“E SE DURANTE IL GIRO DEL MONDO DOVESSI STARE MALE?” AMMALARSI E LA PAURA CHE FA (RAGIONAMENTI DI UNA IPOCONDRIACA)

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Venerdì 27 novembre 2015

Questo, che sto vivendo ora, è il primo effettivo momento di scoramento pre-partenza.

Da circa 10 giorni non sto bene.

Mica niente di grave, ma…no. Non sto bene.

“Esantema virale” ha scritto il medico.

Ha detto anche che posso lavorare, se mi sento. E procedere con la mia vita normale.

Ha detto che in molti casi, manco ci si accorge di averlo. Nel mio caso, però, me ne sono accorta eccome, a causa dei piccoli, precisi, graziosi puntini rossi che mi sono sbocciati sul corpo; e per il fatto che non sono lì per bellezza (sembro un quadro di Seurat): fanno un prurito della malora!

E poi ho la febbre. Bassa, poche linee, ma fissa. Anche lei, si atteggia tipo amica fedele, che non ti lascia manco un minuto. Ti sta aggrappata bella bella, che quanto ti vuol bene lei, nessuno mai.

 

Allora oggi, dopo circa 10 giorni di questo stato – non grave, ma che comunque bene non mi fa stare – ho avuto il mio primo, sincero, importante, problematico momento di scoramento.

E’ il 27 novembre e me lo voglio ricordare.

Oggi la sensazione è più o meno la seguente:

Non ce la farò mai a partire. Non riuscirò mai a prendere quel volo. Non riuscirò a finire in tempo i lavori. Non riuscirò a sbrogliare tutta la burocrazia. Non ce la farò mai, perché sta andando tutto a puttane, perché ho dovuto spostare i vaccini che dovevo fare lunedì, l’antitetano, l’epatite A, l’antitifica, la febbre gialla, che senza di loro non posso partire, e poi devo andare a firmare l’assicurazione di viaggio, e chiudere 2000 cose qui, e il telefono, e le bollette, e…

Sabato 28 novembre  2015

Ieri finiva così il pensiero. In realtà i puntini di sospensione li ho aggiunti stamattina. Ma dopo quell’ “e” non sono più riuscita ad andare avanti.

Mi sono preparata la cena, mi sono buttata sul divano e ho abbandonato il mac, aperto sul tavolo: inutile che aspetti, che mi guardi così: non ho da aggiungere nemmeno una parola.

Ho scritto invece un messaggio a Chiara, Meri e Manu. Abbiamo una chat, noialtre, che si chiama “Quelle oche delle tue amiche”. Così ci ha battezzato un ragazzo con cui sono uscita per un po’. Quando la cosa tra di noi si è conclusa, ha saputo di alcuni pensieri che le mie compari avevano espresso riguardo al suo comportamento nei miei confronti; e le ha qualificate col volatile, che tra tutti, non è certo il più astuto.

La cosa le ha divertite molto. Meri ha dichiarato, tipo notaio: “Ok. D’ora in poi ci chiamiamo così”

E abbiamo abbandonato “Zizzanie”, che era il nome che ci portavamo addosso da anni e che bene raccontava come, benché fortissimamente legate, avessimo 4 modi di concepire la vita, e le cose tutte della vita, indiscutibilmente differenti

Su ognuna delle Zizzanie (ex Zizzanie) potrei scrivere un libro. In comune hanno il fatto di essere tre donne fondamentali nella mia vita. Chiara e Manuela le ho ereditate dal liceo e non ci siamo più perse. Anche se Chiara, ora, vive a Barcellona, con un compagno e una figlia.

Manuela, invece, vive a Parma con un compagno e una figlia in arrivo.

Meri, come me, è stata guardia sala alla mostra del Lanfranco, quando avevamo circa 20 anni.  Eravamo “vicine di stanza” e ci siamo piaciute dopo circa 30 secondi.  Vive in mezzo al mondo. E’ sempre in giro a prendere aerei da tutte le parti. E per lei (che è del ’78) noi siamo il trittico delle ’79, che identifica un modo di fare scostante, casinaro, imprevedibile e a tratti “snervante”. Noi siamo una società di mutuo soccorso, e nessuna è lasciata in balia dei suoi mostri. Si combatte insieme, da che ho memoria.

Ragazze, succede questo: non ce la faccio più, sono abbattuta da morire, non faccio altro che correre, sto lavorando e basta come una pazza, e in più sono malata.

La razionalità di Meri mi toglie dall’impasse.

“Patti, ma cosa può succedere? Se non ce la farai a partire il 15, prenderai un aereo più avanti. C’è qualcuno che ti punta una pistola alla tempia, se non parti? No. Quindi mettiti tranquilla, ok? Che partire con cose da risolvere è già una partenza zoppa.”

Ok Meri. Mi metto tranquilla. E no, non la voglio una partenza azzoppata. Voglio partire bene.

Mi sono messa tranquilla, perché qualcuno mi ha aiutato a relativizzare. Io ragiono sempre per assoluti, quindi è tutto molto grande nella mia vita. Nel bene e nel male. Molto, ma molto grande… una fatica.

Relativizzare e razionalizzare sono due verbi che osservo, ma da lontano, come se fossero due monumenti sul ciglio della strada, di cui mi accorgo, quasi per caso, passando con la macchina e guardando distrattamente fuori dal finestrino. Oh sono belli, ma io mica ho il tempo di fermarmi e andare a guardare tutti i monumenti di questa terra. Io devo correre, devo fare cose, devo correre, devo fare cose, devo produrre, correre e fare cose.

Stai calma e siediti, scema.

Grazie Mery.

Prego.

Da seduti, si pensa meglio. Penso alla malattia.

Ragionamenti di una ipocondriaca sulla malattia.

La prima cosa che mi viene da dire è che una ipocondriaca sulla malattia non ci vorrebbe mai ragionare. Perché già – è buffa questa – perde un sacco di tempo su ragionamenti di ipotetiche (irreali) malattie che non ha. Quando poi una le capita per davvero, al ragionamento segue il più denso e tribolato sconforto.

La malattia è una bestia nera e una nera bestialità.

Porta panico. Nervosismo. Frustrazione. Paura. Porta uno specchio grande così, che parla chiaro: i confini, i tuoi confini, li vedi adesso? La tua umanità la riconosci?

La prima cosa, che personalmente mi atterrisce della malattia, è il fatto che si tratti di qualcosa di oggettivo, pragmatico, con un suo volume, con un suo prima e dopo, con fatti e conseguenze.

E’ arrivata. Stai male. Cambiano i piani, i programmi che tanto bene avevi incasellato su google calendar.

Cosa posso fare dottore?

Nulla.

Cosa? Che cosa? Che coooosaaaaa?????

Ma davvero mi sta dicendo che io devo stare qui, e aspettare che passi? Io? Proprio io che devo fare duecentomila cose, che tra un mese e mezzo parto?

Sì, cara mia, proprio tu. Proprio tu che devi fare duecentomila cose, che tra un mese e mezzo parti. Chissei tu? la più bella che non ti vuoi ammalare?

Questo tipo di malattia, l’esantema, deve passare da sola. Non c’è un antibiotico, che prendi per 3 giorni e via. Non dovrebbe durare più di due settimane, dice il medico, ma capite, sono alla mercè di un fottuto condizionale.

L’oggettiva, pragmatica, voluminosa malattia che mi è venuta a trovare non mi permette di adottare nessuna strategia, perché sulle sue tempistiche non ho controllo.

E’ certo: passa. Ma il tempo lo decide lei. Fan- ta- sti- co.

Mi fa ragionare questa cosa. Ragiono su quanto sia spaventoso tutto ciò che capita e su cui non abbiamo il controllo. Su tutto quello che capita e che necessita la nostra pazienza. Non escamotage, soluzioni, piani tattici, sistemi, calcoli, stratagemmi, espedienti. Soltanto la nostra benedetta, sacrosanta, assennata pazienza.

E accettazione. Ne ho parlato anche la settimana scorsa delle cose che accadono e basta; però è strano, mentre lo scrivevo non pensavo alla malattia. Pensavo alle realtà misteriose e insolubili. E’ strano davvero. Stavo bene e non pensavo alla malattia, perché a lei ci pensi solo quando ti tocca. Quindi oggi mi chiedo: sono davvero pronta a lasciare che le cose accadano? La risposta è che ho ancora molta strada da fare. Ma a me piace camminare. La vado a scovare l’accettazione, ovunque si trovi. Perché ogni volta che dico: “lo accetto, mi affido, confido” è inevitabile, mi sento subito meglio. Mi sento in pace.

E  il mio corpo parla.

Mi dice di tendere l’orecchio e mettermi in ascolto:

Corri, lavori, corri, lavori, ti ammali, non ti curi, corri, lavori, peggiora la tua salute, corri, lavori..

Ma dov’è precisamente che stai andando?

A fare il giro del mondo. No, anzi, a mettere da parte i soldi per fare il giro del mondo.

E’ strano non trovi, cara mia, che per fare una cosa che ha come base lo stare bene, l’essere felice, ora tu stai male e non sei felice. E’ strano. E’ come se questo tempo non fosse un tempo con un suo valore, come se avesse meno valore del tempo che verrà, come se il tuo corpo di oggi, fosse meno importante del tuo corpo che a gennaio salirà sull’aereo.  Ma sei tu, in questo tempo e in quello futuro. E stai bistrattando il tuo corpo, che è il tuo, adesso e dopo.

Il tuo corpo che è qualcosa di oggettivo, pragmatico, con un suo volume, con fatti e conseguenze.

Dov’è che pensi di andare se ancora non hai capito che testa e corpo insieme devono andare?

Adagio è meglio.

“Adagio bambini”, come si legge in un cartello che una mano di mamma – sono sicura- ha posizionato prima di una pericolosissima curva ad angolo, nel percorso che faccio quando vado in montagna. Adagio con quelle mountain bike, che vi spaccate la testa sennò.

Piano.

Anche se “piano”  non era previsto su google calendar; anche se significherà perdere occasioni.

Arrivare a quell’aereo serena è l’occasione.

Arrivare a quell’aereo con meno soldi, ma anche meno acciacchi è l’occasione.

Prendermi cura di me è l’occasione.

Pensare con coscienza di poter sostenere il giro del mondo in solitaria, accettando il fatto che in un anno, prima o poi starò male; e sapere che questo fa una paura smisurata, ma anche che non sarà questa paura smisurata a fermarmi. Questa, santo cielo, questa è l’occasione.

Ipocondria portami via…da te.

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canzone consigliata per la lettura: “Poor Little Rich Boy” di Regina Spektor

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