LA BUENA ONDA. MESSICO (PARTE PRIMA) ISLA MUJERES-TULUM-VALLADOLID

tulum

Mi sono chiesta, mentre mi lavavo le mani nel bagno dell’aeroporto – e allo specchio mi sono vista pallida e irriconoscibile-  chissà, mi sono chiesta, se esistono partenze facili. La mia, che dovrebbe essere a tutti gli effetti una partenza facile, una partenza facile da morire, perché altro non è che il passaggio necessario per dar forma a un sogno, perché sono privilegiata, perché vado a vedere il mondo – santo cielo!-  e  perché ho il tempo per farlo; ecco, nonostante questo la mia partenza facile non è stata.

La mattina del 15 gennaio, il freddo della bassa mi è entrato nelle ossa congelando tutto. E il cielo lo vedevo così familiare e affezionato e mio, come se tra di noi ci fosse un patto mai dichiarato ma ugualmente esplicito per entrambe le parti. Me lo sentivo addosso, come se mi tenesse lì, appoggiandosi alle mie spalle, con tutta la tenerezza possibile. C’era un freddocane, la mattina del 15 e io ho pensato: che bella la mia casa, porcamiseria. E i miei genitori…che belli, porcamiseria. E poi la mia famiglia tutta, composta anche da due cani, di cui uno bastardo fino al midollo che corre abbaiando come un indemoniato da tutte le parti, seguito dall’altro cane  (che poi è una cagna) nobile fino al midollo che corre indemoniata pure lei, nello stesso sgraziato e goffo modo.

No. Facile non è stato.

Difficile è stato.

Mio fratello e mia sorella sono le ultime persone che ho salutato. E mi è sembrato di accorgermi quasi all’improvviso, come se in tutti questi anni non l’avessi compreso veramente, fino in fondo, che hanno in dote gli stessi occhi azzurrissimi, con lo stesso taglio, con i quali, senza parlare, mi dicevano cose diverse: da una parte “Vai, va tutto bene, nessun problema”; dall’altra” Vai, ma stai attenta, stai attenta, stai attenta e stai attenta e Patti…Stai attenta!”

isla

Come si può spiegare il cielo del Messico?

Io non lo so spiegare. Direi che, più di tutto, è un cielo dispettoso. E’ un cielo matto come un cavallo. E’ pazzo completo, vi dico.

A lui piace così. Farti credere che puoi startene beatamente sdraiata sotto un sole spaccapietre a goderti il mare dei Caraibi, per poi buttarti addosso, nel giro di un amen, secchiate di un’acqua dura e gelida, dritta sulla nuca e sulle braccia, come le sberle disgraziate che ci si tirava alle elementari senza un briciolo di buonsenso.

Sono in Messico da 10 giorni, ma è in questi ultimi che mi ci sento davvero. Prima non mi sentivo da nessuna parte. Ero come in un limbo, come se stessi cercando di mettere a fuoco. E più mettevo a fuoco e più i colori si sbiadivano. Cosa ha fatto diventare reale il tutto? Le persone, la natura, gli autobus, gli ostelli, i siti maya, avere sonno, avere fame, avere voglia di fare la pipì, non parlare mai nella propria lingua, tenere gli occhi aperti.

cenote 3

L’itinerario è stato frenetico fino ad ora. Il motivo è che ho un biglietto di uscita per il Messico l’8 di febbraio. Quel giorno dovrei essere in Guatemala.

Bene: quel giorno, in Guatemala, non ci sarà mai. Ne ho avuto la certezza a Valladolid dove ho realizzato che stavo commettendo un errore madornale: stavo correndo. Stavo tenendo un passo troppo sostenuto. Arrivavo senza fiato e senza fiato partivo.  Ho fatto tanto in poco: Isla Mujeres, Tulum, Valladolid.

Contavo i giorni, pensando con angoscia all’itinerario (impossibile) che mi sarei dovuta imporre per riuscire a fare tutto. Fortunatamente è bastato poco per riassestarmi e ritrovare (trovare, in realtà) un equilibrio. E’ bastato innamorarmi delle persone.

Le persone fanno il viaggio.

L’incanto dei luoghi fa il viaggio.

Smettere di pianificare fa il viaggio.

Vivere il momento fa il viaggio.

Sono  pronta per lasciare il mio Hostal di Valladolid, ho già fatto il check out,  mi siedo un attimo a un tavolo nella cucina, in cortile. Pablo sta cucinando insieme a Naida, la sua compagna. Lei tiene la loro figlia di 5 mesi sulle spalle.

Sta preparando il pesce e io, improvvisamente, sento una  fame mostro. Una fame preistorica. Per una settimana ho mangiato molto poco; credo, altro non fosse che lo strascico di una tensione pre-partenza che doveva scemare e che in fin dei conti ha reso scema pure me. Sento fame, ma sono ancora più stregata dalla preparazione del piatto. Dalla cura con cui Pablo pulisce il pesce e con la quale Naida taglia le verdure.  Cominciamo a parlare. Hai l’autobus tra 40 minuti, mi dico, non ti perdere, eh.

Dopo poco tutto si fa molto chiaro: perditi. Perdi l’autobus. E’ qui che devi stare.

Se senti una scintilla e te ne vai, ti stai facendo un torto atroce. Ti stai raccontando una balla.

E io non vorrei raccontarmele.

Vado alla reception.

“Ho cambiato idea, mi dispiace…c’ è ancora posto?”

“Abbiamo ancora un solo letto: il tuo. Vedi, te l’avevo detto che avresti fatto 2 notti qui” mi dice sorridendo Daniela che mi ha accolto quando sono arrivata il giorno prima.

“Era destino”

“Avevi ragione tu..ti dovevo ascoltare”

E mi dico che ascoltare è l’unica vera cosa che devo fare in questa parte di mondo.

Quella diventa la giornata più intensa dei miei primi 10 giorni in Messico.

Pablo e Naida mi invitano a pranzo con loro. Mi intriga  e mi rassicura il loro legame multietnico. Mi piace quello che hanno da dire e il modo in cui lo dicono. Ci scambiamo molte idee su tutto, dal lavoro alla vita, alla verdura, al mare.

Hay que seguir la buena onda” mi dice Naida.

La buena onda ha poco a che fare con guide e cartine e meteo e tutto il resto.

E’ essere nel posto giusto al momento giusto, e starci.

 Allora, se sei in questo stato di grazia, quella è la buena onda.

Passeggio per le strade di Valladolid, la sera prima un tremendo temporale mi ha colto in flagrante, mentre mi mangiavo un panino in un chioschetto sul ciglio della strada. Tutto si è allagato in treminutitre e sono tornata a casa camminando letteralmente sulle acque. Sedute, composte sul sagrato della Chiesa intravedo alcune Signore Messicane. Mi siedo e ci vuole un attimo a scambiarsi le riciproche storie. Si appassionano alla mia e io mi appassiono a loro: sono Chely e Mechy. Minute donnine messicane, vestite di rosso in onore della processione che si sta svolgendo per le vie della città e a alla quale assisto.

Piccole, da farmi sentire un gigante. Sono vicine di casa. Avranno 60 anni e si tengono per mano.

Parliamo tanto e mi raccontano della loro famiglia, che poi è della famiglia che si parla sempre, per spiegare da dove si viene e forse anche verso dove si è diretti.

Le chiedo se posso scattare una foto e loro mi chiedono se posso chiamarle ogni tanto o anche scrivere.

Oh sì! Certo che scrivo! Come si fa a dimenticare due bamboline così, che mi abbracciano forte e mi benedicono in tutte le lingue del mondo (compresa quella maya), che poi è sempre una, sempre la stessa. E dalla strada in fondo, mi salutano di nuovo, alzando timidamente il braccio.

Penso alle braccia scolpite nei bassorilievi di Ek Balam, rovina maya all’interno della selva, che ho preferito, in maniera del tutto impopolare alla più turistica Chichén Itza.

Penso all’imperatore sepolto lì dentro e trovato quasi intatto a distanza di centinaia di anni. Penso ai Maya e ai gradini che mi hanno portato in cima alla piramide e di come la prospettiva del mondo da lassù faccia sentire leggeri e inspiegabilmente pesanti: carichi di consapevolezze (che magari non si hanno) ma che, chissà come, senti di avere.

schiena

La sera vado a cenare con la mia famiglia in una pizzeria a Valladolid gestita da un salernitano doc. E’ un filosofo-sociologo.

“Ma non si sopravvive facendo questo, sai?”

Ha viaggiato il mondo e alla fine si è fermato lì, a Valladolid, “dove la gente è buona, ma buona per davvero”.

E sui muri della pizzeria ha fatto scrivere passi della Divina Commedia, e mentre mangio la pizza mi viene da piangere per una fulminea emozione che mi attraversa dalla punta dei capelli alla punta dei piedi. Mi trattengo, però ho la pelle d’oca.

Que buena onda. Che incastri eccezionali, guarda c’è anche Dante qui con noi, mentre ci mangiamo la margherita! Che regalo grande mi sono fatta oggi.

Si impara un  po’ alla volta a prendersi il proprio tempo. Ad accettare che passa in fretta, ma che è inutile inseguirlo, tanto più veloci di lui non si può andare.

Inseguirlo no: riempirlo di valore, piuttosto.

Sono abituata a ottimizzare il mio tempo e questa parte di me mi stramaledice se invece di andare a vedere una rovina mi metto a lavare i panni. Ma il fatto è, che io non tornerò a casa tra poco. Questa è la mia casa. Anche qui dovrò trovare un quotidiano.

E mentre lavo i panni può essere che incontri qualche animale mai visto prima, o mi venga un’idea, o mi metta a parlare con un canadese, mezzo colombiano con i nonni francesi.

C’è bellezza in ogni luogo, anche nel filo che tra poco accoglierà le mie calze, le mie magliette e le mie mutande, sperando che il sole Messicano, oggi, non sia più matto del solito.

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Canzone consigliata per la lettura: “La Bamba” di Ritchie Valens, in onore di Michelangel che l’ha cantata e suonata sul traghetto che, giorni fa, mi ha riportato da Isla Mujeres a Cancun, e l’ha fatto con un sorriso e una grazia da restarci secchi!

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