ENERGIA E CASUALITA’ (ALLE SOGLIE DEL 2016 E A POCHI GIORNI DALLA MIA PARTENZA)

20151229_190206

Mi sono tagliata i capelli.

Corti, cortissimi. Come un maschio.

Come un bullo con la fionda.

Come uno che sta per farne una grossa (che poi è esattamente quello che sto per fare.  Ormai manca poco davvero al mio pronti-via.)

La faccia non è cambiata, direi.

Ma è indubbio: il ciuffo biondo mi stava meglio. Me l’ha confermato anche la Meri. 

“La frangetta corta alla Jean Seberg è per poche” mi scrive in un laconico messaggio.

E io non sono fra queste (leggo io, in un laconico sottotesto).

Lo so, hai ragione Meri, ma se non taglio i capelli, se non taglio il cordone, se non taglio le paure, qui non si parte più, cara mia.

Ché tagliare i capelli è, a mio avviso, una condizione psicologica, più che estetica. E’ come dire, ecco, nuova immagine per nuove imprese. Nuova immagine per nuova me.

Siamo tutti dei Sansoni alla rovescia, in fondo. Tagliare ci rinforza.

Sono diverse settimane che non scrivo.

Non potevo: ero ingarbugliata in una matassa di stress e disavventure.

Me ne sono successe di tutti i colori, tanto che a un certo punto sono entrata, a piedi pari, dentro il paradosso. Era tutto di una surrealità magica e impossibile. Più che a Parma, mi sembrava di essere dentro a un quadro di Dalì. E forse, a dire il vero, ci sono ancora. Con gli orologi che si squagliano da tutte le parti e braccia e gambe alla rinfusa e ambientazioni desertiche versus grande casino interiore.

20151229_190137

Oggi, però, è il 31 dicembre e ho pensato fosse giusto tirare due somme.

Esco un attimo dal quadro, Dalì, ma occhio, il tempo di un paio d’ore e son di nuovo lì, a cavalcare elefanti con zampe che sembrano stecchini.

Sto pensando a tre cose. Alle persone che amo, all’energia, alla casualità.

Premessa: alla casualità io mica ci credo.

Per me niente è casuale. Per me la casualità non esiste.

Ci sono persone, che appartengono alla mia vita, che “casualmente” ho incontrato, il cui incontro non ha nulla di accidentale o fortuito. Io le dovevo incontrare. Punto. Dovevano arrivare a me. E io a loro. Ancora prima di sceglierci, ancora prima del nostro libero arbitrio, era doveroso occhi negli occhi e mano nella mano: piacere io sono io e tu chi sei?

Ci leggo un disegno nella mia vita che si incrocia con la loro.

Un gran bel disegno. Un disegno che manco Dalì (senza offesa Dalì)

Se dovessi fare una riflessione su quest’ultimo anno, non posso fare a meno di sostenere che l’energia gira. Gira in un modo, santo cielo, che una trottola gira meno. 

E siamo sapientemente intrecciati come i fili di una rete. L’energia degli altri ci tocca, ci scombussola, ci apre, ci chiama, ci persuade, ci affascina, ci seduce, ci arma, ci disarma, ci assuefà, ci abbraccia, ci assorbe. L’assorbiamo.

20151229_190134

Il cambiamento non coinvolge mai uno solo.

Il mio 2015 parte con una folgorazione: la nascita di Selvaggio, alias Mattia, il figlio di mia cugina Chiara, di cui ho parlato qui.

Quel giorno me lo ricordo bene. Mi ricordo lui appena nato e io che mi innamoravo della sua vita nuova, tutta concentrata in pochi cm di essere umano. Mi ricordo che schiaffone ho preso quel giorno, che esplosione enorme, che bomba a mano d’amore.

L’energia di Chiara e di Mattia  mi è arrivata addosso come un treno in corsa, senza investirmi, ma facendomi salire, al volo, dalla mia stazione, dove ero ferma ad aspettare da un po’.

Il mio 2015 si chiude con un’altra folgorazione: la nascita di Diana, la figlia di mia sorella (non di sangue, ma comunque sorella) Manuela.

Quest’anno le due donne che mi sono più vicine, a cui sono legata come una porta alla sua maniglia, le due donne che hanno segnato ogni tappa della mai vita, le due donne che, cascasse il mondo, ci sono sempre state, hanno dato alla luce un figlio. Hanno dato luce. Hanno fatto luce.

All’inizio e alla fine dell’anno. E in mezzo a loro, che mi contengono come una parentesi tonda, che tanto assomiglia a un abbraccio, io ho dato vita al mio sogno, alla mia avventura, al mio viaggio.

Diana è incantevole. Mi ha fatto piangere tanto la sua bellezza.

Gli occhi della Manu li ho guardati bene. Le hanno scattato una foto poco dopo il parto. Ho zoommato e mi sono soffermata qualche minuto. Erano esausti e innamorati, come quelli di Chiara, in ospedale, quasi un anno prima. Gli occhi delle mamme da-poche-ore, ho pensato, sono tutti così,.

Cosa si deve passare prima, per poter tenere tra le braccia ciò che tanto si è atteso?

Quello sì, è un sogno che costa caro, mica il mio.

“Cos’hai sentito Manu?”

“Un dolore…”

“Ma spiegamelo bene…spiegamelo perfettamente”

Mi rendo conto che non lo sa fare, oppure non lo può fare. E’ passato, ora. Ora c’è Diana. Punto.

Tante delle persone che ho vicino, quest’anno hanno “partorito” progetti e idee, di diversa caratura, di diversa entità, di diverse speranze. C’ è stato un movimento collettivo, davvero molto inconsueto. Molto pregante. Molto intenso.  Molto potente. 

Mia sorella e mio fratello (di sangue, stavolta) sono i primi ad avere iniziato a camminare verso il cambiamento.

Boris, che per tutto il mese di giugno non ho visto, è stato lontano, in una città che lo ha chiamato e lo chiama come le sirene con Ulisse; ma diversamente dalle sirene, quello è un canto buono, il canto di un coro, il canto di un cambiamento.

Chiara (non mia cugina, ma una delle esponenti della chat “QuelleOcheDelleTueAmiche”)  si sta cimentando in un master durissimo, il terzo della sua vita, ma stavolta, rispetto alle altre due volte, ha una famiglia e una figlia e deve scendere a nuovi compromessi.

Meri che è sempre in giro per lavoro e vive in aeroporto, cerca pace e una casa. E io dico che avrà entrambe le cose.

Terri, un’omonima, vuole vivere della sua passione per la musica e muove i suoi passi in quella direzione. Vuole cantare la sua gioia. E io credo nel suo canto e io credo nella sua gioia.

Gianpaolo è stato un mese in Africa per fare un documentario, per raccontare cose che accadono lontane da noi. Per assottigliare quella distanza. Perché lontano, cos’è? Vicino, cos’è? Africa cos’è? Parma cos’è? Gianpaolo continua a saltare come un gatto da una storia all’altra, da un continente all’altro, da una vita all’altra. E io da lui ho sempre da imparare..

Francesca ha tra le mani un lavoro che la prosciuga e la inonda e quest’anno ha dovuto affrontare prove durissime. Francesca ha la responsabilità addosso e se la tiene, con un coraggio che è patrimonio di pochi.

Elisa mi racconta di enormi novità sul lago di Como, e ha gli occhi che ridono.

Pietro si è sposato. Il primo di noi. Con Anna si è sposato. E la loro casa ha le pareti rosse e verdi e finestre immense e una cucina davvero di ultima generazione, quasi intelligente e lì, in quella cucina, in quella casa,  sono stata accolta e accudita, e ho visto Pietro che era altro da quello che era prima. Con una fede al dito che guardo ancora spalancando la bocca.

E Aldo ha fatto un colloquio, ed è stato scelto, e cambierà lavoro e andrà a vivere a Milano. E tutto questo accadrà il 15 gennaio. Il giorno in cui me ne andrò anche io.

Con un biglietto che ho preso con lui, sul mio divano, qualche mese fa.

20151229_190131

Adesso, vi prego, che non mi si venga a parlare di casualità. Che non mi si venga a dire che le energie degli altri sono parallele alle nostre, ma non si incontrano mai. Non c’è una geometria emotiva più triste di questa.

Io credo nelle intersezioni. Intersecare è una così bella parola, per amor del cielo!

Siamo tutti la radice o la potenza di qualcos’altro o di qualcun altro. Numeri primi, no.

Unici sì, ma tutti connessi, interconnessi, allacciati.

Io credo che quanto sia accaduto quest’anno, alle persone che mi stavano vicino, abbia avuto una profonda risonanza in me. E forse io in loro, chissà.

La verità è che io credo che gli altri, tutti gli altri – non solo le persone che conosco e amo e respiro – abbiamo a che fare con me.

E’ girata questa energia. L’ho sentita, l’ho ascoltata, l’ho accolta.

Mi sono fatta illuminare dai sogni e dalle speranze di tutti e lì, in mezzo, ho consegnato anche il mio sogno, la mia speranza.

C’ è stato un movimento collettivo, davvero molto inconsueto (oppure normale, necessario, ovvio). Molto pregante. Molto intenso. Molto potente.

Una potenza che mi ha commosso, che mi ha stregato  e che sento di dover ringraziare.

Mi sono tagliata i capelli, corti, da maschio, come un bullo con la fionda che ha voglia di farne una grossa. Ed è esattamente quello che sto per fare.

Me li sono tagliata per chiudere e iniziare.

Per avere un prima e un dopo.

Ma l’energia che ho intorno, quella luce lì, quella non la taglio. Quella me la tengo stretta, come il più prezioso e il più caro dei regali.

Me la porto via, tutta intera com’è. Dentro il mio zaino. Sull’aereo a Malpensa.

E’ il patrimonio, in continua evoluzione, di coloro che amo. E sono tanti quelli che amo.

Per cui mi viene da dire, alle soglie del 2016, che se c’è una persona fortunata in questo mondo, quella sono io.

——————————————

Canzone consigliata per la lettura: “Cuccurucucù” di F. Battiato

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL PARTIRE (O DEL CHIAMARE LE COSE COL PROPRIO NOME)

IMG-20151212-WA0008

“Ultimamente mi piace molto questa canzone che, tra le altre cose, dice ‘Ti spaccherò la faccia se non mi dai il cuore’. Mi fa pensare a te che fai le mattate”

E’ il primo messaggio di un sabato mattina che mi vede arrendevolmente inghiottita nel mio piumone. Di alzarmi non se ne parla.

L’ansia, oggi, non ha lo stesso slancio agonistico del mio sonno. Allora vinci, Sonno! 1 a 0 per te!

Il messaggio me l’ha scritto Stefania – un’amica romantica col collo e le gambe lunghe, che vanno da tutte le parti come se avessero vita propria-  e mi ha fatto ridere parecchio. Si riferisce a quanto sta accadendo in questo periodo che anticipa di poco la mia partenza. Non ho il minimo filtro. Mi espongo al 100%. Divento involontariamente, ma necessariamente, protagonista di situazioni a dir poco tragicomiche.

Nessuna democrazia sentimentale. Piuttosto una dittatura emotiva.

O così, o niente.

Mi siedo sul letto, fuori c’è il sole dopo circa un mese filato di nebbia, che è dal 2007 che non si presentava con questa grinta qui, la nebbia. 

Oggi vinci, Sole! 1 a 0 per te!

Le cose a questo punto sono due: ho una canzone d’ascoltare, che racconta forse di me, e ho un sole da raccogliere, come se fosse una sfida.

Oh! Sono qui! Adesso che sono arrivato, tu cheffai, non esci?

A queste due cose vere, se ne aggiunge una terza: ho i piedi in fiamme, perché ieri mi sono vista con gli amici del teatro e abbiamo ballato fino alle 3 di notte.

Beviamo, abbracciamoci, ma ci vedremo ancora, prima che tu parta? mangiamo le tagliatelle, beviamo, sei emozionata? come stai? beviamo ancora, ma allora ci salutiamo davvero qui?

Balliamo, amici. Balliamo che è meglio. Che quando si balla, non c’è bisogno di proferire nessuna parola, se non quelle sbraitate che inseguono i testi delle canzoni, con un accento tutto sbagliato, in un inglese tutto malconcio.

I miei piedi, che hanno ancora i postumi della danza addosso, oggi io li porto a camminare. Vado in collina, a Barbiano.

Vado a fare salite e discese.

Vado a sciogliere l’ansia. Vado a buttarmi la musica dentro le orecchie e dentro la testa. Dentro la spina dorsale.

Mi bastano 10 passi. Mi sento in armonia, in pace, in gioia.

Ti spaccherò la faccia se non mi dai il cuore

Questa sono io.

Ma, lo giuro, sono io in armonia, in pace, in gioia.

La faccia non l’ho spaccata a nessuno, in realtà. Ma questa frase bene racconta della moderazione che non ho più, che non posso più concedermi.

Bene racconta di come, all’improvviso, io non possa più essere accomodante.

Sono tutta esposta. Non ho una sola protezione, che sia una.

Sono a nervi scoperti.

Le energie sono poche, si assottigliano di giorno in giorno e mi obbligano a occuparmi di ciò che è essenziale. Mi obbligano ad essere essenziale io stessa, ad andare al nocciolo delle questioni.

Sono una casa, con le fondamenta e il pavimento. Una casa aperta, senza infissi; una casa senza sovrastrutture. Bisogna prendermi così.

Io, d’altro canto, mi assumo tutta la responsabilità di essere così. Comincio col dare un nome preciso a quello che sento. Non mi prendo la briga di edulcorarlo, di inasprirlo, di esaltarlo, di manometterlo.

Voglio vivere lo spessore dei sentimenti, senza aggiungere spessore.

Nervi scoperti, cari miei.

Da una parte fa male, dall’altra dà un senso di liberazione fortissimo. Ancora per un mese devo fare i conti con quello che c’è qui, poi all’improvviso, dovrò fare i conti con altro. Con qualcosa di completamente nuovo e sconosciuto. Chiudi-Apri. Un lusso che ci si può concedere poche volte nella vita e che porta una sincerità irresistibile, una fragilità irresistibile, una paura irresistibile, una confusione irresistibile.

A Barbiano decido di scendere verso il laghetto, che si trova a circa 1 km più a valle.

“Questa canzone mi ha spaccato il cuore, Ste” le scrivo

“Mi piace perché ci sono un sacco di Uh uh da ululare” mi risponde

E’ vero. Quanto hai ragione. Dovresti vedere quanti giri su me stessa, mentre sto ululando, sulle collina. Un cane mi sente e mi risponde. Ci capiamo al volo noi due. Lo so che anche tu hai voglia di canzoni d’amore tristi e di piroette..e forse anche di un osso.

Arrivo al laghetto, mi siedo su una minuscola panchina di legno. Ho  una torta di mele che qualcuno ha fatto per me, due biscotti bruciacchiati che io stessa ho fatto per me, insieme a mezzo litro di thè caldo al limone. Dall’altra parte del laghetto, un uomo sta pescando un pesce dopo l’altro. A loro, ai pesci, sembra vada bene così. Va bene essere pescati uno dopo l’altro, che tanto nel laghetto c’è un freddocane che si gela. Me li immagino dentro alla cesta, che cantano tutti insieme il ritornello della canzone

E non mi importa se non mi ami più e non mi importa se non mi vuoi bene, dovrò soltanto rimparare a camminare, se non ci sei tu.. uh uh

Rispondo al loro uh uh, muovendo il collo a ritmo.

I pesci sono saggi: del resto, in fondo, qualsiasi cosa succeda, è questo che dovrò fare, rimettermi in cammino. Anche dall’altra parte del mondo.

Diamo un nome alle cose, quindi.

Abbracciami, dammi un bacio, sì, no, non posso, posso, invitami a cena, cucina per me, aiutami a ridere, ridiamo forte, piangiamo forte, fammi l’amore, mi hai fatto male, mi hai fatto bene, sono spaventata, sono preoccupata, ti voglio bene, sei fondamentale, sei il mio presente, sei il mio passato, ti vorrei nel mio futuro, ho bisogno di aiuto, scusami, eccomi, ci sono, non ci sono, posso esserci, non posso esserci, ho sbagliato.

Diamo un nome alle cose che sia immediato e inequivocabile.

Lasciamo che a deformare ci pensino gli specchi posti sui cigli delle strade, per evitare che le macchine si schiantino; come questo che trovo lungo la discesa verso casa, con le anche che iniziano a farmi male e il ginocchio che fa le bizze.

20151212_151904

Hai ragione Stefania: sembro matta.

La verità senza filtri sembra matta pure lei.

I sentimenti senza filtri richiedono una dose di follia, che nella vita, spesso, crediamo di non poterci permettere. Perché poi, questa follia avrà delle conseguenze. Come fai a guardare in faccia una persona a cui hai appena messo in mano tutte le tue le fragilità, i bisogni, tutto quel groviglio misterioso e impossibile che è il sentire?

Robe da scappare a gambe levate, ripetendosi: scema, scema, scema, scema, scema, scema. Che vergogna, che vergogna, che vergogna, che vergogna. Perché l’ho fatto? Perché? Perché? Perché?

Ma a me, adesso, non capita. Parto tra un mese, sto via un anno. Cos’è che devo nascondere?

Adesso ti dico quello che ho.

Adesso ti dico quello che ho dentro al groviglio misterioso e impossibile del mio sentire.

E il motivo per cui devo fare questo, è tutto racchiuso nel cambio di un pronome personale, e nel conseguente passaggio da  una seconda persona singolare a una prima persona singolare: La verità, Ste, è che mi spaccherò la faccia se non mi do il cuore.

Che se dovessi arrivare alla partenza con un briciolo di cuore in meno, sarò davvero arrabbiata con me. Se lasciassi qualcosa in sospeso qui, se mi stessi mentendo, se mi facessi andare bene una situazione che non mi fa stare bene, se cercassi di mitigare, quando sono un fiume in piena, se non parlassi in modo chiaro alle persone che amo, se non fossi in grado di verbalizzare anche le cose più scomode e complesse, se non mi esponessi anche a rischio di sembrare un’idiota, allora sì, allora sì che mi dovrei spaccare la faccia sul serio.

Nervi scoperti. Va bene.

Nessuna protezione. D’accordo, va bene

Fragilità da far spavento. Va bene.

Ma d’altra parte..che libertà incantevole!

Che leggerezza..

Uh uh!

———————————–

Canzone consigliata (e necessaria) per la lettura “Cosa mi manchi a fare“, Calcutta

L’IMPORTANZA DI AVERE UN PIANO B (IL FALLIMENTO E LA PAURA CHE FA)

20151205_150139A me è cambiato il respiro.

Inspira. Espira. Usshhhhhhhh

Ho la respirazione alta, di petto sto respirando. Il diaframma l’ho abbandonato. L’aria di lì non passa da un po’ di tempo. Una settimana, credo.

Il mio esantema virale alla fine si è stancato di me e ora di puntini rossi non ne ho più. Sono guarita, ma nel frattempo mi è cambiato il respiro.

Sono molto brevi i miei respiri, da circa una settimana. Neanche il tempo di dirsi “Hey ciao, io mi chiamo Pat…” che già se n’è andato. Con questo respiro qui non riesco a fare amicizia o tessere una qualunque relazione.

Nel mio stomaco, nel frattempo, si sta tenendo un comizio. Il tema è l’ansia.

Si parla e si discute da giorni. I discorsi sono diventati piuttosto animati, non a caso, con l’avvento del mese di dicembre.

Il mese di dicembre mi ha detto:

Qui mancano circa 40 giorni. E poi sai cosa succede?

Sì lo so, lo sanno tutti ormai.

Ok, ma io te lo ricordo lo stesso. Tu te ne vai.

Io me ne vado.

Inspira. Espira. Usshhhhhhhh

Adesso, in questo momento preciso, sono in svantaggio.

Lo so bene. Adesso è dura.

Sapevo che lo sarebbe stato. Ma recentemente, qualche settimana fa, mi era pure sfuggito un “Io non ho paura” pieno di un ottimismo che adesso gioca a nascondino e posso assicurarlo, si è nascosto bene.

Adesso che c’è quel comizio sull’ansia nel mio stomaco e il Natale alle porte e le luci nel mio quartiere di periferia con il loro “Auguri” di lampadine e la nebbia che anche il mio cervello ha offuscato, insomma, adesso, se devo essere sincera, non mi verrebbe mai di dire “io non ho paura”.

Adesso ci sono solo 40 giorni tra me e quell’aereo.

Adesso ci sono tutte le cose che lascio. Ci sono solo quelle a dire la verità. Quelle che troverò, è inutile, non ci sono. Non riesco a visualizzarle. Neanche se vado su google immagini. I posti li vedo, ma non riesco a immaginarmi in nessuna storia. Nessuna cosa buffa che mi succederà, mentre cercando un ostello per dormire incapperò in una santona messicana che mi parlerà di un posto in cui dovrò andare, cercando una chiave e la chiave che io troverò aprirà una botola che mi porterà direttamente in fondo alla terra per poi risalire direttamente sopra la terra, in Costa Rica.

No. Nessuna storia con me protagonista. Ed è strano, perché è quello che faccio di lavoro, inventare storie. La fantasia, per il momento è in vacanza. L’immaginario da cui attingere è immaginario.

Adesso c’è il presente. Ed è molto presente. Che se lo vivessimo come lo sto vivendo io, in questo momento, il presente, sarebbe una benedizione (sempre che non ci sia un comizio di ansia nello stomaco, che allora cambia tutto)

Sto soppesando tutto. Il mio cuore è una bilancia. Il mio cuore batte come se avessi appena corso una maratona: sono ferma.

Ad ogni azione, la più piccola sto rivolgendo la mia attenzione. Io che mangio un caco della nostra pianta di cachi in campagna, la consistenza del mio piumone dell’ikea, i passi dalla cucina alla sala, la mia giga-tazza da mezzo litro per il thè del mattino, la mia chitarra sweethearts, i biscotti che comunque, ancora una volta, ho bruciato, i vestiti abbandonati sulla sedia, le azioni infilate una a una come si infila una collana. Io nel mio quotidiano, nell’intimità della mia casa, nella mie riconoscibili abitudini.

Le parole delle persone che amo non sono mai state così piene.

Gli occhi delle persone che amo non sono mai stati così aperti.

I dialoghi con le persone che amo sono lenti, importanti, intensi. Pieni di lunghi silenzi, anche.

Da restarci secchi.

Gi sguardi sono cambiati. Ci guardiamo come se ci dovessimo raccontare un segreto, anzi, come se dovessimo svuotare il sacco di milioni di segreti, non solo nostri, ma dell’umanità intera.

Dentro ai nostri sguardi c’è: “Chissà quante cose ci succederanno in questo anno”

Chissà quanto sarai cambiata, al tuo ritorno, mi dicono.

Chissà quanto sarai cambiato tu, penso.

Nessuno di noi rimane uguale. Chi parte, chi resta.

Ci guardiamo come chi si deve ricordare perfettamente dove inizia lo zigomo, come si incurva il labbro, come scoppia il sorriso, che forma hanno le sopracciglia.

Inspira. Espira. Usshhhhhhhh

“Sai Patti, a cosa devi pensare?”

“A cosa, Boris?”

Al fatto che hai sempre e comunque un Piano B

“Certo sì”

“Se vorrai tornare, nessuno lo vedrà come un fallimento. Puoi tornare in qualunque momento, per qualunque motivo, come ad esempio l’insopportabile mancanza della persona più importante e fondamentale della tua vita: io”

Rido ma sono malinconica e anche lui si fa serio.

“Patti, in qualunque luogo sarai, devi essere consapevole che in meno di 10 ore sei a casa. Con un volo, sei a casa. Non ci sarà bisogno di quel volo, io lo so, ma c’è bisogno che tu abbia chiaro in testa che quel volo esiste, c’è. Che hai un piano B.”

Dopo nemmeno 12 ore mi scrive Meri e rafforza il concetto: “Volevo dirti che non sarai giudicata, se avessi voglia di tornare”

Anche lei a modo suo, che non è molto diverso da quello di Boris, mi parla di un piano B.

“E dovrai stare attenta, sempre”

“Certo”

“E non fidarti di nessuno”

“Solo di qualcuno”

“Prima mandami la foto”

Rido.

Gli amici che mi conoscono bene sanno che, benché io sia una tipa decisamente sgangherata, quando inizio una cosa, raramente non la porto a termine. So essere molto tenace.

Se la cosa in ballo l’ho voluta fortemente, non mollo.

Di fallimenti ne ho vissuti e non uno o due…o tre. Fallimenti che ti scaraventano la vita e la lasciano a gambe all’aria.

Ma forse, non per abbandono del campo di battaglia, piuttosto perché dall’altra parte c’era qualcosa o qualcuno molto più forte di me.

Eppure sento che per essere veramente libera, dovrei riuscire ad accettare che possa succedere anche questo. La presa di coscienza di un piano B.

E so che più del giudizio altrui, in tal caso, sarà il mio di giudizio con cui dovrò fare i conti.

Io farò del mio meglio. E di questo sono certa.

Però sarebbe incredibile essere in grado di dire: Farò del mio meglio, ad accettare quello che sono. Quello che riuscirò a fare e quello che non riuscirò a fare.

Inspira. Espira. Usshhhhhhhh

La prima volta che ho percorso il cammino di Santiago, mi erano venute vesciche terrificanti, impossibili, agghiaccianti e mostruose. Ricordo che gli altri pellegrini me le fotografavano. Una ragazza una volta mi ha detto: “Ti vedo partire la mattina presto e penso sempre ‘non ce la farà ad arrivare all’ostello’ Ma poi la sera, ci sei”

A una settimana dall’arrivo, ero in Galizia, camminavo a occhi chiusi. Forse avevo la febbre, ma più probabilmente l’adrenalina era scesa, vedevo la meta senza vederla davvero (la stessa cosa è capitata la seconda volta che ho percorso lo stesso cammino, ma senza nemmeno una vescica).

Ricordo che avevo smesso di rispondere ai messaggi, non parlavo più, le forze erano poche e le utilizzavo tutte per camminare.

Mia sorella mi aveva chiamato al telefono: “Torna a casa”

“Cri, sono a 4 giorni da Santiago. Ho già percorso 700 km, me ne mancano 100.

Non tornerò a casa, finché non sarò arrivata”

E così è stato. La gioia al mio arrivo, non è qualcosa che si possa spiegare a parole. Proprio non si può.

Eppure solo qualche giorno prima avevo scritto una mail ai miei amici, perché avevo capito come stavano le cose e l’avevo capita con una chiarezza abbacinante. Il senso del viaggio non era arrivare a Santiago. Il senso era partire per Santiago. Il senso tutto del viaggio era compreso nel primo passo che ho intrapreso con lo zaino in spalla. Non nelle migliaia di passi fatti in seguito per 800 km. Tutto il senso era nel primo. Il primo.

A Santiago ci sono arrivata, perché avevo bisogno di arrivarci; ma tutto quello che dovevo capire e imparare e ricevere e dare l’ho capito e imparato  e ricevuto e dato molto prima.

Che cos’è un fallimento e cosa non lo è?

Io so che ho un piano B, rispetto a quello che vivrò dall’altra parte del mondo, nel mio viaggio in solitaria.

Ma so anche che non ho un piano B, rispetto alla decisione di partire, perché per me, quella è l’unica decisione possibile, ora, nella mia vita.

Questo è quello che so sul fallimento: non è all’arrivo che ci si gioca tutto, ma alla partenza. E se hai fatto il primo passo, non puoi fallire.

Inspira. Espira. Respira.

—————————————–

Canzone consigliata per la lettura: “Gospel”, The National