L’IMPORTANZA DI AVERE UN PIANO B (IL FALLIMENTO E LA PAURA CHE FA)

20151205_150139A me è cambiato il respiro.

Inspira. Espira. Usshhhhhhhh

Ho la respirazione alta, di petto sto respirando. Il diaframma l’ho abbandonato. L’aria di lì non passa da un po’ di tempo. Una settimana, credo.

Il mio esantema virale alla fine si è stancato di me e ora di puntini rossi non ne ho più. Sono guarita, ma nel frattempo mi è cambiato il respiro.

Sono molto brevi i miei respiri, da circa una settimana. Neanche il tempo di dirsi “Hey ciao, io mi chiamo Pat…” che già se n’è andato. Con questo respiro qui non riesco a fare amicizia o tessere una qualunque relazione.

Nel mio stomaco, nel frattempo, si sta tenendo un comizio. Il tema è l’ansia.

Si parla e si discute da giorni. I discorsi sono diventati piuttosto animati, non a caso, con l’avvento del mese di dicembre.

Il mese di dicembre mi ha detto:

Qui mancano circa 40 giorni. E poi sai cosa succede?

Sì lo so, lo sanno tutti ormai.

Ok, ma io te lo ricordo lo stesso. Tu te ne vai.

Io me ne vado.

Inspira. Espira. Usshhhhhhhh

Adesso, in questo momento preciso, sono in svantaggio.

Lo so bene. Adesso è dura.

Sapevo che lo sarebbe stato. Ma recentemente, qualche settimana fa, mi era pure sfuggito un “Io non ho paura” pieno di un ottimismo che adesso gioca a nascondino e posso assicurarlo, si è nascosto bene.

Adesso che c’è quel comizio sull’ansia nel mio stomaco e il Natale alle porte e le luci nel mio quartiere di periferia con il loro “Auguri” di lampadine e la nebbia che anche il mio cervello ha offuscato, insomma, adesso, se devo essere sincera, non mi verrebbe mai di dire “io non ho paura”.

Adesso ci sono solo 40 giorni tra me e quell’aereo.

Adesso ci sono tutte le cose che lascio. Ci sono solo quelle a dire la verità. Quelle che troverò, è inutile, non ci sono. Non riesco a visualizzarle. Neanche se vado su google immagini. I posti li vedo, ma non riesco a immaginarmi in nessuna storia. Nessuna cosa buffa che mi succederà, mentre cercando un ostello per dormire incapperò in una santona messicana che mi parlerà di un posto in cui dovrò andare, cercando una chiave e la chiave che io troverò aprirà una botola che mi porterà direttamente in fondo alla terra per poi risalire direttamente sopra la terra, in Costa Rica.

No. Nessuna storia con me protagonista. Ed è strano, perché è quello che faccio di lavoro, inventare storie. La fantasia, per il momento è in vacanza. L’immaginario da cui attingere è immaginario.

Adesso c’è il presente. Ed è molto presente. Che se lo vivessimo come lo sto vivendo io, in questo momento, il presente, sarebbe una benedizione (sempre che non ci sia un comizio di ansia nello stomaco, che allora cambia tutto)

Sto soppesando tutto. Il mio cuore è una bilancia. Il mio cuore batte come se avessi appena corso una maratona: sono ferma.

Ad ogni azione, la più piccola sto rivolgendo la mia attenzione. Io che mangio un caco della nostra pianta di cachi in campagna, la consistenza del mio piumone dell’ikea, i passi dalla cucina alla sala, la mia giga-tazza da mezzo litro per il thè del mattino, la mia chitarra sweethearts, i biscotti che comunque, ancora una volta, ho bruciato, i vestiti abbandonati sulla sedia, le azioni infilate una a una come si infila una collana. Io nel mio quotidiano, nell’intimità della mia casa, nella mie riconoscibili abitudini.

Le parole delle persone che amo non sono mai state così piene.

Gli occhi delle persone che amo non sono mai stati così aperti.

I dialoghi con le persone che amo sono lenti, importanti, intensi. Pieni di lunghi silenzi, anche.

Da restarci secchi.

Gi sguardi sono cambiati. Ci guardiamo come se ci dovessimo raccontare un segreto, anzi, come se dovessimo svuotare il sacco di milioni di segreti, non solo nostri, ma dell’umanità intera.

Dentro ai nostri sguardi c’è: “Chissà quante cose ci succederanno in questo anno”

Chissà quanto sarai cambiata, al tuo ritorno, mi dicono.

Chissà quanto sarai cambiato tu, penso.

Nessuno di noi rimane uguale. Chi parte, chi resta.

Ci guardiamo come chi si deve ricordare perfettamente dove inizia lo zigomo, come si incurva il labbro, come scoppia il sorriso, che forma hanno le sopracciglia.

Inspira. Espira. Usshhhhhhhh

“Sai Patti, a cosa devi pensare?”

“A cosa, Boris?”

Al fatto che hai sempre e comunque un Piano B

“Certo sì”

“Se vorrai tornare, nessuno lo vedrà come un fallimento. Puoi tornare in qualunque momento, per qualunque motivo, come ad esempio l’insopportabile mancanza della persona più importante e fondamentale della tua vita: io”

Rido ma sono malinconica e anche lui si fa serio.

“Patti, in qualunque luogo sarai, devi essere consapevole che in meno di 10 ore sei a casa. Con un volo, sei a casa. Non ci sarà bisogno di quel volo, io lo so, ma c’è bisogno che tu abbia chiaro in testa che quel volo esiste, c’è. Che hai un piano B.”

Dopo nemmeno 12 ore mi scrive Meri e rafforza il concetto: “Volevo dirti che non sarai giudicata, se avessi voglia di tornare”

Anche lei a modo suo, che non è molto diverso da quello di Boris, mi parla di un piano B.

“E dovrai stare attenta, sempre”

“Certo”

“E non fidarti di nessuno”

“Solo di qualcuno”

“Prima mandami la foto”

Rido.

Gli amici che mi conoscono bene sanno che, benché io sia una tipa decisamente sgangherata, quando inizio una cosa, raramente non la porto a termine. So essere molto tenace.

Se la cosa in ballo l’ho voluta fortemente, non mollo.

Di fallimenti ne ho vissuti e non uno o due…o tre. Fallimenti che ti scaraventano la vita e la lasciano a gambe all’aria.

Ma forse, non per abbandono del campo di battaglia, piuttosto perché dall’altra parte c’era qualcosa o qualcuno molto più forte di me.

Eppure sento che per essere veramente libera, dovrei riuscire ad accettare che possa succedere anche questo. La presa di coscienza di un piano B.

E so che più del giudizio altrui, in tal caso, sarà il mio di giudizio con cui dovrò fare i conti.

Io farò del mio meglio. E di questo sono certa.

Però sarebbe incredibile essere in grado di dire: Farò del mio meglio, ad accettare quello che sono. Quello che riuscirò a fare e quello che non riuscirò a fare.

Inspira. Espira. Usshhhhhhhh

La prima volta che ho percorso il cammino di Santiago, mi erano venute vesciche terrificanti, impossibili, agghiaccianti e mostruose. Ricordo che gli altri pellegrini me le fotografavano. Una ragazza una volta mi ha detto: “Ti vedo partire la mattina presto e penso sempre ‘non ce la farà ad arrivare all’ostello’ Ma poi la sera, ci sei”

A una settimana dall’arrivo, ero in Galizia, camminavo a occhi chiusi. Forse avevo la febbre, ma più probabilmente l’adrenalina era scesa, vedevo la meta senza vederla davvero (la stessa cosa è capitata la seconda volta che ho percorso lo stesso cammino, ma senza nemmeno una vescica).

Ricordo che avevo smesso di rispondere ai messaggi, non parlavo più, le forze erano poche e le utilizzavo tutte per camminare.

Mia sorella mi aveva chiamato al telefono: “Torna a casa”

“Cri, sono a 4 giorni da Santiago. Ho già percorso 700 km, me ne mancano 100.

Non tornerò a casa, finché non sarò arrivata”

E così è stato. La gioia al mio arrivo, non è qualcosa che si possa spiegare a parole. Proprio non si può.

Eppure solo qualche giorno prima avevo scritto una mail ai miei amici, perché avevo capito come stavano le cose e l’avevo capita con una chiarezza abbacinante. Il senso del viaggio non era arrivare a Santiago. Il senso era partire per Santiago. Il senso tutto del viaggio era compreso nel primo passo che ho intrapreso con lo zaino in spalla. Non nelle migliaia di passi fatti in seguito per 800 km. Tutto il senso era nel primo. Il primo.

A Santiago ci sono arrivata, perché avevo bisogno di arrivarci; ma tutto quello che dovevo capire e imparare e ricevere e dare l’ho capito e imparato  e ricevuto e dato molto prima.

Che cos’è un fallimento e cosa non lo è?

Io so che ho un piano B, rispetto a quello che vivrò dall’altra parte del mondo, nel mio viaggio in solitaria.

Ma so anche che non ho un piano B, rispetto alla decisione di partire, perché per me, quella è l’unica decisione possibile, ora, nella mia vita.

Questo è quello che so sul fallimento: non è all’arrivo che ci si gioca tutto, ma alla partenza. E se hai fatto il primo passo, non puoi fallire.

Inspira. Espira. Respira.

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Canzone consigliata per la lettura: “Gospel”, The National

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