LA PACE SULL’OCEANO PACIFICO. MESSICO (PARTE QUARTA) SAN AGUSTINILLO-ZIPOLITE

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La cura per ogni cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime, o il mare.”

L’ho letta, questa frase, una volta per caso e mi ha fatto tremare perfino i capelli.

Chi sei tu, anima bella, che vai in giro per il mondo buttando qua e là verità spaccaossa?

Sono Karen Blixen! Mi risponde l’anima bella.

In realtà non lei, di persona, perché è morta nel 1962. Parla per lei Wikipedia, che sa sempre tutto di tutti. E mi dice pure, sai cosa? Karen mica era bella, però aveva fascino e carisma e “la dote straordinaria di piacere alla gente”. Ah ecco.

Ma tu Wikipidia che parli come se l’avessi conosciuta, adesso mi fai arrabbiare davvero, macchenessai di Karen, dico io. Quali sono i tuoi standard, che ti senti di poter dire tu piaci e tu invece no? Dalle foto che vedo, era bella eccome, Karen. Col sorriso dolce e il mento spigoloso, con gli occhi infossati all’ingiù, da cane – direbbe la mia amica Francesca, che studia tutte le forme degli occhi- con gli occhi grandi di chi guarda per davvero, sotto la superficie, sotto l’apparenza opaca e spiacevole delle cose, con gli occhi santi di chi sa che la cura di ogni cosa è l’acqua salata.

Io ci resto secca con te, Karen mia. Perché se c’è una, su questa terra, che ha ragione da vendere, quella sei tu. Tu con i cuoi occhi da cane.

L’acqua salata è davvero la cura di tutto.

Il Sudore. Datti da fare,  chiudi quella bocca, taci una buona volta e datti da fare.  Alza il culo, muovi i tuoi passi sulle strade di questo mondo. Cammina e corri per centinaia di km, e poi suda, suda! Che è bello sudare, anche se a molti fa schifo, ma è di un bello invece, il corpo che trasforma e butta fuori. Fuori tutto. Anche il dolore fuori, le preoccupazioni, il mal di cuore e il mal di vita. Fuori!

Le Lacrime. Piangi un po’, dai. Appoggiata a qualcosa magari, a un pezzo di legno, a un pezzo di muro, a un pezzo di spalla, di qualcuno che gentilmente te la presta mentre piangi ( un lusso da non dimenticare), o attaccata a un finestrino di qualche autobus, anche. Sul tram, come dice la mia amica Stefania. Che fuori vedi solo cose belle e dentro vedi solo cose da piangere, diosanto. Fallo dunque. Senza ritegno, senza pudore. Fallo da scriteriata. Fuori tutto!

E poi c’è il mare.

E poi, grazie a Dio, c’è il mare.

Ci sei arrivata, magari con fatica. Dopo un numero di antibiotici, che solo a pensarci ti gira la testa. Dopo aver vomitato anche l’anima insieme al tuo coraggio; dopo aver superato un’infezione intestinale che ti ha preso a pugni, finché non sei caduta a terra ko.

E l’infezione intestinale vince! E così si conclude questo round, su questo ring…e ora che qualcuno abbia la decenza di andare a raccogliere la sfidante in poltiglia, suvvia!

KO per me.

KO che però, se aspetti un attimo, un attimo solo, occhio, si trasforma in OK.

Un attimo, questione di posizioni, questione di cambiare le lettere, questione di spostare. Questione di spostarsi, di fare lo zaino, le solite 3 cose in croce che hai già messo e rimesso e che rimetterai per un anno intero. Questione di spostare il corpo tutto, di piangere lasciando Alice e Rita a Oaxaca. Questione di pensare a quanto sei riuscita a ridere, invece, insieme a loro, con una stupidera cogliona by Italia e Francia, che ti ha fatto alzare dal letto, trascinandoti, anche se non ne avevi voglia.

La forza che tiriamo fuori per stare con qualcuno che ci piace. La forza di reagire, di prendere il collettivo per andare a vedere Monte Alban. Le rovine precolombiane “aliene” dico io, che sembrano portate lì da chissà chi: una nave extraterrestre, forse, di gente, dentro la navicella spaziale, con un gran gusto estetico, è certo. Dei designer alieni. Più bravi anche di quelli che stanno a Milano.

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Il monte brullo, erba secca, bruciata, e nuvole basse sulla testa e un panorama, da lassù, che continui a deglutire, ma mica sei tu: sono gli occhi che lo ordinano alla saliva e le dicono manda giù questo boccone di bellezza, che se lo mandi giù è tuo per sempre e ti fa meglio degli antibiotici.

E anche la cascate pietrificate di Hierve el Agua ti fa bene. Questo paesaggio lunare e salvifico (fatti salvare da questo posto!) che lo tocco con tutte le dita, con i piedi, con la testa, con i pensieri e col cuore mio. Il calcare che ha solidificato, in anni e anni, come si solidificano le alleanze, le amicizie, le energie, la colla attak su cocci di vaso rotti, dando forma a geometrie perfette e dure e allucinanti. E l’acqua che si è appoggiata in questa piscina di calcare e che accoglie tutti i Narcisi del mondo e le loro immagini riflesse. Chiunque tu sia, la tua immagine riflessa nell’acqua. Specchiati lì che magari ti riconosci. Per la prima volta, magari. E perché no? ti piaci pure, magari. E quell’unico albero che è confine verticale che spezza l’orizzonte di monti e acqua e calcare e pensi che se dovesse cadere, quell’unico albero spoglio, cadrebbe tutto. Tutto, vi dico. Che quella verticalità è l’unico spiraglio di realtà in un luogo onirico fino all’inverosimile, che sembra di essere in un set cinematografico, magari dentro un videoclip di David Bowie.

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Ciao Rita, ciao Alice.

Allora cosa hai deciso di fare, scendi o sali, querida?

Città del Messico, col suo caos poetico e devastante o l’Oceano Pacifico col suo mare selvaggio spaccacuore?

Tutte e due le cose non posso farle. Lo so, porca misera. La fatica di dover scegliere. La fatica di non poter arrivare ovunque, la fatica di sentire che il viaggio tira e chiama…e c’è altro da vedere, sai? e il Messico prima o poi lo dovrai lasciare. Tutto non si può. Scegli.

La fatica bestiale di scegliere, santo cielo. I limiti miei. Che ovunque non posso arrivarci, neanche se mi spalanco tutta con le braccia e le gambe.

Allora facciamo così, mi affido a te Karen.

Scelgo di guarire del tutto. Scelgo l’acqua salata. Scelgo il mare.

“Ciao volpe, coraggio!” mi scrive Lucia, la mia storica insegnante di teatro, insieme ad Ilaria.

“Prenditi tutto il tempo che ti serve per recuperare. La volpe ti assomiglia: dolce ma selvatica e imprevedibile”

Lucia, che in teatro posiziona le luci. Lucia che è tutta luce, a iniziare dal suo nome. Quando il nome è una vocazione. Lucia che una volta mi ha detto: il corpo sai, è forte. Il corpo è più forte di quanto credi. E me l’ha ripetuto anche mentre mi preparavo all’ultimo spettacolo dove, nei panni di Dorothy, venivo sballottata da tutte le parti e calpestavo i corpi dei miei compagni di palco che mi sollevavano e facevo capriole sulle loro schiene e mi sentivo male ed era tutto uno scusarsi… Scusa per il mio peso, per non essere un fuscello, per il male che ti procuro, per la stanchezza che provi.

Smetti di chiedere scusa, mi dice Lucia. Il corpo è forte. Lo possono sostenere il tuo corpo, sai? E il tuo corpo stesso potrebbe, a sua volta, sostenere il loro.

Sei più forte di quanto credi.

Cosa ne pensi tu Oceano Pacifico?

Tu che sei forza pura, potenza pura. Tu e le tue onde matte e furibonde, ma poi d’improvviso così concilianti e apparentemente docili.

Tu che mi accerchi come dovrebbe fare un amante che ti ama davvero. E arrivi da sinistra e da destra e mi tiri degli sberloni mentre mi butto di testa nelle tue onde, per affrontarti, per dirti che ci sono. Ma non mi inoltro mai troppo in là. Perché fai paura anche. Perché sei pericoloso anche. Perché lo rispetto quello che sei. Io così finita, tu così infinito.

Non mi inoltro, che la sabbia sotto i piedi la devo sentire. Non mi faccio portare via da te.

Col cuore sì. Il cuore me l’hai portato via da giorni ormai. Appena sono arrivata a San Agustinillo, dopo un viaggio di 8 ore duro duro. Ti ho sentito ma non ti potevo vedere, erano le 7 di sere e qui, in Messico è già buio-nero-pece. E dovevo trovare una camera ed ero stanca e accaldata e avevo anche fame.

Ti ho sentito, che già mi tiravi per la mano, quasi a dirmi adesso vieni a dirmi ciao, poi fai tutto il resto.

Ma invece, ti ho fatto aspettare io. Per una volta, accidenti, mi sono data un tono! Ho trovato il mio nido, a un prezzo ragionevole. Mi sono fatta una doccia fredda, ho pagato le prime notti e ho indossato una gonna (l’unica che ho). Non mi sono truccata – non mi trucco più da quando ho iniziato a viaggiare, perché mi sembrerebbe stano- ma ero, tutto sommato, carina.

Ho trovato un ristorante sulla spiaggia con le candele accese e mi sono seduta. Era la sera di San Valentino e io ho cenato con l’Oceano Pacifico. E adesso sfido chiunque ad avere avuto una serata più romantica della mia.

L’Oceano che sbatte e ulula. L’inquietudine dell’oceano, che non è poi così diversa dalla mia. La forza brutale dell’oceano, la forza selvaggia e irragionevole dell’oceano.

Ma la dolcezza anche. La premura. L’accoglienza. La grandiosità. La maestosità. Il turbamento. Il sale nell’oceano. Che adesso sono tutta sale anch’io. Ce l’ho addosso anche dopo la doccia. Perché arriva ovunque, nelle ossa pure.

La poesia dell’oceano, con il suo tramonto, che mi ha dato il colpo finale. Quando non hai abbastanza occhi per capirlo, per catturarlo, per credere che sia vero, che non sia una balla, uno scherzo inopportuno della mente, una copia di qualcosa che hai solo avuto la pretesa di immaginare.

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Ho lasciato San Agustinillo, che era una strada sull’oceano con ristoranti e pescatori e un piccolo negozio – e che mi ha letteralmente stregato nella sua ricca semplicità –  e ora sono a Zipolite, che è un altro paese piccolo della costa, con un centro però.

Ho realizzato due sogni nel giro di un giorno: dormire in una cabaña sull’oceano (che un Massimiliano, l’ennesimo che incontro sulla mia strada, ha avuto il buon cuore di lasciarmi a un prezzo per me sostenibile, e quindi a poco) rustica di legno e paglia con la zanzariera sul mio letto e una scaletta per arrivarci. Piccola, con armadietti di bambù e lenzuola bianche e cuscini morbidi e formiche che ogni tanto mi vengono a trovare e gli uccelli – che sono sempre i primi pensieri del mondo, ho letto una volta –  come sveglia personale. E io e l’oceano non ci molliamo mai. Allacciati. Avvinghiati. Un lucchetto, una catena, siamo.  Neanche di notte lo lascio, e ceno sotto le stelle, appollaiata sulla spiaggia, insieme a Jenny e Flor due ragazze argentine che ho conosciuto qui (nuova incantevole stupidera cogliona by Italia- Argentina). E col naso all’insù guardiamo la luna mentre ci mangiamo la pasta dentro il tapper e beviamo vino cileno e ringraziamo per la perfezione inconcepibile del momento, e diciamo meglio di così non si può stare. Più di così, non si può avere. Non ce la farò mai ad andarmene de qui. Non ti lascio mai oceano mio, neppure adesso, mentre esaudisco il mio secondo desiderio: scrivere sul mare. Averlo davanti mentre digito lettere, mentre cerco i contenuti e lui, generosamente, mi fa da contenitore. Sentirlo mentre penso pensieri e parlo parole e dimentico, per un po’, ogni paura. Una bomba di luce: questo sei tu.

Io non sono tipo da Caraibi. Adesso ce l’ho chiaro. Io sono una volpe. Sono una da Oceano.

Ed è qui che è arrivata. La mia pace.

La mia pace, sul Pacifico.

Quando il nome è una vocazione

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Canzone consigliata per la lettura: “Ground Control to major Tom” di  David Bowie

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LA CRISI. MESSICO (PARTE TERZA) SAN CRISTOBAL DE LAS CASAS- OAXACA

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Io e il Messico non avremmo potuto aspettare 7 anni per testare se quel che si dice è vero; ossia che le storie d’amore tutte (anche le più radicali, le più convinte, le più mammamiacometiamomammamia) giunte a quel momento debbano, ahiloro, affrontare la più orribile e bruttaschifa crisi.

Io e il Messico 7 anni per stare insieme non ce li abbiamo e lui lo sa che tra poco io lo tradirò per il Guatemala e quindi è accaduto che la crisi, noi, l’abbiamo vissuta la terza settimana…e che crisi, ragazzi

SAN CRISTOBAL E QUEL CHE E’ SUCCESSO

Ho cercato, prima di partire, di cancellare tutte le aspettative possibili, però, la verità è che su San Cristobal de las Casas, che si trova in Chiapas, la regione più povera del Messico, ne avevo molte.

Chi c’è andato te ne parla come di un luogo magico e la magia io la sto cercando col lanternino – come Diogene cercava l’uomo –  che se potessi parlarle le direi “Magia,non facciamo scherzi strani eh! Stai con me e chiusa la questione”

San Cristobal è una potenza.

Lo capisci appena arrivi, passando per una strada infernale tutta curve, tutta travelgum, che inizia a Palenque.

E’ a più di 2000 metri San Cristobal e mi accoglie col buio e col freddo. E penso che solo 4 ore prima mi stavo immergendo nelle cascate di Agua Azul (un’acqua benedetta, un’acqua azzurro miracolo), e adesso indosso un maglione di lana spesso come una casa e la giacca a vento col pile e ho le gambe pelle d’oca.

4 ore fa era acqua, adesso è freddo. Freddo cane e vento cane  e all’ostello mi danno il letto in alto. Ok. Non stiamo partendo col piede giusto io e te.

San Cristobal col sole la vedo il giorno dopo.

Che cosa sei, mamma mia. Che bella che sei con le tue strade e le Chiese che si intravedono in fondo e la gente che sembra dura e forse lo è, ma che poi all’improvviso ti lancia dei sorrisi da lasciarti secco.

Sulle montagne ci sono nativi e indigeni. Non bisogna chiamarli indios, ci dice Cesar, che ci accompagna a San Juan Chamula e Zinacantan, due paesini che sono a circa 10 km da San Cristobal, ma che sembrano essere due entità con un tempo e uno spazio a parte.

In Messico, ma al di fuori della sua giurisdizione. Questi paesi hanno loro tribunali, una loro economia, una loro polizia. In uno di questi, in casi estremi, viene applicata la pena di morte. In entrambe si parla la lingua tzotzil.

Quelllo che vedo all’interno della Chiesa di San Juan Chamula mi scombussola dalla testa ai piedi, che vorrei stare lì un giorno intero, seduta per terra tra gli aghi di pino. Per terra, perché non ci sono panche e gli aghi di pino servono per profumare l’ambiente e il pavimento ne è pieno.

Però vengono spostati, ciclicamente, per posizionare per terra candele di colori differenti.

Ogni colore ha un significato.

La religione è cristiana ortodossa ma adattata alle pratiche maya.

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E davanti ai santi, suddivisi nelle varie bacheche – San Pedro, San Sebastian, San Miguel Santiago – le persone si dondolano cantando litanie, si sacrificano polli, e si beve coca cola. La coca cola perchè ha lo stesso colore di un tipo di mais che viene prodotto qui, che è nero nero.

Vediamo una sciamana che “sente” il polso di una giovane donna.

E scopro che sono tre le possibilità per essere una sciamana o uno sciamano: nascere con sei dita nella mano, riprendersi da una malattia molto importante, leggere nei sogni.

Cosa sentirà la sciamana di circa 80 anni che sta “ascoltando” il polso della giovane donna? Non so cosa darei per saperlo e per sapere, d’altra parte, perché la giovane donna è lì.

Potrebbe essere perché ha perso la gioia o l’allegria, mi dice Cesar, ma anche, ad esempio, il suo spirito animale (ne abbiamo tutti uno, appena nasciamo) non è connesso, oppure perché ha rifiutato un uomo e lui si è rivolto a uno stregone e adesso lei non sta bene. La questione si fa complicata.

Questo mondo non ha nulla a che fare col mio, eppure sento un fascino tremendo per questa comunità dove tutti sono vestiti allo stesso modo (tutte le donne indossano una pesante gonna di lana nera) perché non è l’individuo importante, ma la società, l’insieme di tanti.

A Zincantan l’atmosfera è più rilassata. Qui si producono fiori e visitiamo la casa di una famiglia nella quale una donna sta filando.

La casa che è luogo di generazioni a confronto. Luogo di generazioni in amore. In questa vivono più di 25 persone.

Assisto a un dibattito all’interno di un tribunale.Tre giudici decidono le sorti di tutti, sanando i conflitti che vengono espressi dalle due parti (con grida, con animosità, perché in fondo tutto il mondo è paese).

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Io lo so che questo è solo una parte di quello che può darmi San Cristobal. Lo annuso nell’aria, lo leggo appiccicato ai muri. Lo so che ci sono cose che dovrei capire e imparare e vivere e che dovrei scavare, perché qui c’è da scavare, e dovrei farmi illuminare, perché lo so, lo so che c’è qualcosa sotto e un sangue che bolle e una civiltà che freme, e storie che meritano di essere ascoltate e intrecci che vanno ricostruiti e emozioni che aspettano di essere provate e luoghi che vanno scoperti e poi alla fine di tutto ci sono io, una viaggiatrice solitaria con tanta voglia di arrivarci in fondo a questa faccenda, ma, che però, una notte qualunque, si ammala.

E questa è la mia crisi col Messico dopo un amore-solo-amore che non ha avuto problemi mai (manco un battibecco, manco una discussione), il mio battesimo di fuoco, il pegno che forse, prima o poi, dovevo pagare per star qui.

Se stai male dall’altra parte del mondo.

Se stai male in un posto non tuo, in un bagno non tuo, in un letto non tuo, in una stanza poco illuminata, in un ostello che non ti piace, con un intimità che non hai ma di cui hai bisogno (non hai manco la forza per stare in piedi, figurarsi cercare un albergo);

Se stai male dall’altra parte del mondo e non è che sei spaventato è che proprio hai una paura fottuta e ti senti allo stremo delle forze e il tuo stomaco – ti prego stomaco, ti prego torna in te- si è attorcigliato, è impazzito, è devastato e ha preso un’infezione stramaledetta;

se sei solo dall’altra parte del mondo e ti viene da dire, no aspetta aspetta, ma cosa ci faccio io qui? se ti senti perso, se senti che no, che non ce la farai mai mai mai e poi mai; ecco, allora sì, allora stai provando quello che ho provato io.

Armati di pazienza santa. Lo sto facendo anch’io.

Giorni fa mi sono fatta visitare in ospedale, a Oaxaca,  dove mi trovo ora, dopo aver abbandonato San Cristobal con un bus notturno di 11 ore, che ahimè, mi ha dato la mazzata finale.

La dottoressa mi ha prescritto degli antibiotici-bombeamano e ora comincio a stare meglio, dopo più di una settimana di passione. Mi piaceva la dottoressa. Avrei voluto che invece di provarmi la pressione e la febbre e strapazzarmi lo stomaco – ti fa male qui? e qui? e qui?…Mi fa male dappertutto te lo giuro, e sono una persona sincera. Adesso stai buonina e lascialo un po’ in pace, vuoi? –  mi desse un abbraccio consolatorio, oppure mi cantasse una canzone qualunque (Messicana, se possibile). Avrei voluto dirle, ok gli antibiotici, ma una carezza me la dai?

Avrei voluto prenderla per le basette e guardarla fissa negli occhi per chiederle, ma mi passa e starò bene? Sul serio?

Non ho fatto niente di tutto ciò, sono stata una paziente molto calma e razionale, che tanto lo scoramento e l’angoscia che avevo dentro mica era suo compito farmeli passare. E, posso star tranquilla, perché a causa di questa Gastointeritis mixta (che ti possano capitare le peggio cose Gastrointeritis mista! Ti odio io!) da quel che ho compreso, no, non morirò. Solo mi devo curare.

La trasferta in ospedale, seppure in taxi, mi è costata e non poco. Tornata all’ostello (un ostello che mi piace, stavolta!) mi sono rimessa a letto immediatamente e ho sentito che mi saliva la febbre e che diventavo tutta rossa in faccia, come se fossi arrabbiata o imbarazzata o abbronzata o innamorata e non ero nessuna di queste cose. Poi, mi sono addormentata.

Quando sei malata, pensi solo al fatto che sei malata. E lo sogni pure.

Sto leggendo in questo momento un grande classico, tanto classico che dici, scusa ma com’è che sei arrivata alla tua età e ancora non l’avevi ancora letto? Lo so, mancanza mia (una delle tante, tra l’altro e non l’ultima, tra l’altro)

Allora…L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere di Milan Kundera.

Prima di partire Aldo mi ha caricato sull’e-reader 2700 libri: una benedizione per chi viaggia in solitaria. Una benedizione che non si capisce prima di partire, ma appena inizi è lampante e pensi che tutti, per legge, dovrebbero avere un Aldo che carica 2700 libri sull’e-reader

Ragiono su un concetto in particolare e che riassumo con parole mie (Scusa Milan).

Anche nel peggiore momento possibile, anche nel momento più oscuro e terribile, anche nel disastro devasto, noi cerchiamo la bellezza.

Alla bellezza tendiamo, sempre in qualunque circostanza.

Forse, per questo, ho sentito l’irrazionale e urgente impeto di andarmene da San Cristobal, sebbene non fossi nelle condizioni ottimali per farlo.

La città era chiusa per me. Non sono riuscita a raggiungerla e ho deciso di mollare la presa. Alcuni amori scattano, altri no. Punto. Non ho trovato la chiave, non potevo stare lì, avevo bisogno di cercare la bellezza. Mi sono dovuta spostare, nel cuore della notte. Con un freddo mostro, con tutto difficile. Credo di aver fatto bene. Anche se qui a Oaxaca sono stata a letto 4 giorni e inizio faticosamente e riprendermi ora, io credo di aver fatto la cosa giusta.

Cosa ne pensi Milan? Io dico Bello, vieni a me!

PICCOLO DIZIONARIO DELLE PAROLE IMPORTANTI DA UTILIZZARE IN CASO DI MALATTIA 

Sorelle di sangue e sorelle acquisite (le due facce di Cristina):

Mia sorella Cristina ha sempre osteggiato questa mia esperienza. Credo, anzi sono certa, che fosse spaventata dalla sua portata, dalla possibilità che mi succedesse qualcosa. Eppure, ora che qualcosa mi sta succedendo davvero,  è la prima a dirmi di non mollare. Non mi dice torna. Mi dice combatti, che sei forte e lo puoi fare. E’ sconvolgente, mia sorella.

Ho poi una sorella acquisita, un’altra Cristina, che da quando sono partita ogni giorno (ogni sacrosanto giorno) mi manda un’immagine e un pensiero ad essa associato. Non so quanto questo durerà e se dovesse finire domani andrebbe bene così. Ma la forza che mi ha dato finora, questa Cristina, mica potrò mai spiegarglielo a parole.

Fratelli di sangue e fratelli di una sera (le due facce di Massimiliano):

Mio fratello Massimiliano appare spesso quando ho bisogno di lui. Ha un radar forse. Quando mi chiede come sto, è quasi sempre un momento in cui ho bisogno che qualcuno mi chieda come sto. Mi tranquillizza molto ascoltarlo. Mi aiuta sempre ad analizzare il problema con una certa lucidità.  Mi aiuta a razionalizzare.

La prima sera a Oaxaca mi stavo facendo del triste riso in bianco. Ero molto provata e mi sentivo sola e totalmente vulnerabile. Ho incontrato un ragazzo tedesco che ha cominciato a chiedermi cosa succedesse e mi ha detto che dopo 17 mesi in India lui ha capito che sarebbe capitato spesso di star male e che poi capitava di star meglio e poi bene e che le cose vanno così: giù e su.  Come un’onda. E’ normale. E’ ciclico. Abbiamo parlato molto e mi ha riempito di serenità. Solo alla fine gli ho chiesto come si chiamasse: Maximilian, mi ha detto.

Non le tue parole, ma la tua voce: I messaggi vocali che mi sono arrivati su whatsapp (sia benedetto whatsapp) in questi giorni me li ascoltavo e riascolto con gli auricolari. Sono miei mica di nessun altro. Non puoi avere materialmente con te una persona che non è con te. Ma la sua voce sì, la puoi avere. Da restarci secchi. Le riconosci come i suoni più belli che tu abbia mai sentito. I più belli, diosanto. Giulia che mi racconta di Milano, del suo viaggio che non è poi così diverso dal mio, Giodi che mi rimette in sesto e che mi tira fuori mille esempi per supportare quello che dice e stai tranquilla Patti che va tutto bene e Boris che mi parla della polenta, del cinghiale e del bombardino, dopo che ha scalato un monte di neve per un’ora e mezzo.

Non la tua voce, ma le tue parole. Non ho avuto una catarsi. Io lo sapevo già del patrimonio, della ricchezza che ho in dote: i miei amici, persone che sono un incanto e che quasi quotidianamente mi scrivono per sapere come sto. Il fatto è che non mi mollano finché non sono certi che sia tutto ok. Fino ad allora la tensione è alta. La pace arriva se si è riassestato l’equilibrio, altrimenti restano in attesa con me. Non sono qui, ma le loro parole sì. E  Mery mi manda un’immagine di me e Manu che beviamo champagne a casa sua (quella ragazza le cose le fa bene fino in fondo, senno non le fa) e ci mangiamo una torta della pasticceria Cavour che ci ha letteralmente capovolte tanto era buone. Pensa positivo Pat, mi dicono, pensa al dopo malattia.

E Francesca ogni giorno mi scrive Buongiorno, ma non è un saluto, è un augurio e anche se è spaventata per il fatto che sto male – e lo so per certo – cerca di trasmettermi tutta la sicurezza del mondo. E io, letteralmente, la adoro

Sullo stesso fuso. Sono a 7 ore di fuso dal mondo che conosco. Il che significa che per molto tempo la mia veglia corrisponde al sonno di coloro che amo. Però qualcuno che mi ha monitorato mentre tutti dormivano c’è stato. Le comunicazioni Perù-Messico sono state un misto di lezioni di spagnolo e scambi di informazioni varie sul clima di lì e su come si sta e cosa si mangia ecc. Nicola, che un po’ all’inizio – mi ha confessato – rideva di questo mio “battesimo” latinoamericano, lui che in questi posti ci bazzica da molto più tempo di me (anni più di me), ha smesso di ridere quando la questione si faceva lunga e io non accennavo a guarire. Il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo, quando poi siamo in viaggio, neanche da dire, e il tempo che mi è stato dedicato merita molta gratitudine. E tutta la gratitudine che posso è per lui.

Come stai? Sei a letto da diversi giorni, non stai bene? Posso fare qualcosa?

Mai come ora, anche solo una frase di questo tipo ha il potere di illuminare ogni cosa. Non è solo la frase, è l’essere umano che la formula, un essere umano con cui apparentemente non hai nulla con cui spartire, che non sa nulla di te, che potrebbe certamente non perdere il suo tempo con te, ma che inspiegabilmente lo fa. Si ferma, e decide che sì, che ha voglia di aiutarti. Perché? Chi lo sa. Siamo molto più vicino di quanto si possa credere. Siamo molto meno soli di quanto si possa credere.

L’importanza di avere una Rita: Rita è una ragazza di Modena (Prima italiana che incontro in questo viaggio) che vive in Andalusia, Siviglia. Rita occhi azzurri, capelli rossi, tutta lentiggini mi ha aiutato concretamente, preparandomi una zuppa, pulendo le verdure, rinunciando al suo tour per stare con me, una ragazza di Parma molto spaventata, che ha retto fino all’ultimo, ma davanti a questa gentilezza spaccacuore, non ha potuto far altro che piangere.

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canzone consigliata per la lettura: Via con me di Paolo Conte