LA GIUNGLA, IL BUIO, I MAYA. MESSICO (PARTE SECONDA) MERIDA/CAMPECHE/PALENQUE

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E’ da un po’ di giorni che ci penso e ormai ne sono certa, tanto che estendo il mio pensiero anche ai miei nuovi compagni di viaggio: Ditemi se sbaglio, ma la notte Messicana non è la notte più scura e tenebrosa che abbiate mai visto?

Ci ragionano un po’. Non ne sono certi… mi rispondono che la notte, in quanto notte è scura ovunque e comunque.

Però io non la vedo così. La notte in Messico è la notte per antonomasia, che se esistesse un dizionario d’immagini abbinato alle parole, arrivati a “notte” bisognerebbe mettere una foto della foresta di Palenque, quando cala il sole alle 18 30 e nel giro di un niente arriva il neropiùnero. Nero-pece. Nero-tenebre. Nero-per l’amor del cielo non perderti in questo nero o sono cavoli amari.

Questo buio, di compromessi non ne ha. Sembra il custode di una bellezza che di giorno ti rivolta come un calzino e che poi la sera deve, in qualche modo, essere custodita, occultata, celata. Che nessuno possa vedere. Nessuno, proprio nessuno. E’ il giusto riposo dalle emozioni troppo forti.

Perché da quando sono qui tutto è un’emozione troppo forte.

Quante ne può reggere un cuore, un corpo, uno stomaco, un cervello?

Quante?

Si arriva a un momento in cui bisogna dire basta, adesso basta. Adesso mi fermo un po’, oppure si può continuare?

E anche, quanta bellezza si può immagazzinare?

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Il Messico è una fucina di bellezza. E sempre c’è qualcosa di nuovo, qualcosa di altro da vedere, da fare, qualcosa di completamente diverso da quello che si è fatto anche solo il giorno prima. Cambi radicali, profondi, mondi dentro mondi, esperienze che ne chiamano altre, e alla fine di tutto, un cuore, un corpo, uno stomaco e un cervello che assorbono e assorbono e assorbono. La spugna-essere umano che si gonfia, si gonfia e si gonfia e che non vuole essere strizzata mai.

A Palenque ci arriviamo alle 6 di mattina,  dopo una notte passata su un autobus notturno. Viaggio con Shanna, una ragazza olandese e Dominike, un ragazzo tedesco, e ora si è aggiunto anche Paul.

Sul bus notturno che sa di patatine messicane e di aglio non dormo quasi niente. Ripercorro quanto accaduto negli ultimi giorni. La città di Izamal, completamente gialla, un limone di città, una provocazione di città, quasi a dire, chissenefrega se piove, qui il sole l’abbiamo appiccicato sui muri, potete fare quel che volete lassù. Il sole noi l’abbiamo messo lì e da lì nessuno lo può più togliere.

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E poi Merida e la sua periferia, con i 2000 chioschetti in cui mangiare e dove mi attardo per uno, due, tre tacos (e la ragazza che me li porge sorride, quasi a dirmi “Eddai, mica avrai pensato veramente che te ne sarebbe bastato uno?”). Il groviglio di persone e voci e passi sembra muoversi quasi all’unisono e intravedo una certa razionalità in questo apparente caos, un ordine, una compostezza, un’armonia.  E mentre penso che non so cosa darei per conoscere il mondo maya dalla bocca di chi il sangue maya ce l’ha nelle vene, incontro Fernando, uno studente universitario che mi invita ad assistere a uno spettacolo teatrale il giorno seguente.

“Domani vado via, mi sarebbe piaciuto però…” Che strano: Il teatro, mia grande passione, diventa, in pochi minuti, un ponte per arrivare a “tu chi sei e cosa fai”. In un attimo scopro che i suoi nonni vivono nella foresta e suo nonno è un medico, cura con le erbe.

“Ma se si tratta di un problema differente, un blocco emozionale, ci pensa mia nonna, che è una sciamana”

Wow.

Nel tempo di due frasi ha espresso concetti così lontani da me e dalle ricette che fa il mio medico di base a San Secondo, che mi ammutolisco per un po’. E poi dice che si vedono le cose dagli occhi delle persone e fa un quadro della mia situazione attuale da lasciarmi secca.

Lo stesso che mi propone lo sciamano che incontro un’ora dopo. E’ una persona normale, con una maglia e un paio di jeans e che, esattamente come ha fatto Fernando, inizia una descrizione molto particolareggiata ed accurata dell’essere umano che ha di fronte: io. Talmente veritiera che quasi mi dispiace essere un libro aperto a tal punto, e vorrei non fosse così facile guardarmi dentro e mi viene voglia di nascondermi.

Quanti pensieri che hai. Ma quanti. Smetti di pensare, mi dice. Sblocchiamo quello che c’è da sbloccare. Ti va?

Sì, mi va.

E inizia un rito con parole maya che non conosco, le soffia nelle mie orecchie come se fosse un alito di vento. “Non pensare a niente. Smetti di pensare”

Come faccio? L’hai detto tu, prima, che sono una macchina di pensieri!

Ci provo, però. Provo a seguire la musica che sento e che mi rimanda a rumori di foresta, a suoni tribali, a una quasi calma, prima della battaglia finale. E mi vedo nella foresta. Mi vedo che cammino.

Una foresta che assomiglia tanto a quella di Palenque, col verde che arriva fino al cielo e i fiori rossi e le scimmie che urlano come se fossero sull’orlo di una crisi di nervi, e i corsi d’acqua e le persone che lì hanno messo radici, profonde, ma non tanto quanto quelle degli alberi che appartengono a quel luogo da sempre, senza un prima o un dopo. Sempre.

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Mi dice, lo sciamano, diverse cose, che tengo con me, che ripenso piano, che mi porto dietro, e che sono mie.

Si è fatto tardi, lo dice il neronero improvviso e sono stanca, e scombussolata da tutto questo mare di emozioni. Cammino in fretta lungo la strada – la strada che è il luogo in cui si incontra la gente mica da un’altra parte – e mi sento dire in inglese “Dove vai così correndo? A fare le Olimpiadi?”

Rispondo che più o meno sì, le Olimpiadi del sonno, e che è meglio se parliamo in spagnolo.

Ah sì, mi dice, con quell’accento impettito che hai!

Perché in Messico suona duro il mio modo di parlare, soprattutto sulla jota che io gratto in gola e che invece qui è più morbida, più dolce.

E’ un professore universitario. Mi parla di turismo etico e, diosanto, quanto ha ragione. Quanto siamo impreparati noi europei. Come bisognerebbe muoversi in modo diverso, quante cose si dovrebbero e potrebbero fare.

Parliamo e parliamo e gli chiedo dei maya. E’ uno scriba, e mi racconta dei 13 cieli e della terra e dell’inframundo e dell’energia negativa e di quella positiva e di come la presenza dell’una assicuri la presenza dell’altra. Senza queste due forze opposte noi non esistiamo. Noi che dobbiamo trovare un equilibrio tra le due, noi che all’equilibrio tendiamo.

Infine mi racconta di come nella cultura maya non esistano oggetti, solo soggetti.

Il tavolo sul quale sto scrivendo ora è un soggetto, per esempio, con una sua energia. E l’universo è un organo attivo.

E siamo tutti incastrati. Io e quel filo d’erba. io e la ruota della bicicletta. io e il vaso di terracotta.

Un respiro.

Meglio se profondo il respiro, mentre la spugna assorbe assorbe assorbe.

Ma ora devo riposare. Che il sonno metabolizzi questo mio incontro con i Maya, gli stessi che centinaia di anni prima hanno costruito l’immensità di quello che ora sono rovine a Palenque. Una civiltà magica legata al giaguaro e al serpente, alla forza delle pietre, agli dei e ai rituali, e al gioco della palla, come noi ora.

E l’idea di tornare alla tradizione ce l’ha anche Samuel, che incontriamo nella foresta, e che tatua col bambù. Perché così si faceva e così vuole fare.

La tradizione che chiama e racconta e trascina e vuole trovare spazio in mezzo a quel tanto troppo che crediamo di sapere.

La sera mangiamo nella foresta. C’è un gruppo che suona.

Musica messicana, baby, col manico della chitarra in alto e la mano bene in basso a pizzicare le corde, a fare il solletico.

Tra le coppie che ballano non posso non notare un uomo grande, corpulento, panciuto, bianco nella camicia e nel panama schiacciato sulla fronte. Sembra un grosso gatto, guarda sornione il pubblico. Tiene il tempo con movimenti impercettibili, micromovenze. Balla con un topino di donna. Piccola, rapida, agitata, sguardo basso al suolo. Si incontrano solo per repentini caschè, nei quali lui l’accompagna fino a terra tenendole la testa. E solo in quel momento mi rendo conto che il gatto può muoversi anche a destra e a sinistra, come un iguana.

Sembra la danza tra due animali il cui finale prevede che uno mangi l’altro.

Il topolino sarà mangiato dal gatto.

Il gatto mangerà il topolino.

E invece poi, il topolino è protagonista di uno spettacolo col fuoco e mi rendo conto che non è affatto un animaletto, è una messicana mezza giapponese, mi dico io, uscita da un qualche manga, o da un film di Tarantino. Dal mondo in cui armeggia col fuoco, potrebbe mangiarselo lei il gatto e tutti noi che assistiamo in un sol boccone.

E anche questa è la foresta.

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Così diversa dalla città di Campeche ad esempio, che è solo colore e tranquillità e proiezioni di immagini incredibili sui palazzi e cattedrali e festa con donne e uomini che ballano guardandosi negli occhi, questa volta,  e i fiati messicani che suonano tutta la malinconia e la gioia del mondo.

La foresta è affamata e verde.

E il buio nella foresta è neronero che tenergli testa non è possibile. Io non ne sono capace.

Ma è come dicono i maya, luce e buio. Una cosa e l’altra. Entrambe le cose, o nessuna.

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canzone consigliata per la lettura: “Jungle Drum” di Emiliana Torrini

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