldi e mi osservavano e volevano (cosa volevano?) dirmi o vendermi qualcosa.

Non voglio dimenticare che avevo perso i miei  lucchetti; i lucchetti che ogni volta chiudono tutto, e salvaguardano le pochissime ed essenziali cose che mi porto dietro e che mi servono.

Non farò finta di non aver sentito cosa mi ha detto la signora mentre mi timbrava il passaporto: tu adesso lo metti via e per nessuna ragione, nessuna, lo tiri fuori.

Non vi posso tralasciare come la frontiera sia terra di nessuno e nessuno vi possa aiutare. Nessuno.

E quindi mai e poi mai attraversarla a piedi.

Mai a e poi mai da soli.

Non ho intenzione di ignorare che a un certo punto erano in 8 e mi chiedevano soldi e che comunque non so come ma ho avuto la forza di dire che no, che non era giusto, che tutti quelli che mi chiedevano non li avrei dati, ma che alla fine ne ho dovuti dare, senno da quella situazione non ne uscivo.

Non posso nascondere la vergogna, la frustrazione, la mortificazione di scoprire molte ore dopo che al mio bagaglio mancavano all’appello la go pro che mi aveva regalato Aldo, un tablet e la mia borsa delle medicine, che vista da fuori può sembrare una borsa con soldi o gioielli.

Sono solo cose, Pinci

Sì, ma mi hanno rubato anche il coraggio, Massi.

Sono certo che non te l’hanno portato via tutto. Credevi che il mondo sarebbe stato solo gentile con te?

Credevo sarei stata più scaltra.

E’ passata. E’ un’esperienza in più. Lasciala dove deve stare, nel passato. Utilizzala per crescere.

Mio fratello e mia sorella potrebbero, a questo punto, via whatsapp, iniziare una serie di: Avresti dovuto…perché non hai fatto..come mai ti sei cacciata in questa situazione…sei stata incosciente…

Ma non lo fanno. Nessuno dovrebbe farlo. Io sono una donna e viaggio sola e tengo gli occhi aperti, splancati, e dire che sto attenta è dire poco.

Ma sono anche un essere umano. E a volte sono stanca. A volte sono annebbiata. A volte sono senza forze. E queste cose capitano in questi momenti.

Le mie debolezze qui, non sono diverse da quelle che ho (che abbiamo tutti) a casa, solo che io non sono a casa. E non sono nemmeno come il plancton e di fronte alla paura, purtroppo, non ho saputo brillare.

Per Arrivare a San Pedro sul lago Atitlan, Guatemala, ho dovuto viaggiare 24 ore senza fermarmi: un autobus notturno di 12 ore, 5 chicken bus e una barca.

legna

Su e giù con borse e zaino, su e giù in continuazione, con la voglia di fare la pipì trattenuta per ore e ore (che non puoi pensare ad altro, a nessun’altra cosa in questo mondo se non al fatto che devi fare la pipì), con una stanchezza orrore, oscena e senza aver mangiato nulla per quasi un giorno intero.

Arrivo abbattuta, stremata, distrutta  e accuso i primi postumi della paura: non mi lascio aiutare da nessuno, non sorrido quasi, mi guardo in giro timorosa, ma questo signore, Jose, ugualmente ha deciso che chissenefrega se questa europea viziata e cogliona non si sa comportare (ma io non sono così normalmente, lo giuro!) adesso le faccio vedere dove può dormire.

Il primo hotel è pieno, il secondo anche, il terzo ha un’infinità di scale. No, mi dispiace non ce la faccio…boccheggio dopo le prime tre rampe, non mangio e non dormo da un giorno, ma il quarto hotel, grazie al cielo,  ha una stanza per me, col bagno in camera e sono sul lago e me lo posso permettere: 6 euro e 50 al giorno.

Mi fermo qui. Grazie.

lago

Ritrovo un pezzo di sorriso, seppur molto debole.

Mi faccio la doccia, altro piccolo pezzo di sorriso riconquistato.

La battaglia è dura, lo giuro, ma adesso pian piano me lo restituite tutto.

Ordino una cotoletta (grande, per favore) con patatine (tante, per favore) e mi si illuminano gli occhi quando la vedo arrivare.

La signora della lavanderia in tre ore mi consegna tutti i panni lavati e piegati e ho voglia di abbracciarla.

Piombo in un sonno profondo e abissale. Non sono ancora guarita. Ho bisogno di vedere il lago la mattina, col sole, con le stradine con la gente, con la legna che viene trasportata e tagliata per strada, con i paesini che si affacciano sull’acqua blublu. Mi manca ancora qualcosa, qualcosa che risolva la mia paura e…la trovo nei negozi. Mica la compro, magari si potesse.  Ma mi rendo conto che qui, per dire “Prego” si dice “No tengas pena”

No tengas pena, non ti affliggere, non aver paura, non preoccuparti.

E compro il riso….Gracias, No tengas pena

E compro l’olio…No tengas pena

E il mango, i pomodori, i cetrioli e ovviamente l’avocado…No tengas pena

E anche due dolcetti e del pane…No tengas pena.

Va bene. Va bene. D’accordo, va bene.

Non ci penso più. Me lo state dicendo in tanti. E io farò come mi dite.

Voltiamo pagina.

Guatemala, eccomi. Raccontami. Dimmi un po’: chi sei tu?

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Canzone consigliata per la lettura: “Maps” Yeah yeah yeahs

IL POSTO SENZA NULLA PIU’ PIENO CHE C’E’. MESSICO (PARTE QUINTA) ZIPOLITE-PUERTO ESCONDIDO

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Zipolite è il posto senza nulla più pieno che c’è

Presente, no, quando una frase ti gira in testa? Dei giri lunghi e arzigogolati nella testa tua.

Dei giri che sembra che a un certo punto se ne sia andata per sempre, in vacanza, con un collettivo di quelli che si prendono qui, tutti ammassati e tutti traballini che se non ti tieni salda caschi giù in strada, come una pera dall’albero . E invece no! Col cavolo che se n’è andata per davvero! E’ ancora lì, che gira e gira e non trova pace e gira, sta frase benedetta.

Mica è mia. E’ di un amico, che qui c’è stato anni fa e che mi ha detto: sai cosa? Lì ci devi proprio andare.

E io, che sono una che i consigli li ascolta (a volte, e non so dire quali volte), qui ci sono proprio venuta.

 Zipolite è mia.

Ma qui bisogna specificare l’utilizzo che faccio io di questo imponente pronome possessivo.

Per me “mio” ha acquisito, negli anni, una valenza molto più strutturata (e nobile? si va beh…) rispetto all’idea di arcinoto, arcibasico, arcitedioso possesso. E’ più legato al sentire, che all’avere.

Il mio “mio” è il titolo di un libro di Erri de Luca “Tu, mio”, dove l’unica mediazione tra ciò che si desidera possedere e la dichiarazione dell’avvenuto possesso è una virgola. Una distanza piccola, una crepa innocua, un sospiro velato, il tempo necessario per soppesare le forze in gioco.

Nessuna esigenza di spiegare. Che è concisa, risolta e secca la questione. La verbosità lasciamola a sintassi sentimentali più articolate.

Il mio “mio” significa che ti ho preso, eccome se ti ho preso, ti ho agguantato e non ti faccio più andare via, ti ho scelto (però un po’ mi hai scelto anche tu),  ti ho compreso, ti ho mangiato, ti ho custodito e ti ho cuorizzato.

Allora dopo tutte queste cose, che ho fatto, vuoi non essere mio?

PICCOLE QUOTIDIANE INASPETTATE MAGIE A ZIPOLITE

UNO.

Zipolite non mi lascia andar via, i giorni passano e io resto qui. Che stregoneria è mai questa, insomma, si può sapere? Questo posto mi chiama come le Sirene chiamavano Ulisse e io mica ho la forza di volontà di Ulisse, per dirla tutta. Potrei dire ad Alice e Flor, adesso mettetemi su un cavolo di bus per il Guatemala, legatemi alla poltrona e lasciatemi lì.

Ma io non sono come Ulisse. Io cedo. Subito. Al primo Laaaaaaa, laaaaa, laaaa di sirene. Già sono andata. Fritta. Irreparabilmente innamorata.

Lo accolgo questo canto e mi metto ad ascoltarlo con tutte le orecchie che ho, che sono due, e che non bastano mai.. Mi comprometto con te, Zipolite. Mi prendo questa responsabilità. Me la prendo, va bene? 

Facciamo naufragare le parole “Progetti”, “Piani”, “Scadenze”. Che se non sanno galleggiare ci sarà pure un motivo. Che se non hanno imparato a nuotare non possiamo farcene una colpa. O no? I tempi sono tutti diversi rispetto a quello che immaginavo quand’ero a casa sul mio divano e non ero sporca di sale, di  sabbia e dei sorrisi della gente. E quando  in un posto la persone iniziano a chiamarti per nome, significa che in quel posto stai mettendo radici e quindi sei palesemente fottuto e andar via, è certo, ti costerà più di una lacrima (quel momento, che sta arrivando…mi fa una paura, ma una paura..)

DUE.

Il posto senza nulla più pieno che c’è.

Due negozi in croce, una pseudo-discoteca  sempre vuota (definitivamente, inesorabilmente vuota), che mi lascia perplessa e mi affascina terribilmente, un gelataio (una pallina sola con un gusto solo, ma il cono può essere anche di cioccolato se vuoi) , una panetteria sempre chiusa, che comunque non vende pane, 2 o 3 ristoranti (cucina Messicana, per lo più), una farmacia che non è una farmacia, ma un negozio di prodotti per il corpo. Due o tre alimentari, la ragazza incinta con gli occhi dolci come il caramello che fa il pollo alla griglia con cipolle e patate. Poi c’è la “Posada Mexico” che è “mia” (vedi sopra e sotto) e c’è pure Giorgione un signore di Torino che vende salumi Italiani e, cascasse il mondo, oggi mi mangio un panino con la mortadella. Zipolite negli ultimi 20 anni è stata massacrata da due uragani e la parte finale della spiaggia è tutta sbrindellata. Con scheletri di cemento, spogliati dal bambù e dal legno; con cerotti troppo provvisori per buchi troppo ingordi. E nessuno si prende la briga di aggiustarla. Che se ti piace è così, se non ti piace ciao, vai pure caro.

Eppure a me sembra che a Zipolite sia sempre il 29 febbraio. Un giorno senza tempo, una cosa eccezionale e per questo straniante che porta ammirazione e disagio, diffidenza e improvviso, baldanzoso, buonumore. Il 29 febbraio è il giorno albino del calendario. Tutto bianco, da riempire come si vuole e come si può. E’ il giorno più vuoto e più pieno che possa esistere. Come Zipolite

TRE 

Una mattina-alba ho visto la palla di luce che avvolgeva uomini e donne che camminavano e correvano sulla spiaggia, alcuni nudi altri no. (A Zipolite scegli tu come stare, nessuno ti verrà a chiedere spiegazioni sui vestiti che hai scelto di metterti o di toglierti). La luce sembrava innaturale. Era quasi più sensato pensare che non si trattasse di un’alba, quanto di una porta (presente il teletrasporto di Star Trek?) che avrebbe catapultato le persone in un altro luogo, tipo in Cina. Me li sono immaginati tutti accaldati dalla corsa, nudi, sudati, con gli occhiali da sole e i piedi insabbiati, ritrovarsi, all’improvviso, a Shanghai!

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Il vento giocava pesante quella mattina, e i pellicani si allineavano per poi scendere in picchiata.

Ascoltavo una canzone dei Sigur Rós e in pochi secondi mi sono resa conto che la canzone assumeva il ruolo di colonna sonora di quello che stavo vedendo. Salivano i bassi e la batteria e gli strumenti tutti in un climax violento e scellerato quando i gabbiani e i pellicani si alzavano all’unisono e le onde sbranavano il cielo e poi si spogliava di tutto, la canzone, quando il mare si calmava e l’equilibrio, saggiamente, si riassestava. Restava, a quel punto, solo la voce dilatata del cantante ad accompagnare il suono dell’oceano  (perché tanto anche anche se alzi il volume è sempre più forte lui).

Ho pensato fosse una suggestione. Ma no. Non lo era.

Era semplicemente, credo, l’armonia del tutto.  

Della musica nelle mie orecchie, della natura nei miei occhi, della pace in me.

Ho pensato in quel momento alla morte. Per la prima volta nella mia vita l’ho pensata come una cosa semplice. Ho pensato che le persone che amiamo, una volta che necessariamente devono dirci ciao, è lì che vanno a finire: tra le onde, i pellicani e l’alba. Proprio lì, da nessun altra parte, se non lì. La natura continua il suo corso, non smette il mare di ululare, il sole di sorgere, i gabbiani di mangiarsi il pesce. E le persone che amiamo sono parte della natura pure loro, nel posto più sicuro del mondo, perché la bellezza non rifiuta nessuno.

QUATTRO

In quasi due settimane qui, ho dormito in 3 posti diversi. La Posada Mexico, la prima, meraviglia delle meraviglie. Sembrerà strano ma la mia cotta per Zipolite è iniziata qui, nella mia cabaña sopraelevata sull’oceano.

IMG_0995 Dopo 3 notti l’ho dovuta lasciare con un groppo alla gola, perché ahimè era già prenotata da mo’. Quella stessa sera, però, vedendomi così amareggiata, mi hanno fatto una sorpresa. Allo stesso prezzo (un prezzo davvero davvero davvero di favore), mi hanno dato la possibilità di fermarmi una notte in più e di stare in un’altra cabaña. Una suite! Col bagno in camera! (Il lusso più grande che mi sia capitato negli ultimi due mesi!) Alla mia sincera passione per quel posto, hanno risposto con altrettanta sincera passione. Avevo bisogno di ricevere e mi hanno dato. A una sconosciuta, a una chennesochiseitu, a una di passaggio. Hanno dato a me, che prima non ero nessuno, ma che adesso sono un nome e una storia intrecciata alla loro.

Il sesto giorno mi sono spostata all’ostello Carrizo, e anche qui ho avuto una stanza mia, che il primo giorno, per una serie di coincidenze fortunate e incredibili ho pagato solo  2 euro.

Dopo 3 giorni a Puerto Escondido, al mio ritorno, sono finita nella Posada Navidad, per una notte. Prova piuttosto ardua… diciamo che il bagno della suddetta Posada è impresso nella mia testa a lettere di fuoco (e io sono una che si adatta e che sia adatta a quasi tutto), ma sto cercando, piano piano, di dimenticarlo.

Infine sono tornata al Carrizo, dove ora condivido la stanza con Flor.

Tutti questi spostamenti sono avvenuti in un raggio di 100 metri. A 100 metri realtà diametralmente opposte e io le ho vissute tutte.

CINQUE

Un giorno io e Alice (Alice che ho conosciuto a Oaxaca e che avevo perso, ora è a Zipolite, e insieme a Flor siamo inseparabili) abbiamo pensato che avremmo dovuto spogliarci di tutto e affrontare l’oceano, e noi stesse anche. Ci siamo buttate nelle onde e abbiamo iniziato a gridare forte, fortissimo, tutto quello che siamo e tutto quello che avremmo dovuto cambiare e tutto quello che non vogliamo più sentirci dire e tutto quello che non permetteremo più che ci venga detto.

Ma soprattutto celebravamo la vita. E urlavamo la nostra gioia. Ridendo come si ride quando hai fame di ridere e ballando tra le onde come si balla quando hai fame di ballare. Porta via tutto mare! Tutto!

Solo la nostra umanità lasciacela. Lasciaci sbagliate e imperfette, che andiamo bene così.

Ho gridato tanto che non avevo più voce e Alice che aveva il mal di gola l’ha peggiorato un bel po’, e alla sera le ho dovuto dare il Benagol.

A me piace molto parlare e avevo molto da dire,  ma più di una volta l’oceano mi ha fatto bere, quasi a dirmi ok, va bene, ma adesso zitta un po’ eh.

PUERTO ESCONDIDO

Nascere non è una cosa facile.

Chiedetelo alle tartarughe se è facile.

Vi diranno no, che non lo è. Che dentro l’uovo-pallina da ping pong ci stavano bene. L’uovo che ho avuto il privilegio di tenere tra le mie mani ed era caldo e pulsava. Pulsava di un cuore tartaruga, nelle mani di un cuore umano. E e io le dicevo, vedrai che bello che è qui, e lei mi rispondeva, non sai quanto è bello qui!

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Eh…hai ragione.

Il giorno dopo la pallina da ping pong si è schiusa e le teste nere delle tartarughe hanno fatto capolino dal nido di sabbia (creato per loro dai volontari. Persone che tutta la notte camminano avanti e indietro sulla spiaggia per recuperare le uova che, altrimenti, sarebbero spacciate)

I volontari le hanno aspettate, una a una, le tartarughe nere, e le hanno messe in un recinto.

Non è ancora ora di buttarsi nell’oceano.

Perché? Chiedono le tartarughe tutte in solluchero, con l’ansia incontenibile della vita.

Perché ci sono i gabbiani… ce ne sono tanti ora, e mica vengono a dirti ciao, benvenuta in questo mondo. Ti vengano a mangiare, capisci?

Eh sì, che capisco. In pratica sono nata da 2 minuti ed già è tutto un gran casino.

Aspettiamo le 17 30, le 18…quando i gabbiani sono distratti, che è orario aperitivo..Ok?

Ok!

Mi hanno dato una tartarughina da tenere nelle mani. Oh mamma mia, oh mamma mia!

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Scalcia da tutte le parti con una forza che mica ho capito da dove viene. La guardo negli occhi e le dico le stesse cose di ieri, vedrai che bello che sarà…

Va bene, mi dice, ma adesso mettimi giù, dai.

I volontari tracciano una linea sulla sabbia. Oltre la linea posizioniamo le tartarughe al 3, va bene?

1, 2…ossignorebenedetto…3!

Il conto alla rovescio verso la vita. Centinaia sono, in un attimo si direzionano verso l’oceano, chiamate da un istinto ancestrale, con una audacia degna di tutto il rispetto del mondo, iniziano a sgambettare verso le onde. La mia resta un pochino indietro, ma io la tranquillizzo: mai arrivata prima in vita mia, ma sai cosa? l’importante è arrivare. Coraggio!

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Le onde sono tremende e spietate e penso: ma non c’è un modo più dolce? Non c’è una maniera più delicata?

No, non c’è. Nascere non è una cosa facile.

Buuummm, le onde le scaravoltano sul carapace e restano così a pancia all’aria.

Mi viene voglia di andare ad aiutarle, anzi son già scattata in piedi, agitata e all’erta, che tra un secondo passo la linea pure io e vado a….ma no. Fanno da sole.

Io non c’entro niente con la loro battaglia. A ognuno la sua. 

A ognuno la propria personale battaglia.

Le onde se le portano via. E scompaiono in poco tempo.

Bisogna lasciarle andare. Lasciare andare, anche quando vorresti trattenere. Anche quando non sei capace di sciogliere, di mollare la presa.

Lasciare andare tutto, anche ciò che è “mio”… sempre che qualcosa sia mai stato “mio” per davvero.

Confidare nella saggezza dell’acqua.

Si nasce e si muore da soli. Così si dice. E in mezzo, tra questi due verità folli, indicibili,  misteriose e immutabili c’è un mare. E la grandezza delle sue onde, io credo, la decidiamo noi. 

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Canzone consigliata per la lettura: “Vaka”dei Sigur Rós

Questo post è dedicato a Eva, che è stata qui, in questa parte d’Oceano, in questa parte di mondo, qualche mese prima di me, nella pancia della sua mamma, Agnese.

Adesso sei nata Eva, e io sono certa che il Messico te lo porti dentro e che, un giorno, prima o poi, ci vorrai tornare…

Buona vita. Buone onde.