LA GIUNGLA, IL BUIO, I MAYA. MESSICO (PARTE SECONDA) MERIDA/CAMPECHE/PALENQUE

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E’ da un po’ di giorni che ci penso e ormai ne sono certa, tanto che estendo il mio pensiero anche ai miei nuovi compagni di viaggio: Ditemi se sbaglio, ma la notte Messicana non è la notte più scura e tenebrosa che abbiate mai visto?

Ci ragionano un po’. Non ne sono certi… mi rispondono che la notte, in quanto notte è scura ovunque e comunque.

Però io non la vedo così. La notte in Messico è la notte per antonomasia, che se esistesse un dizionario d’immagini abbinato alle parole, arrivati a “notte” bisognerebbe mettere una foto della foresta di Palenque, quando cala il sole alle 18 30 e nel giro di un niente arriva il neropiùnero. Nero-pece. Nero-tenebre. Nero-per l’amor del cielo non perderti in questo nero o sono cavoli amari.

Questo buio, di compromessi non ne ha. Sembra il custode di una bellezza che di giorno ti rivolta come un calzino e che poi la sera deve, in qualche modo, essere custodita, occultata, celata. Che nessuno possa vedere. Nessuno, proprio nessuno. E’ il giusto riposo dalle emozioni troppo forti.

Perché da quando sono qui tutto è un’emozione troppo forte.

Quante ne può reggere un cuore, un corpo, uno stomaco, un cervello?

Quante?

Si arriva a un momento in cui bisogna dire basta, adesso basta. Adesso mi fermo un po’, oppure si può continuare?

E anche, quanta bellezza si può immagazzinare?

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Il Messico è una fucina di bellezza. E sempre c’è qualcosa di nuovo, qualcosa di altro da vedere, da fare, qualcosa di completamente diverso da quello che si è fatto anche solo il giorno prima. Cambi radicali, profondi, mondi dentro mondi, esperienze che ne chiamano altre, e alla fine di tutto, un cuore, un corpo, uno stomaco e un cervello che assorbono e assorbono e assorbono. La spugna-essere umano che si gonfia, si gonfia e si gonfia e che non vuole essere strizzata mai.

A Palenque ci arriviamo alle 6 di mattina,  dopo una notte passata su un autobus notturno. Viaggio con Shanna, una ragazza olandese e Dominike, un ragazzo tedesco, e ora si è aggiunto anche Paul.

Sul bus notturno che sa di patatine messicane e di aglio non dormo quasi niente. Ripercorro quanto accaduto negli ultimi giorni. La città di Izamal, completamente gialla, un limone di città, una provocazione di città, quasi a dire, chissenefrega se piove, qui il sole l’abbiamo appiccicato sui muri, potete fare quel che volete lassù. Il sole noi l’abbiamo messo lì e da lì nessuno lo può più togliere.

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E poi Merida e la sua periferia, con i 2000 chioschetti in cui mangiare e dove mi attardo per uno, due, tre tacos (e la ragazza che me li porge sorride, quasi a dirmi “Eddai, mica avrai pensato veramente che te ne sarebbe bastato uno?”). Il groviglio di persone e voci e passi sembra muoversi quasi all’unisono e intravedo una certa razionalità in questo apparente caos, un ordine, una compostezza, un’armonia.  E mentre penso che non so cosa darei per conoscere il mondo maya dalla bocca di chi il sangue maya ce l’ha nelle vene, incontro Fernando, uno studente universitario che mi invita ad assistere a uno spettacolo teatrale il giorno seguente.

“Domani vado via, mi sarebbe piaciuto però…” Che strano: Il teatro, mia grande passione, diventa, in pochi minuti, un ponte per arrivare a “tu chi sei e cosa fai”. In un attimo scopro che i suoi nonni vivono nella foresta e suo nonno è un medico, cura con le erbe.

“Ma se si tratta di un problema differente, un blocco emozionale, ci pensa mia nonna, che è una sciamana”

Wow.

Nel tempo di due frasi ha espresso concetti così lontani da me e dalle ricette che fa il mio medico di base a San Secondo, che mi ammutolisco per un po’. E poi dice che si vedono le cose dagli occhi delle persone e fa un quadro della mia situazione attuale da lasciarmi secca.

Lo stesso che mi propone lo sciamano che incontro un’ora dopo. E’ una persona normale, con una maglia e un paio di jeans e che, esattamente come ha fatto Fernando, inizia una descrizione molto particolareggiata ed accurata dell’essere umano che ha di fronte: io. Talmente veritiera che quasi mi dispiace essere un libro aperto a tal punto, e vorrei non fosse così facile guardarmi dentro e mi viene voglia di nascondermi.

Quanti pensieri che hai. Ma quanti. Smetti di pensare, mi dice. Sblocchiamo quello che c’è da sbloccare. Ti va?

Sì, mi va.

E inizia un rito con parole maya che non conosco, le soffia nelle mie orecchie come se fosse un alito di vento. “Non pensare a niente. Smetti di pensare”

Come faccio? L’hai detto tu, prima, che sono una macchina di pensieri!

Ci provo, però. Provo a seguire la musica che sento e che mi rimanda a rumori di foresta, a suoni tribali, a una quasi calma, prima della battaglia finale. E mi vedo nella foresta. Mi vedo che cammino.

Una foresta che assomiglia tanto a quella di Palenque, col verde che arriva fino al cielo e i fiori rossi e le scimmie che urlano come se fossero sull’orlo di una crisi di nervi, e i corsi d’acqua e le persone che lì hanno messo radici, profonde, ma non tanto quanto quelle degli alberi che appartengono a quel luogo da sempre, senza un prima o un dopo. Sempre.

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Mi dice, lo sciamano, diverse cose, che tengo con me, che ripenso piano, che mi porto dietro, e che sono mie.

Si è fatto tardi, lo dice il neronero improvviso e sono stanca, e scombussolata da tutto questo mare di emozioni. Cammino in fretta lungo la strada – la strada che è il luogo in cui si incontra la gente mica da un’altra parte – e mi sento dire in inglese “Dove vai così correndo? A fare le Olimpiadi?”

Rispondo che più o meno sì, le Olimpiadi del sonno, e che è meglio se parliamo in spagnolo.

Ah sì, mi dice, con quell’accento impettito che hai!

Perché in Messico suona duro il mio modo di parlare, soprattutto sulla jota che io gratto in gola e che invece qui è più morbida, più dolce.

E’ un professore universitario. Mi parla di turismo etico e, diosanto, quanto ha ragione. Quanto siamo impreparati noi europei. Come bisognerebbe muoversi in modo diverso, quante cose si dovrebbero e potrebbero fare.

Parliamo e parliamo e gli chiedo dei maya. E’ uno scriba, e mi racconta dei 13 cieli e della terra e dell’inframundo e dell’energia negativa e di quella positiva e di come la presenza dell’una assicuri la presenza dell’altra. Senza queste due forze opposte noi non esistiamo. Noi che dobbiamo trovare un equilibrio tra le due, noi che all’equilibrio tendiamo.

Infine mi racconta di come nella cultura maya non esistano oggetti, solo soggetti.

Il tavolo sul quale sto scrivendo ora è un soggetto, per esempio, con una sua energia. E l’universo è un organo attivo.

E siamo tutti incastrati. Io e quel filo d’erba. io e la ruota della bicicletta. io e il vaso di terracotta.

Un respiro.

Meglio se profondo il respiro, mentre la spugna assorbe assorbe assorbe.

Ma ora devo riposare. Che il sonno metabolizzi questo mio incontro con i Maya, gli stessi che centinaia di anni prima hanno costruito l’immensità di quello che ora sono rovine a Palenque. Una civiltà magica legata al giaguaro e al serpente, alla forza delle pietre, agli dei e ai rituali, e al gioco della palla, come noi ora.

E l’idea di tornare alla tradizione ce l’ha anche Samuel, che incontriamo nella foresta, e che tatua col bambù. Perché così si faceva e così vuole fare.

La tradizione che chiama e racconta e trascina e vuole trovare spazio in mezzo a quel tanto troppo che crediamo di sapere.

La sera mangiamo nella foresta. C’è un gruppo che suona.

Musica messicana, baby, col manico della chitarra in alto e la mano bene in basso a pizzicare le corde, a fare il solletico.

Tra le coppie che ballano non posso non notare un uomo grande, corpulento, panciuto, bianco nella camicia e nel panama schiacciato sulla fronte. Sembra un grosso gatto, guarda sornione il pubblico. Tiene il tempo con movimenti impercettibili, micromovenze. Balla con un topino di donna. Piccola, rapida, agitata, sguardo basso al suolo. Si incontrano solo per repentini caschè, nei quali lui l’accompagna fino a terra tenendole la testa. E solo in quel momento mi rendo conto che il gatto può muoversi anche a destra e a sinistra, come un iguana.

Sembra la danza tra due animali il cui finale prevede che uno mangi l’altro.

Il topolino sarà mangiato dal gatto.

Il gatto mangerà il topolino.

E invece poi, il topolino è protagonista di uno spettacolo col fuoco e mi rendo conto che non è affatto un animaletto, è una messicana mezza giapponese, mi dico io, uscita da un qualche manga, o da un film di Tarantino. Dal mondo in cui armeggia col fuoco, potrebbe mangiarselo lei il gatto e tutti noi che assistiamo in un sol boccone.

E anche questa è la foresta.

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Così diversa dalla città di Campeche ad esempio, che è solo colore e tranquillità e proiezioni di immagini incredibili sui palazzi e cattedrali e festa con donne e uomini che ballano guardandosi negli occhi, questa volta,  e i fiati messicani che suonano tutta la malinconia e la gioia del mondo.

La foresta è affamata e verde.

E il buio nella foresta è neronero che tenergli testa non è possibile. Io non ne sono capace.

Ma è come dicono i maya, luce e buio. Una cosa e l’altra. Entrambe le cose, o nessuna.

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canzone consigliata per la lettura: “Jungle Drum” di Emiliana Torrini

LA BUENA ONDA. MESSICO (PARTE PRIMA) ISLA MUJERES-TULUM-VALLADOLID

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Mi sono chiesta, mentre mi lavavo le mani nel bagno dell’aeroporto – e allo specchio mi sono vista pallida e irriconoscibile-  chissà, mi sono chiesta, se esistono partenze facili. La mia, che dovrebbe essere a tutti gli effetti una partenza facile, una partenza facile da morire, perché altro non è che il passaggio necessario per dar forma a un sogno, perché sono privilegiata, perché vado a vedere il mondo – santo cielo!-  e  perché ho il tempo per farlo; ecco, nonostante questo la mia partenza facile non è stata.

La mattina del 15 gennaio, il freddo della bassa mi è entrato nelle ossa congelando tutto. E il cielo lo vedevo così familiare e affezionato e mio, come se tra di noi ci fosse un patto mai dichiarato ma ugualmente esplicito per entrambe le parti. Me lo sentivo addosso, come se mi tenesse lì, appoggiandosi alle mie spalle, con tutta la tenerezza possibile. C’era un freddocane, la mattina del 15 e io ho pensato: che bella la mia casa, porcamiseria. E i miei genitori…che belli, porcamiseria. E poi la mia famiglia tutta, composta anche da due cani, di cui uno bastardo fino al midollo che corre abbaiando come un indemoniato da tutte le parti, seguito dall’altro cane  (che poi è una cagna) nobile fino al midollo che corre indemoniata pure lei, nello stesso sgraziato e goffo modo.

No. Facile non è stato.

Difficile è stato.

Mio fratello e mia sorella sono le ultime persone che ho salutato. E mi è sembrato di accorgermi quasi all’improvviso, come se in tutti questi anni non l’avessi compreso veramente, fino in fondo, che hanno in dote gli stessi occhi azzurrissimi, con lo stesso taglio, con i quali, senza parlare, mi dicevano cose diverse: da una parte “Vai, va tutto bene, nessun problema”; dall’altra” Vai, ma stai attenta, stai attenta, stai attenta e stai attenta e Patti…Stai attenta!”

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Come si può spiegare il cielo del Messico?

Io non lo so spiegare. Direi che, più di tutto, è un cielo dispettoso. E’ un cielo matto come un cavallo. E’ pazzo completo, vi dico.

A lui piace così. Farti credere che puoi startene beatamente sdraiata sotto un sole spaccapietre a goderti il mare dei Caraibi, per poi buttarti addosso, nel giro di un amen, secchiate di un’acqua dura e gelida, dritta sulla nuca e sulle braccia, come le sberle disgraziate che ci si tirava alle elementari senza un briciolo di buonsenso.

Sono in Messico da 10 giorni, ma è in questi ultimi che mi ci sento davvero. Prima non mi sentivo da nessuna parte. Ero come in un limbo, come se stessi cercando di mettere a fuoco. E più mettevo a fuoco e più i colori si sbiadivano. Cosa ha fatto diventare reale il tutto? Le persone, la natura, gli autobus, gli ostelli, i siti maya, avere sonno, avere fame, avere voglia di fare la pipì, non parlare mai nella propria lingua, tenere gli occhi aperti.

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L’itinerario è stato frenetico fino ad ora. Il motivo è che ho un biglietto di uscita per il Messico l’8 di febbraio. Quel giorno dovrei essere in Guatemala.

Bene: quel giorno, in Guatemala, non ci sarà mai. Ne ho avuto la certezza a Valladolid dove ho realizzato che stavo commettendo un errore madornale: stavo correndo. Stavo tenendo un passo troppo sostenuto. Arrivavo senza fiato e senza fiato partivo.  Ho fatto tanto in poco: Isla Mujeres, Tulum, Valladolid.

Contavo i giorni, pensando con angoscia all’itinerario (impossibile) che mi sarei dovuta imporre per riuscire a fare tutto. Fortunatamente è bastato poco per riassestarmi e ritrovare (trovare, in realtà) un equilibrio. E’ bastato innamorarmi delle persone.

Le persone fanno il viaggio.

L’incanto dei luoghi fa il viaggio.

Smettere di pianificare fa il viaggio.

Vivere il momento fa il viaggio.

Sono  pronta per lasciare il mio Hostal di Valladolid, ho già fatto il check out,  mi siedo un attimo a un tavolo nella cucina, in cortile. Pablo sta cucinando insieme a Naida, la sua compagna. Lei tiene la loro figlia di 5 mesi sulle spalle.

Sta preparando il pesce e io, improvvisamente, sento una  fame mostro. Una fame preistorica. Per una settimana ho mangiato molto poco; credo, altro non fosse che lo strascico di una tensione pre-partenza che doveva scemare e che in fin dei conti ha reso scema pure me. Sento fame, ma sono ancora più stregata dalla preparazione del piatto. Dalla cura con cui Pablo pulisce il pesce e con la quale Naida taglia le verdure.  Cominciamo a parlare. Hai l’autobus tra 40 minuti, mi dico, non ti perdere, eh.

Dopo poco tutto si fa molto chiaro: perditi. Perdi l’autobus. E’ qui che devi stare.

Se senti una scintilla e te ne vai, ti stai facendo un torto atroce. Ti stai raccontando una balla.

E io non vorrei raccontarmele.

Vado alla reception.

“Ho cambiato idea, mi dispiace…c’ è ancora posto?”

“Abbiamo ancora un solo letto: il tuo. Vedi, te l’avevo detto che avresti fatto 2 notti qui” mi dice sorridendo Daniela che mi ha accolto quando sono arrivata il giorno prima.

“Era destino”

“Avevi ragione tu..ti dovevo ascoltare”

E mi dico che ascoltare è l’unica vera cosa che devo fare in questa parte di mondo.

Quella diventa la giornata più intensa dei miei primi 10 giorni in Messico.

Pablo e Naida mi invitano a pranzo con loro. Mi intriga  e mi rassicura il loro legame multietnico. Mi piace quello che hanno da dire e il modo in cui lo dicono. Ci scambiamo molte idee su tutto, dal lavoro alla vita, alla verdura, al mare.

Hay que seguir la buena onda” mi dice Naida.

La buena onda ha poco a che fare con guide e cartine e meteo e tutto il resto.

E’ essere nel posto giusto al momento giusto, e starci.

 Allora, se sei in questo stato di grazia, quella è la buena onda.

Passeggio per le strade di Valladolid, la sera prima un tremendo temporale mi ha colto in flagrante, mentre mi mangiavo un panino in un chioschetto sul ciglio della strada. Tutto si è allagato in treminutitre e sono tornata a casa camminando letteralmente sulle acque. Sedute, composte sul sagrato della Chiesa intravedo alcune Signore Messicane. Mi siedo e ci vuole un attimo a scambiarsi le riciproche storie. Si appassionano alla mia e io mi appassiono a loro: sono Chely e Mechy. Minute donnine messicane, vestite di rosso in onore della processione che si sta svolgendo per le vie della città e a alla quale assisto.

Piccole, da farmi sentire un gigante. Sono vicine di casa. Avranno 60 anni e si tengono per mano.

Parliamo tanto e mi raccontano della loro famiglia, che poi è della famiglia che si parla sempre, per spiegare da dove si viene e forse anche verso dove si è diretti.

Le chiedo se posso scattare una foto e loro mi chiedono se posso chiamarle ogni tanto o anche scrivere.

Oh sì! Certo che scrivo! Come si fa a dimenticare due bamboline così, che mi abbracciano forte e mi benedicono in tutte le lingue del mondo (compresa quella maya), che poi è sempre una, sempre la stessa. E dalla strada in fondo, mi salutano di nuovo, alzando timidamente il braccio.

Penso alle braccia scolpite nei bassorilievi di Ek Balam, rovina maya all’interno della selva, che ho preferito, in maniera del tutto impopolare alla più turistica Chichén Itza.

Penso all’imperatore sepolto lì dentro e trovato quasi intatto a distanza di centinaia di anni. Penso ai Maya e ai gradini che mi hanno portato in cima alla piramide e di come la prospettiva del mondo da lassù faccia sentire leggeri e inspiegabilmente pesanti: carichi di consapevolezze (che magari non si hanno) ma che, chissà come, senti di avere.

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La sera vado a cenare con la mia famiglia in una pizzeria a Valladolid gestita da un salernitano doc. E’ un filosofo-sociologo.

“Ma non si sopravvive facendo questo, sai?”

Ha viaggiato il mondo e alla fine si è fermato lì, a Valladolid, “dove la gente è buona, ma buona per davvero”.

E sui muri della pizzeria ha fatto scrivere passi della Divina Commedia, e mentre mangio la pizza mi viene da piangere per una fulminea emozione che mi attraversa dalla punta dei capelli alla punta dei piedi. Mi trattengo, però ho la pelle d’oca.

Que buena onda. Che incastri eccezionali, guarda c’è anche Dante qui con noi, mentre ci mangiamo la margherita! Che regalo grande mi sono fatta oggi.

Si impara un  po’ alla volta a prendersi il proprio tempo. Ad accettare che passa in fretta, ma che è inutile inseguirlo, tanto più veloci di lui non si può andare.

Inseguirlo no: riempirlo di valore, piuttosto.

Sono abituata a ottimizzare il mio tempo e questa parte di me mi stramaledice se invece di andare a vedere una rovina mi metto a lavare i panni. Ma il fatto è, che io non tornerò a casa tra poco. Questa è la mia casa. Anche qui dovrò trovare un quotidiano.

E mentre lavo i panni può essere che incontri qualche animale mai visto prima, o mi venga un’idea, o mi metta a parlare con un canadese, mezzo colombiano con i nonni francesi.

C’è bellezza in ogni luogo, anche nel filo che tra poco accoglierà le mie calze, le mie magliette e le mie mutande, sperando che il sole Messicano, oggi, non sia più matto del solito.

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Canzone consigliata per la lettura: “La Bamba” di Ritchie Valens, in onore di Michelangel che l’ha cantata e suonata sul traghetto che, giorni fa, mi ha riportato da Isla Mujeres a Cancun, e l’ha fatto con un sorriso e una grazia da restarci secchi!

CARO MONDO, PRENDITI CURA DI ME

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Caro mondo,

abbi cura di me.

Sto arrivando; questione di ore. Non più mesi. Non più settimane. Non più giorni. Solo ore, caro Mondo

Solo minuti e secondi di un’attesa densa e fangosa, di vestiti da imbustare e di uno zaino da controllare, e di coltellino e cartine e pantaloncini e infradito e di assicurazione e adattatore universale  e di medicine e di tappi per le orecchie e dentifricio, e mutande e calze e fotocopie del passaporto e fotocopie del mio cuore.

Che resta anche qui. Spezzato dai tanti saluti, dalla forma degli alberi, dall’innafiatoio verde appeso alla fontana in cortile, dal cuscino sul divano, dalle cornici e dalle foto,  dalla nostalgia di quando ancora sei a casa e pensi che non dovresti (che non è giusto) avere nostalgia di qualcosa che ancora tocchi, eppure, diosanto, ce l’hai. Come una proiezione futura, ma attuale, che ti dice, adesso, per l’amor del cielo, vai.

Vai.

Vai.

Vai.

Non è un paese per gente dal cuore tenero, caro Mondo. Se vedessi, se sapessi cosa succede dentro di me. Cosa succede dentro, anche se non so dirti precisamente dove. Dietro la pelle, dove risiedono gli organi, che rispondono ai sentimenti e ai pensieri e a quella massa atroce e bellissima che sono le emozioni.

Lo vuoi sapere cosa sto provando io, Caro Mondo?

Sto provando il peso dei sogni grandi.

Ti sto aspettando da così tanto, che questo nostro incontro assomiglia a quello di due che ancora non sono innamorati, ma comunicano da mesi, senza mai vedersi. Non sono certi di piacersi per davvero.  Eppure entrambi, senza dirselo chiaramente  – perché c’è da essere un po’ cauti, eh –  sanno che nell’altro risiede la possibilità dell’amore. Quella possibilità – che è una, non 100 – li ha portati a notti insonni, ad arrossire all’improvviso, stupidamente, al solo pensiero di essere vicini, a un’inquietudine delirante e scostante, a una follia squilibrata.

Sono certi di volersi, di amarsi?

No, per niente.

Ma quella possibilità, che è una e una sola, lotteranno con le unghie e con i denti per potersela giocare.

Arriveranno all’appuntamento. Arriverò all’aeroporto

Vorranno morire quei 5 minuti prima, quando le gambe cederanno ad ogni stramaledetto passo. Mi dovrò obbligare a stare in piedi dritta, salda, obbligherò ogni cm del mio corpo.

Avranno desiderio di scappare. Avrò desiderio di scappare.

Sapranno che l’altro è dietro l’angolo, in quel caffè, dove si sono dati appuntamento. Mostrerò il mio biglietto aereo a una hostess bionda con la coda di cavallo, che mi rivolgerà un debole sorriso, seppur cortese.

Controlleranno di essere presentabili nello specchietto di una qualche macchina parcheggiata sul marciapiede. Farò il check-in

E poi rideranno d’ansia. Piangerò d’ansia.

E infine, quel salto, lo dovranno fare. E infine, quel volo, lo dovrò prendere.

E dall’altra parte, ci sei tu caro Mondo, che mi hai giurato che dopo il nostro incontro non sarò più quella di prima.

Mi hai detto che crescerò in un anno tanto quanto in una vita intera.

Tu, che hai alimentato il mio desiderio di te, con promesse di mari caraibici, di monti inespugnabili, di vento,  di cascate, di passi polverosi su strade polverose e autobus notturni e animali esotici e paesaggi che ne hanno del miracolo; e di persone che tracceranno la mia storia, e di avventure che mi metteranno alla prova e di una vita da nomade, in cui cambiare centinaia di ostelli e letti e lenzuola e pensieri e conoscenze e tutta me.

Prenditi cura di me.

Fai in modo che io ti sappia accettare anche quando mi farai sentire sola e piccola e spaventata e persa e frustrata e malmessa e stanca.

Fammi essere salda.

Fammi essere forte.

Ti ho scelto. Ci siamo scelti.

Ricordamelo sempre.

Poteva essere diverso? Non lo so.

Poteva, sì…ma non ho voluto che lo fosse. Ho deciso di ascoltarmi e di credere che quello che mi stavo dicendo – seppure strano e folle e duro e complesso e magnifico da morire e assolutamente fuori dalla mia portata –   fosse giusto, fosse saggio, fosse buono, fosse alla mia portata

E adesso sperimento il peso dei sogni grandi.

Con un nodo alla gola, la fatica a deglutire, la voglia di piangere, lo stomaco che si rivolta, la paura che paralizza, la tensione che mi rende esausta. Non ho più un briciolo di energia. Non ho più voce.

Ma sono viva. Sono indiscutibilmente viva.

 E questa vita, io la voglio celebrare.

Non so cosa succederà. Darei un braccio per saperlo, ma non lo so.

Non so cosa succederà, ma adesso io ti vengo a prendere.

Adesso io vengo da te. 

Adesso parto.

Aspettami,

                       Tua Patrizia

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canzone consigliata per la lettura:  “Clean getaway ” di Maria Taylor

IL CONGEDO (CIAO, A PRESTO, ARRIVEDERCI, CIAO)

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“Cara Patrizia, ti chiediamo solo di riportare indietro la Patti sana e salva. Auguroni, Battista e Margaret”

Questo biglietto me lo giro tra le dita da un po’.

L’ho ricevuto mercoledì in un bar di Solarolo, in provincia di Cremona, mentre  bevevo succo d’arancia e mangiavo riso con pollo al curry, alle 11 di mattina; un aperitivo, tutto sommato, strano.

Battista e Margaret sono amici storici dei miei genitori. Vivono tra l’Irlanda e l’Italia. Mi conoscono da quando ero una bambina. Li adoro. La loro storia d’amore, dai toni esotici, mi ha sempre terribilmente appassionata.

Perché Margaret e Battista sono un “incastro inaspettato”. Sono due lego, Margaret e Battista, diversissimi tra loro, con una conformazione che racconta di vita e attitudini e caratteri e modo di sentire opposto; eppure, proprio per questo (grazie a questo), si completano in una maniera che, tutte le volte, mi lascia secca.

Credo di aver appreso da loro – quando ero poco più di 50 cm di essere umano e grande mangiatrice di bomboloni e affini –  che “possibilità” e “diversità” altro non sono che una radiosa rima baciata.

Riporta indietro la Patti sana e salva

Salva e sana riportala indietro, please.

“Stai atténta…”mi dice Margaret con quel suo bell’accento irlandese, con la “e” che fa dei giri tutti suoi nel palato e l’ultima “a” che è di una dolcezza tale, che se la “t” che la precede non se ne innamora, io vi assicuro che è davvero una “t” senza cuore.

Certo sì. Lo farò Margaret.

Che belli i biglietti, scritti di pugno, con una penna bic, su un pezzo di carta che profuma di carta.

I biglietti che portano il tuo nome e un pensiero associato al tuo nome.

Il tuo nome che contiene la tua persona tutta.

Il tuo nome che contiene la tua essenza tutta.

Non solo il tuo nome, ma le tue ossa, le tue mani, il fegato e la milza, il cuore, la testa e gli occhi, la tua voglia di ridere, il tuo modo di parlare e gesticolare e strizzare l’occhio e respirire, e l’amore per il curry.

Congedarsi è una fatica. E’ un mestiere, quasi.

Per una come me, una sentimentale, un’emotiva…congedarsi fa un male.

Sono cambiata molto, negli anni.

Ricordo, ad esempio, che poco prima di partire per l’Erasmus nel 2002, ero un’anima in pena ipercinetica.

Uscivo sempre e continuavo a salutare tutti: ciao, addio, è stato bello, ci vedremo tra molto tempo, lo so lo so è dura, non dimenticatemi;  e poi uscivo di nuovo ed era la solita solfa: ciao, addio, è stato bello, ci vedremo tra molto tempo, lo so lo so è dura, non dimenticatemi; fino all’ultimo giorno che è ricordato dalle mie amiche come una sorta di esperimento antropologico, o più realisticamente una pièce teatrale, la cui buona riuscita lascia non pochi dubbi negli spettatori.

Alle 8 di mattina, avevo convocato tutti gli amici a casa per “l’ultimo (inesorabile) saluto”. L’ultimo (inesorabile) saluto. Rendiamoci conto.

Una tragedia. Piangevano tutti. Almeno, io piangevo di brutto, i miei genitori, mia nonna, le mie amiche…E tutto un abbracciarsi, e adesso? come si fa? Cosa faremo tutti? Questa lontananza ci devasterà e non ne usciremo vivi, molto probabilmente.

(Voglio dire, io me ne andavo in Spagna, a Tarragona, al mare. E una volta lì, una volta infossati i piedi nella spiaggia, posso assicurare che di lacrime non ne ho versate più nemmeno una. Per dire quanto stavo male)

Eppure, sono partita con un turbamento interiore e un immaginario esteriore fatto di occhi rossi e stuzzichini (perché, a casa dei miei genitori, cascasse il mondo, appena varchi la soglia ci sono cose da mangiare che ti aspettano, anche alle 8 di mattina, anche in piena pièce teatrale).

Adesso.

Che strano quello che sta succedendo adesso.

Sto passando le sere a casa. Arrivo sfinita a fine giornata e ho bisogno di metabolizzare, di fare ordine, di incasellare. Procedo a tentoni nel gestire il subbuglio che mi sta sfibrando.

Sono per lo più a San Secondo, nella bassa, bene abbarbicata alla mia casa e alle mie origini. Fagocitata dal plaid, indolenzita dai troppi pensieri, esausta dalle troppe preoccupazioni.

Ho bisogno di silenzio, di pace, di quiete.

Di silenzio e pace e quiete. Per favore.

Non ho quasi più niente da dire. Potrei guardare le persone negli occhi, potrei parlare con gli occhi, ma con le labbra no.

Ho bisogno di scomparire, di farmi piccola (mi sento piccola, piccolissima) come un seme che deve stare sottoterra, altrimenti di germogliare non se ne parla. Altrimenti cosa pretendi da un seme esposto a tutto? Va lasciato nascosto, sigillato nel cuore del campo.

E’ lì che devo stare ora, tra le talpe e le radici. A ricordarmi chi sono, prima di sperimentare chi sarò.

Non reggo il distacco da coloro che amo e quindi temporeggio con i saluti. E quando è il momento, fingo che non sia il momento.

Allora io e te, tu e io ci vediamo anche la prossima settimana, a cena a casa mia, al cinema (che è sempre la tv di casa mia), a saltellare per le vie della città, a parlare di tutto quello che faremo, della vita e dell’amore e di quel ragazzo che non mi ha baciato e di quell’altro che non ho baciato io e del Duomo e del Battistero di Parma, dei cappelletti e delle gambe che pedalano e delle idee che si rinnovano e delle multe che ho preso e della rabbia che ho provato e del teatro e degli spettacoli che dobbiamo andare a vedere e dei cin cin che dobbiamo brindare e dei vestiti che vanno lasciati negli armadi e di quelle che vanno messi nel sacco della Caritas e del vino da Canistracci, e di Borgo Giacomo che mi piace sempre tanto con i suoi abiti vintage e il brocantage.

Congedarsi è reale, tanto quanto partire.

Congedarsi è già partire. E’ un’azione piena di azione.

E’ un’azione che è quasi una sfida.

Tipo alle olimpiadi. E’ la corsa prima del salto in lungo.

Quella corsa lì, che tende il muscolo e i nervi e il sangue pompa e il respiro si affanna e i piedi  azzannano la terra che diventa polvere e la polvere scompare come te, quando parti.

Puf! E’ sparita Signori e Signore, non c’è trucco e non c’è inganno!

Prima c’era, l’avete vista tutti, e adesso non c’è più!!

Ho ricevuto biglietti e foto. Cose piccole, che con la loro preziosa quasi bidimensionalità, stanno ovunque e non occupano spazio nella preziosa e già compromessa tridimensionalità del mio zaino.

Me li guardo anche adesso, ancora prima di essere dall’altra parte del mondo.

Sono le persone con cui già mi sono congedata.

Ci siamo abbracciati forte, sussurrando due o tre cose nell’orecchio, piano, con cautela. Una formula magica, che protegge chi parte e chi resta. Una formula antica, arcaica, di un linguaggio universale. Ho sentito il bacio lunghissimo sulla mia guancia e altrettanto lunghissimo l’ho restituito; le mani che hanno accarezzato i miei capelli corti e la mia testa che ha una forma strana tutta sua, e le mie spalle ho sentito, che come un ombrello hanno sostenuto questa tempesta di emozioni, ma che impermeabili non possono essere e mai sono state.

Non bisogna aver paura di tremare.

E io ho Tremato.

Scoppio di malinconia. Scoppio di vita.

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Mentre lavoravo a questo post, Petra ha trascritto alcune righe di questo libro: “Il vento contapassi” di Lorenzo Zumbo . Lo riporto qui. (Sarebbe bello essere pure io un’eroina dell’800…mi accontenterò di essere una donnina del 2016)

“C’è spesso nei romanzi dell’Ottocento un eroe che si congeda. Sceglie soprattutto i propri silenzi per formulare un ultimo saluto. Che deve essere definitivo. È il punto del romanzo in cui le parole del narratore scavano un buco. Bisogna arrestarsi nella lettura. Bisogna sentire, chiudendo il libro, quanto esteso sia lo strappo, il buio che d’ora innanzi abiterà in ogni pagina.

Oggi ho deciso di congedarmi. Di praticare quest’arte difficile che cuce insieme impazienza e nervosismo. Comincio dalle cose in cui mi imbatto appena sveglio: un paio di ciabatte, una camicia, una lametta da barba. Ogni cosa richiede un’attenzione speciale. Si segue nel congedarsi una liturgia, un rito. Lo sguardo, per esempio, deve misurare quanto più mondo è possibile. Deve accogliere la memoria lunga di ogni luogo.

Me lo fa capire bene mia zia Maria che mi accompagna per le strade del paese. Mi dice che nel separarsi i nomi pesano di più perché si riempiono di terra. Per questo ci si stanca. Mi stringe il braccio davanti a ogni porta. È mattino presto e in giro non c’è nessuno. Allora noi ci congediamo dal liscio sapere delle nuvole, da questo mese, da un mare quasi bianco. E camminiamo senza fermarci. Mia zia dice che un congedo è un amore che ci è dovuto come d’estate il volo di certi uccelli impazziti. Ma non ce ne accorgiamo subito.

I nostri passi si lasciano dietro una polvere azzurra. Se ci voltiamo, si vedono cicogne rubare pezzi di cielo ad altissimi minareti.”

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Canzone consigliata per la lettura: “So long Marianne”  di Leonard Cohen