L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL PARTIRE (O DEL CHIAMARE LE COSE COL PROPRIO NOME)

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“Ultimamente mi piace molto questa canzone che, tra le altre cose, dice ‘Ti spaccherò la faccia se non mi dai il cuore’. Mi fa pensare a te che fai le mattate”

E’ il primo messaggio di un sabato mattina che mi vede arrendevolmente inghiottita nel mio piumone. Di alzarmi non se ne parla.

L’ansia, oggi, non ha lo stesso slancio agonistico del mio sonno. Allora vinci, Sonno! 1 a 0 per te!

Il messaggio me l’ha scritto Stefania – un’amica romantica col collo e le gambe lunghe, che vanno da tutte le parti come se avessero vita propria-  e mi ha fatto ridere parecchio. Si riferisce a quanto sta accadendo in questo periodo che anticipa di poco la mia partenza. Non ho il minimo filtro. Mi espongo al 100%. Divento involontariamente, ma necessariamente, protagonista di situazioni a dir poco tragicomiche.

Nessuna democrazia sentimentale. Piuttosto una dittatura emotiva.

O così, o niente.

Mi siedo sul letto, fuori c’è il sole dopo circa un mese filato di nebbia, che è dal 2007 che non si presentava con questa grinta qui, la nebbia. 

Oggi vinci, Sole! 1 a 0 per te!

Le cose a questo punto sono due: ho una canzone d’ascoltare, che racconta forse di me, e ho un sole da raccogliere, come se fosse una sfida.

Oh! Sono qui! Adesso che sono arrivato, tu cheffai, non esci?

A queste due cose vere, se ne aggiunge una terza: ho i piedi in fiamme, perché ieri mi sono vista con gli amici del teatro e abbiamo ballato fino alle 3 di notte.

Beviamo, abbracciamoci, ma ci vedremo ancora, prima che tu parta? mangiamo le tagliatelle, beviamo, sei emozionata? come stai? beviamo ancora, ma allora ci salutiamo davvero qui?

Balliamo, amici. Balliamo che è meglio. Che quando si balla, non c’è bisogno di proferire nessuna parola, se non quelle sbraitate che inseguono i testi delle canzoni, con un accento tutto sbagliato, in un inglese tutto malconcio.

I miei piedi, che hanno ancora i postumi della danza addosso, oggi io li porto a camminare. Vado in collina, a Barbiano.

Vado a fare salite e discese.

Vado a sciogliere l’ansia. Vado a buttarmi la musica dentro le orecchie e dentro la testa. Dentro la spina dorsale.

Mi bastano 10 passi. Mi sento in armonia, in pace, in gioia.

Ti spaccherò la faccia se non mi dai il cuore

Questa sono io.

Ma, lo giuro, sono io in armonia, in pace, in gioia.

La faccia non l’ho spaccata a nessuno, in realtà. Ma questa frase bene racconta della moderazione che non ho più, che non posso più concedermi.

Bene racconta di come, all’improvviso, io non possa più essere accomodante.

Sono tutta esposta. Non ho una sola protezione, che sia una.

Sono a nervi scoperti.

Le energie sono poche, si assottigliano di giorno in giorno e mi obbligano a occuparmi di ciò che è essenziale. Mi obbligano ad essere essenziale io stessa, ad andare al nocciolo delle questioni.

Sono una casa, con le fondamenta e il pavimento. Una casa aperta, senza infissi; una casa senza sovrastrutture. Bisogna prendermi così.

Io, d’altro canto, mi assumo tutta la responsabilità di essere così. Comincio col dare un nome preciso a quello che sento. Non mi prendo la briga di edulcorarlo, di inasprirlo, di esaltarlo, di manometterlo.

Voglio vivere lo spessore dei sentimenti, senza aggiungere spessore.

Nervi scoperti, cari miei.

Da una parte fa male, dall’altra dà un senso di liberazione fortissimo. Ancora per un mese devo fare i conti con quello che c’è qui, poi all’improvviso, dovrò fare i conti con altro. Con qualcosa di completamente nuovo e sconosciuto. Chiudi-Apri. Un lusso che ci si può concedere poche volte nella vita e che porta una sincerità irresistibile, una fragilità irresistibile, una paura irresistibile, una confusione irresistibile.

A Barbiano decido di scendere verso il laghetto, che si trova a circa 1 km più a valle.

“Questa canzone mi ha spaccato il cuore, Ste” le scrivo

“Mi piace perché ci sono un sacco di Uh uh da ululare” mi risponde

E’ vero. Quanto hai ragione. Dovresti vedere quanti giri su me stessa, mentre sto ululando, sulle collina. Un cane mi sente e mi risponde. Ci capiamo al volo noi due. Lo so che anche tu hai voglia di canzoni d’amore tristi e di piroette..e forse anche di un osso.

Arrivo al laghetto, mi siedo su una minuscola panchina di legno. Ho  una torta di mele che qualcuno ha fatto per me, due biscotti bruciacchiati che io stessa ho fatto per me, insieme a mezzo litro di thè caldo al limone. Dall’altra parte del laghetto, un uomo sta pescando un pesce dopo l’altro. A loro, ai pesci, sembra vada bene così. Va bene essere pescati uno dopo l’altro, che tanto nel laghetto c’è un freddocane che si gela. Me li immagino dentro alla cesta, che cantano tutti insieme il ritornello della canzone

E non mi importa se non mi ami più e non mi importa se non mi vuoi bene, dovrò soltanto rimparare a camminare, se non ci sei tu.. uh uh

Rispondo al loro uh uh, muovendo il collo a ritmo.

I pesci sono saggi: del resto, in fondo, qualsiasi cosa succeda, è questo che dovrò fare, rimettermi in cammino. Anche dall’altra parte del mondo.

Diamo un nome alle cose, quindi.

Abbracciami, dammi un bacio, sì, no, non posso, posso, invitami a cena, cucina per me, aiutami a ridere, ridiamo forte, piangiamo forte, fammi l’amore, mi hai fatto male, mi hai fatto bene, sono spaventata, sono preoccupata, ti voglio bene, sei fondamentale, sei il mio presente, sei il mio passato, ti vorrei nel mio futuro, ho bisogno di aiuto, scusami, eccomi, ci sono, non ci sono, posso esserci, non posso esserci, ho sbagliato.

Diamo un nome alle cose che sia immediato e inequivocabile.

Lasciamo che a deformare ci pensino gli specchi posti sui cigli delle strade, per evitare che le macchine si schiantino; come questo che trovo lungo la discesa verso casa, con le anche che iniziano a farmi male e il ginocchio che fa le bizze.

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Hai ragione Stefania: sembro matta.

La verità senza filtri sembra matta pure lei.

I sentimenti senza filtri richiedono una dose di follia, che nella vita, spesso, crediamo di non poterci permettere. Perché poi, questa follia avrà delle conseguenze. Come fai a guardare in faccia una persona a cui hai appena messo in mano tutte le tue le fragilità, i bisogni, tutto quel groviglio misterioso e impossibile che è il sentire?

Robe da scappare a gambe levate, ripetendosi: scema, scema, scema, scema, scema, scema. Che vergogna, che vergogna, che vergogna, che vergogna. Perché l’ho fatto? Perché? Perché? Perché?

Ma a me, adesso, non capita. Parto tra un mese, sto via un anno. Cos’è che devo nascondere?

Adesso ti dico quello che ho.

Adesso ti dico quello che ho dentro al groviglio misterioso e impossibile del mio sentire.

E il motivo per cui devo fare questo, è tutto racchiuso nel cambio di un pronome personale, e nel conseguente passaggio da  una seconda persona singolare a una prima persona singolare: La verità, Ste, è che mi spaccherò la faccia se non mi do il cuore.

Che se dovessi arrivare alla partenza con un briciolo di cuore in meno, sarò davvero arrabbiata con me. Se lasciassi qualcosa in sospeso qui, se mi stessi mentendo, se mi facessi andare bene una situazione che non mi fa stare bene, se cercassi di mitigare, quando sono un fiume in piena, se non parlassi in modo chiaro alle persone che amo, se non fossi in grado di verbalizzare anche le cose più scomode e complesse, se non mi esponessi anche a rischio di sembrare un’idiota, allora sì, allora sì che mi dovrei spaccare la faccia sul serio.

Nervi scoperti. Va bene.

Nessuna protezione. D’accordo, va bene

Fragilità da far spavento. Va bene.

Ma d’altra parte..che libertà incantevole!

Che leggerezza..

Uh uh!

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Canzone consigliata (e necessaria) per la lettura “Cosa mi manchi a fare“, Calcutta

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3 pensieri su “L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL PARTIRE (O DEL CHIAMARE LE COSE COL PROPRIO NOME)

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