“E SE DURANTE IL GIRO DEL MONDO DOVESSI STARE MALE?” AMMALARSI E LA PAURA CHE FA (RAGIONAMENTI DI UNA IPOCONDRIACA)

20151105_134809

Venerdì 27 novembre 2015

Questo, che sto vivendo ora, è il primo effettivo momento di scoramento pre-partenza.

Da circa 10 giorni non sto bene.

Mica niente di grave, ma…no. Non sto bene.

“Esantema virale” ha scritto il medico.

Ha detto anche che posso lavorare, se mi sento. E procedere con la mia vita normale.

Ha detto che in molti casi, manco ci si accorge di averlo. Nel mio caso, però, me ne sono accorta eccome, a causa dei piccoli, precisi, graziosi puntini rossi che mi sono sbocciati sul corpo; e per il fatto che non sono lì per bellezza (sembro un quadro di Seurat): fanno un prurito della malora!

E poi ho la febbre. Bassa, poche linee, ma fissa. Anche lei, si atteggia tipo amica fedele, che non ti lascia manco un minuto. Ti sta aggrappata bella bella, che quanto ti vuol bene lei, nessuno mai.

 

Allora oggi, dopo circa 10 giorni di questo stato – non grave, ma che comunque bene non mi fa stare – ho avuto il mio primo, sincero, importante, problematico momento di scoramento.

E’ il 27 novembre e me lo voglio ricordare.

Oggi la sensazione è più o meno la seguente:

Non ce la farò mai a partire. Non riuscirò mai a prendere quel volo. Non riuscirò a finire in tempo i lavori. Non riuscirò a sbrogliare tutta la burocrazia. Non ce la farò mai, perché sta andando tutto a puttane, perché ho dovuto spostare i vaccini che dovevo fare lunedì, l’antitetano, l’epatite A, l’antitifica, la febbre gialla, che senza di loro non posso partire, e poi devo andare a firmare l’assicurazione di viaggio, e chiudere 2000 cose qui, e il telefono, e le bollette, e…

Sabato 28 novembre  2015

Ieri finiva così il pensiero. In realtà i puntini di sospensione li ho aggiunti stamattina. Ma dopo quell’ “e” non sono più riuscita ad andare avanti.

Mi sono preparata la cena, mi sono buttata sul divano e ho abbandonato il mac, aperto sul tavolo: inutile che aspetti, che mi guardi così: non ho da aggiungere nemmeno una parola.

Ho scritto invece un messaggio a Chiara, Meri e Manu. Abbiamo una chat, noialtre, che si chiama “Quelle oche delle tue amiche”. Così ci ha battezzato un ragazzo con cui sono uscita per un po’. Quando la cosa tra di noi si è conclusa, ha saputo di alcuni pensieri che le mie compari avevano espresso riguardo al suo comportamento nei miei confronti; e le ha qualificate col volatile, che tra tutti, non è certo il più astuto.

La cosa le ha divertite molto. Meri ha dichiarato, tipo notaio: “Ok. D’ora in poi ci chiamiamo così”

E abbiamo abbandonato “Zizzanie”, che era il nome che ci portavamo addosso da anni e che bene raccontava come, benché fortissimamente legate, avessimo 4 modi di concepire la vita, e le cose tutte della vita, indiscutibilmente differenti

Su ognuna delle Zizzanie (ex Zizzanie) potrei scrivere un libro. In comune hanno il fatto di essere tre donne fondamentali nella mia vita. Chiara e Manuela le ho ereditate dal liceo e non ci siamo più perse. Anche se Chiara, ora, vive a Barcellona, con un compagno e una figlia.

Manuela, invece, vive a Parma con un compagno e una figlia in arrivo.

Meri, come me, è stata guardia sala alla mostra del Lanfranco, quando avevamo circa 20 anni.  Eravamo “vicine di stanza” e ci siamo piaciute dopo circa 30 secondi.  Vive in mezzo al mondo. E’ sempre in giro a prendere aerei da tutte le parti. E per lei (che è del ’78) noi siamo il trittico delle ’79, che identifica un modo di fare scostante, casinaro, imprevedibile e a tratti “snervante”. Noi siamo una società di mutuo soccorso, e nessuna è lasciata in balia dei suoi mostri. Si combatte insieme, da che ho memoria.

Ragazze, succede questo: non ce la faccio più, sono abbattuta da morire, non faccio altro che correre, sto lavorando e basta come una pazza, e in più sono malata.

La razionalità di Meri mi toglie dall’impasse.

“Patti, ma cosa può succedere? Se non ce la farai a partire il 15, prenderai un aereo più avanti. C’è qualcuno che ti punta una pistola alla tempia, se non parti? No. Quindi mettiti tranquilla, ok? Che partire con cose da risolvere è già una partenza zoppa.”

Ok Meri. Mi metto tranquilla. E no, non la voglio una partenza azzoppata. Voglio partire bene.

Mi sono messa tranquilla, perché qualcuno mi ha aiutato a relativizzare. Io ragiono sempre per assoluti, quindi è tutto molto grande nella mia vita. Nel bene e nel male. Molto, ma molto grande… una fatica.

Relativizzare e razionalizzare sono due verbi che osservo, ma da lontano, come se fossero due monumenti sul ciglio della strada, di cui mi accorgo, quasi per caso, passando con la macchina e guardando distrattamente fuori dal finestrino. Oh sono belli, ma io mica ho il tempo di fermarmi e andare a guardare tutti i monumenti di questa terra. Io devo correre, devo fare cose, devo correre, devo fare cose, devo produrre, correre e fare cose.

Stai calma e siediti, scema.

Grazie Mery.

Prego.

Da seduti, si pensa meglio. Penso alla malattia.

Ragionamenti di una ipocondriaca sulla malattia.

La prima cosa che mi viene da dire è che una ipocondriaca sulla malattia non ci vorrebbe mai ragionare. Perché già – è buffa questa – perde un sacco di tempo su ragionamenti di ipotetiche (irreali) malattie che non ha. Quando poi una le capita per davvero, al ragionamento segue il più denso e tribolato sconforto.

La malattia è una bestia nera e una nera bestialità.

Porta panico. Nervosismo. Frustrazione. Paura. Porta uno specchio grande così, che parla chiaro: i confini, i tuoi confini, li vedi adesso? La tua umanità la riconosci?

La prima cosa, che personalmente mi atterrisce della malattia, è il fatto che si tratti di qualcosa di oggettivo, pragmatico, con un suo volume, con un suo prima e dopo, con fatti e conseguenze.

E’ arrivata. Stai male. Cambiano i piani, i programmi che tanto bene avevi incasellato su google calendar.

Cosa posso fare dottore?

Nulla.

Cosa? Che cosa? Che coooosaaaaa?????

Ma davvero mi sta dicendo che io devo stare qui, e aspettare che passi? Io? Proprio io che devo fare duecentomila cose, che tra un mese e mezzo parto?

Sì, cara mia, proprio tu. Proprio tu che devi fare duecentomila cose, che tra un mese e mezzo parti. Chissei tu? la più bella che non ti vuoi ammalare?

Questo tipo di malattia, l’esantema, deve passare da sola. Non c’è un antibiotico, che prendi per 3 giorni e via. Non dovrebbe durare più di due settimane, dice il medico, ma capite, sono alla mercè di un fottuto condizionale.

L’oggettiva, pragmatica, voluminosa malattia che mi è venuta a trovare non mi permette di adottare nessuna strategia, perché sulle sue tempistiche non ho controllo.

E’ certo: passa. Ma il tempo lo decide lei. Fan- ta- sti- co.

Mi fa ragionare questa cosa. Ragiono su quanto sia spaventoso tutto ciò che capita e su cui non abbiamo il controllo. Su tutto quello che capita e che necessita la nostra pazienza. Non escamotage, soluzioni, piani tattici, sistemi, calcoli, stratagemmi, espedienti. Soltanto la nostra benedetta, sacrosanta, assennata pazienza.

E accettazione. Ne ho parlato anche la settimana scorsa delle cose che accadono e basta; però è strano, mentre lo scrivevo non pensavo alla malattia. Pensavo alle realtà misteriose e insolubili. E’ strano davvero. Stavo bene e non pensavo alla malattia, perché a lei ci pensi solo quando ti tocca. Quindi oggi mi chiedo: sono davvero pronta a lasciare che le cose accadano? La risposta è che ho ancora molta strada da fare. Ma a me piace camminare. La vado a scovare l’accettazione, ovunque si trovi. Perché ogni volta che dico: “lo accetto, mi affido, confido” è inevitabile, mi sento subito meglio. Mi sento in pace.

E  il mio corpo parla.

Mi dice di tendere l’orecchio e mettermi in ascolto:

Corri, lavori, corri, lavori, ti ammali, non ti curi, corri, lavori, peggiora la tua salute, corri, lavori..

Ma dov’è precisamente che stai andando?

A fare il giro del mondo. No, anzi, a mettere da parte i soldi per fare il giro del mondo.

E’ strano non trovi, cara mia, che per fare una cosa che ha come base lo stare bene, l’essere felice, ora tu stai male e non sei felice. E’ strano. E’ come se questo tempo non fosse un tempo con un suo valore, come se avesse meno valore del tempo che verrà, come se il tuo corpo di oggi, fosse meno importante del tuo corpo che a gennaio salirà sull’aereo.  Ma sei tu, in questo tempo e in quello futuro. E stai bistrattando il tuo corpo, che è il tuo, adesso e dopo.

Il tuo corpo che è qualcosa di oggettivo, pragmatico, con un suo volume, con fatti e conseguenze.

Dov’è che pensi di andare se ancora non hai capito che testa e corpo insieme devono andare?

Adagio è meglio.

“Adagio bambini”, come si legge in un cartello che una mano di mamma – sono sicura- ha posizionato prima di una pericolosissima curva ad angolo, nel percorso che faccio quando vado in montagna. Adagio con quelle mountain bike, che vi spaccate la testa sennò.

Piano.

Anche se “piano”  non era previsto su google calendar; anche se significherà perdere occasioni.

Arrivare a quell’aereo serena è l’occasione.

Arrivare a quell’aereo con meno soldi, ma anche meno acciacchi è l’occasione.

Prendermi cura di me è l’occasione.

Pensare con coscienza di poter sostenere il giro del mondo in solitaria, accettando il fatto che in un anno, prima o poi starò male; e sapere che questo fa una paura smisurata, ma anche che non sarà questa paura smisurata a fermarmi. Questa, santo cielo, questa è l’occasione.

Ipocondria portami via…da te.

————————————–

canzone consigliata per la lettura: “Poor Little Rich Boy” di Regina Spektor

Annunci

RABDOMANTE IN GIRO PER IL MONDO (QUANDO ALLA MAGIA CI CREDI, E CI CREDI PER DAVVERO)

20151112_154831

Io so come si trova l’acqua.

Lo so per davvero, non dico bugie.

Me l’hai insegnato il mio amico “elfo silvano” Giacomo.

Io voglio fare la rabdomante. Lo so che non è una professione.

Lo so che bisognerebbe – secondo la definizione del dizionario, perlomeno- possedere ed esercitare una qualche facoltà divinatoria.

Lo so che quindi, anche se fosse una professione, non avendo alcuna facoltà divinatoria, non potrei, in ogni caso, praticarla. Neanche con la partita iva, pagando regolarmente le tasse.

Eppure l’acqua io l’ho trovata.

“Giacomo”

“Sì”

“Mi insegni a usare la Gopro? Lo sai che faccio schifo con la tecnologia. Ma me l’hanno regalata per il mio viaggio intorno al mondo e vorrei riprenderne tanto, di mondo”

“Parti quindi?”

“Sì, il 15 gennaio. Vengo da te, sui monti. Porto un pollo alla cacciatora e delle patate al forno. Va bene?”

“Sì, va bene”

E’ una di quelle giornate benedette. 20 gradi a novembre, con le guance calde dietro al finestrino. Il sole lo mastico e lo mando giù. Mi metto a cantare forte e male, e alla fine mi brucia la gola; ma voglio dire, ho mangiato il sole: o si canta così, o non si canta proprio.  La Cisa è sempre troppo cara e troppo bella. Di lato ho le montagne, sotto il torrente. E al casello pago 6 euro. Siete matti voi.

Arrivo a casa di Giacomo che è già mezzogiorno.

Questa casa con tanto legno e tante stanze. Col divano rosso, sul quale ho dormito molte volte, infilata nel mio sacco a pelo che sapeva di cenere e fumo della stufa. Questa casa con la cucina fatta su misura da suo padre, dove Maria mi ha preparato 2000 thè e  dove sono volati hamburger direttamente nelle nostre bocche affamate. Questa casa colorata, saggia, buona, accogliente, viva, creativa, dove ci sono strumenti musicali  e foto e disegni e libri ovunque.

L’elfo silvano si è messo in una posa che, ti prego, non ti spostare da lì ameno per le prossime 2 ore. E’ un personaggio di Caravaggio. La luce a picco su di lui, non riconosco i suoi contorni, forse perché è ancora più magro o ancora più elfo dell’ultima volta che ci siamo visti. E’ girato di spalle, suona la chitarra.

Finisce con calma. Si gira e mi fa un sorrisone.

Lo sai che mio zio mi ha insegnato a trovare l’acqua?

“Non è vero”

“Sì, è vero”

“E perché ha aspettato così tanto a insegnartelo?”

“Aspettava che glielo chiedessi, credo”

La faccenda è semplice.

Si prende del fil di ferro lungo circa due spanne e un po’, e poi si piega, creando un manico.

Un bastoncino per ogni mano.

Le mani al petto.

L’impugnatura morbida.

Le mani al cuore, per carità; la postura rigida.

“E l’acqua si trova?”

“Ieri ci abbiamo provato. ma c’era vento”

Oggi ci riproviamo, caro mio. Oggi il vento non c’è.

Stiamo finendo il pollo con le patate, mi ha già insegnato a usare la Gopro. Ho preso appunti. Mi sento inadeguata, vorrei essere certa che non cancellerò, per sbaglio, le riprese di Cuzco o Buenos Aires o Bali, ma questa certezza non ce l’ho. Anzi, sono quasi certa del contrario.

Ci capisco niente.

Suona il campanello. Il terzo elemento di questa improvvisata brigata è finalmente arrivato.

“Lei è Patrizia”

“Lui è Mario”

“Ciao Mario”

“Piacere Patrizia”

Bene. E adesso? Adesso inizia l’avventura vera e propria e la mia iniziazione come rabdomante.

Mario sta preparando un libro sulle case abbandonate e poco distante da dove siamo noi ce n’è una.

Andiamo quindi? Bè sì, certo che andiamo.

Che se non siamo qui sui monti per vivere delle avventure, cosa siamo qui a fare?

20151112_145611

L’elfo silvano ci conduce in un bosco. E’ tutta salita. il pranzo finito 10 minuti fa non mi aiuta, rallenta i miei passi, appesantisce i miei movimenti e i miei pensieri; mentre gli altri due si inerpicano come giovani stambecchi gioiosi. Ma non li perdo e non mi distacco. Passiamo un corso d’acqua. Le mie suole sono un po’ troppo lisce, il mio equilibrio un po’ troppo precario, il mio fiato un po’ troppo corto. Ma la salita – indovinate un po’? – finisce.

La carcassa di un’auto ci accoglie. Ma che ci fai qui, auto? Come sei arrivata? Non c’è una strada per te. Non puoi aver attraversato il ruscello. L’auto ha volato, mi dico. Me lo dico, perché questa è un’avventura e decido che posso pensare quello che mi pare; e più le cose sono strambe e più ci credo.

E la casa?  Eccola. Ha volato pure lei. Non ci credo che qualcuno, queste pietre, le ha portate fin  qui, sulle spalle, con le mani, tra le braccia. Contrarsi, piegarsi, incurvarsi  a favore di  legno, cemento, coppi e ferro. No. Non è andata così veramente.

Hanno contato fino a 3. Uno, due, tre! E la casa è comparsa.

Questa casa, così diversa da quella di Giacomo, dove mi trovavo non più di un’ora fa. Questa casa che vomita storie da tutte le parti. Alcune sono perdute, altre ce le ha scritte addosso, le respiro dalle narici, mentre ce le mostra con una sincerità docile, cruda, fatta di molte sbavature e polvere e travi che cadono da tutte le parti, e brandelli di carta da parati e porte smembrate e buchi grossi così.

Un coperchio per ogni pentola. Un coltello per ogni tagliere e il 3 di bastoni che è stato strozzato da una briscola piccola e insignificante, e i piatti che una mano ha lavato, la stessa che ha cucinato la pastasciutta più buona che si possa immaginare, con i funghi, di certo. E le persone, che sono famiglia, che si sono sedute vicine per ascoltare il tg. Vicini per commentare il brutto e il bello. Il brutto e il bello di allora, che, ci scommetto, non è molto differente dal brutto e il bello di ora.

20151112_152453

E una scatola di latta, dalla quale emergono fili, con cui sono stati cuciti gli orli di qualche pantalone di qualche uomo che doveva sfamare qualche vacca e qualche oca o gallina. E un paio di scarpe da corsa che non hanno niente a che fare con gli stivali della stalla e che raccontano di un ragazzo anarchico e buono come il pane, che aveva un gufo e che correva in mezzo ai boschi, tra i rami che graffiano le cosce e il tramonto che ti cade addosso.

20151112_152427

Per entrare nelle case degli altri devi dire “Permesso”. E anche per entrare nelle vite degli altri, se è per questo. Piano, sottovoce, senza far rumore.

Esco. Mi metto nel giardino, che sono per lo più erbacce e ortiche, e rovi. Mi posiziono perpendicolare al lavatoio, che si trova più a valle.

I bastoncini li tengo così come mi è stato insegnato e cammino con gli occhi sbarrati, di chi aspetta una magia. Ed eccola, la magia. i bastoncini si incrociano formando una X. Esattamente dove passa l’acqua sottoterra e sgorga a 10 metri di distanza da me. E la forza del movimento è netta, decisa; una calamita che spinge i due bastoncini a riabbracciarsi, a baciarsi, a stare insieme come chi si ama forte, per davvero. Lo fa anche Mario, e succede lo stesso. Lo fa anche Giacomo e ancora, di nuovo, stesso epilogo. Sono fuori di me dallo stupore. Passo diverso tempo a camminare come uno zombie dei monti e ogni volta che i bastoncini si incrociano, mi batte forte il cuore e mi esce un “Ohhhhh”

“Qual è la spiegazione scientifica di questo fenomeno?”

Non c’è  mi risponde Giacomo.

La cosa a lui infastidisce. A me no.

A me queste cose piacciono così, senza spiegazione.

Cos’è che mi vuoi spiegare? Cos’è che devo capire? Che cosa?

Mentre sono qui, in mezzo ai boschi, con una casa massiccia e malmessa  che sgomita fuori il suo passato a destra e a manca, io penso, che tante volte, la spiegazione non c’è.

Proprio non c’è. Basta. Smettila di chiedere. Non verrà nessuno a prenderti a male parole, se non sai spiegare ciò che non si può spiegare.

Mancano meno di due mesi alla mia partenza, al mio giro del mondo in solitaria, alla scoperta della Nuova Zelanda, del Vietnam, del Cile, di Panama e di tanti altri posti, che anche solo immaginarli mi fa tremare. Chissà quante volte accadranno cose di cui non saprò dare una spiegazione. Quante volte sarò impreparata. Quante volte non avrò il controllo. Quante volte 2+2 non farà 4. Quante volte non mi darò pace, vorrò capire. Quante volte, alla fine, dovrò accettare che non posso capire.

Le cose, a volte, accadono e basta. Nessuno verrà a prendermi a male parole, credo. Cosa che invece sarà fatta, mi viene da pensare, se smettessi di cercare. Se mi volessi sedere. Se alla magia non ci credessi più.

20151112_151828_HDR

Esimersi dalla ricerca…questo no.

Rabdomanti di esperienze, bisogna essere.

Rabdomante di esperienze voglio essere.

Con i bastoncini in mano e gli occhi sbarrati in attesa di una magia, si deve stare.

Di un fatto eclatante, che dica: è questo il posto, è qui che devi cominciare a scavare!

O anche: Non è questo il posto, non è qui che devo scavare!

Col cuore che batte ogni volta che c’hai visto giusto, e l’acqua l’hai trovata.

Col cuore ferito ogni volta che c’hai visto sbagliato e l’acqua l’hai solo immaginata.

In ogni caso, mettersi alla ricerca è l’unica scelta possibile. O quello, o morire di sete.

———————————————-

Canzone consigliata per la lettura: “La canzone dell’acqua” di E.Finardi

QUANDO STAI PER PARTIRE E SEI UN FUOCO CHE BRUCIA. QUELLO CHE SO (E NON SO) SUL PASSATO E SUL PRESENTE

fuoco

L’amore è una cosa che brucia, cari miei.

L’ha cantato Johnny Cash e l’ha scritto June Carter.  E quanta ragione hanno quei due.

E poi, cari miei, mica finisce qui la faccenda. La cosa che brucia diventa un cerchio e nel cerchio, quando sei preda di un desiderio selvaggio, ci precipiti dentro e le fiamme si alzano.

“I fell into a burnin’ ring of fire

I went down, down, down

And the flames went higher”

Che canzone, santo cielo.

Io non lo so come le sia venuta questa immagine a June Carter.

Secondo me aveva una bestia dentro, uno sgomento, un precipizio…

Ma in fondo, no.

No.

Quello che aveva dentro, è esattamente quello che ha descritto: il fuoco.

E’ sabato 31 ottobre, e noi siamo intorno a un fuoco.

Siamo in cerchio, davanti al fuoco.

Siamo un cerchio di fuoco.

Sette persone, in piedi. Dritte sulle spine dorsali, ma allo stesso tempo abbandonate. Fai di me ciò che vuoi, fuoco, che di resisterti non son capace.

Sei persone ipnotizzate dalla fiamma,  una persona con la responsabilità di non farla spegnere.

Le stelle ci sono, cari miei. E anzi, picchiano duro. Se vogliono brillare, sanno farlo bene. Se vogliono farsi vedere, sanno farlo bene. A bocca aperta si guardano, col naso all’insù e i pensieri all’ingiù. In silenzio si guardano, che non c’è molto da dire. Siete belle e basta. Come siete belle, porca miseria, mi fate arrabbiare!

Non si vede un filo di nebbia. E’ una serata limpida. Ci respiriamo, come fanno i lupi. So chi ho alla mia destra e so chi ho alla mia sinistra.

Stiamo saldi, amici, che una sera così me la voglio ricordare il prossimo anno, magari davanti a chissà quale fuoco e chissà con chi. Magari in un posto di cui non conosco il nome, in Guatemala o in Perù o in Cile, con persone che non parlano la mia lingua, con volti che non sono i vostri. Adesso stiamo saldi, che questa sera non la devo dimenticare.

La luna, per il momento, non mi è venuto di cercarla. Le lascio fare i suoi giri, prima o poi arriverà.

“And it burns, burns, burns,

The ring of fire, the ring of fire”

La casa di Antonella, a Cella di Noceto, in località Bombodolo (capite? Bombodolo…che solo sul Bombodolo bisognerebbe scrivere una storia d’amore: quella tra una bomba a mano e una allodola) sembra uscita da un libro dei fratelli Grimm. Intanto perché oltre all’elemento casa, c’è l’elemento bosco e oltre a questi due elementi non c’è nient’altro.

Casa-bosco.

Bosco-casa.

Animali, piccoli e grandi ci sono, in realtà

“Anto… prima, mentre raccoglievo il rosmarino, ho sentito un rumore nel cespuglio, credo ci sia qualcosa”

“Ah sì, Boris…Mica niente. Probabilmente è il solito cinghiale..Oppure è la volpe, potrebbe essere la volpe, vista l’ora”

Gulp.

Io, il cinghiale, non lo voglio affrontare (la volpe anche anche, ma il cinghiale no, non me la sento proprio) e me ne sto tranquilla in casa a preparare le mie patate a fisarmonica.

Ci siamo messi a cucinare non appena siamo entrati. La casa di Antonella è come lei.

Ciao, entra, accomodati, sei il benvenuto.

Non dobbiamo più chiedere dove sono gli utensili da cucina; apriamo cassetti, foderiamo teglie, inforniamo, impastiamo, mescoliamo.

Questa faccenda del cucinare insieme e poi condividere, se uno si fermasse a ragionarci ogni volta, se uno si fermasse a ragionare sull’amore che passa tra la mia indivia e la tua zucca, tra il tuo budino e le sue orecchiette con broccoli…se uno si soffermasse ogni volta, molto del genere umano lo troverebbe qui. Nelle radici del prendersi cura, del dare da mangiare, del nutrire.

Del ti voglio bene, cresci forte, fai tutti i giri che devi fare che poi a qualsiasi ora torni, qualsiasi giorno tu voglia presentarti alla mia porta, in qualsiasi stato, un piatto per te c’è.

Da restarci secchi.

Questo sta succedendo qui.

E succede anche il fuoco.

Questo 31 ottobre lo festeggiamo bruciando una cosa del nostro passato, dando spazio ad altro.

Il Sig. Presente è presente?

Sì, è qui..adesso.

Bene.

E il Sig, Futuro?

Anche lui, appena dietro al Presente. Si nasconde. E’ timido.

Pian piano, quasi in punta di piedi, con la stessa cura con cui da bambini ci si raccontava un segreto, ognuno di noi brucia qualcosa.

Questo fuoco generosamente riceve. A me sembra che canti, ma anche che gli venga da ridere. Che sia un fuoco pazzo e accudente insieme, mi sembra.

La fiamma diventa blu. Vorrei credere che è un colore che oggi, questo fuoco ha riservato solo a noi, ma non posso ignorare il quantitativo di oggetti che sta bruciando Maria Teresa, che non mi sembra vadano proprio d’accordo con il fenomeno della combustione…

“And it burns, burns, burns,

The ring of fire, the ring of fire”

Il mio oggetto l’ho messo dentro una busta.

Poi dentro la stessa busta c’è una foto.

E poi un foglio scritto di getto, in stampatello, con caratteri cubitali, che io stessa stento a decifrare, ma che tanto è al fuoco che sono indirizzati.

Hey fuoco! mettiti gli occhiali eh..Mica confondere le vocali che viene fuori un pasticcio.

Sto facendo qualcosa di grande. Queste cose che brucio, alle quali voglio e devo dare forma nuova, mi pesano come un macigno sulle spalle. Ma io sto per partire. E le spalle mi servono per metterci il mio zaino. E il mio zaino mi serve da casa e da non-casa allo stesso tempo. Con i tre vestiti in croce che ci metterò dentro, le scarpe, il cappello, lo spazzolino, il sapone, le mutande, la crema per il sole, il repellente per le zanzare, tutto il coraggio che ho, tutto il coraggio che non ho.

E quindi è chiaro, che i fardelli del passato, su queste spalle mie, non ci possono più stare. E’ proprio che non c’è più spazio.

Lo faccio per ultima, ma lo faccio. Sono tutta un fremito, mi tremano fino le costole. Mi trema tutto, anche la terra sotto i piedi. Claudio abbandona per un attimo la sua postazione e viene a darmi un bacio, non sulla fronte, ma sulla nuca, all’attaccatura dei capelli. Mi sembra che me l’abbia dato il vento. Antonella e Ilaria cantano. Antonella balla anche, sul posto. Mi sembra il movimento sinuoso  di un’anaconda; la guarderei per ore.

Ilaria muove il fuoco con un bastone

“Hai visto?” mi dice “Quello che hai bruciato adesso ha la forma di una rosa.”

E’ vero. La mia rosa di cenere. Guarda che bella che è. Bisogna fare un sospirone. Lo faccio.

Boris e Gabriella sono le due persone che ancora non ho citato.

Boris che conosco e riconosco, Gabriella che non conosco, ma riconosco.

(A volte succede)

Boris e Gabriella hanno molto da dire e dare, stasera davanti a questo fuoco. Ci mettiamo in ascolto.

Boris aveva già sfidato il cinghiale – forse volpe – vicino al rosmarino. Ma molto altro è lui. Boris, e mi è evidente stasera, davanti a questo fuoco, non c’è stata una sola volta, che non sia riuscito ad alleviarmi un dolore. Boris è per me la persona che mi dice: fai tutti i giri che devi fare che poi a qualsiasi ora torni, qualsiasi giorno tu voglia presentarti alla mia porta, in qualsiasi stato, un piatto per te c’è.

Ci allontaniamo dal fuoco. Penso a quelle volte che dopo un trasloco, o un cambio armadio, ho avuto a che fare con scritti e lettere di una me passata. Di come quei tuffi, in quel mare, mi lasciassero tutte le volte disorientata, spossata e a disagio. Ma come posso aver scritto queste cose? Ma sono io, questa cretina rimbambita?

E’ il peso di non riconoscersi più. Di non condividere più quelle gioie, quelle passioni, quelle pene, quelle afflizioni.  E’ il peso di cambiare, di essere una materia in movimento, che brucia, che muta.

Di essere il cerchio di fuoco.

che trasforma.

che si trasforma.

E, io credo, più ci cadi dentro e più sei al sicuro.

“And it burns, burns, burns,

The ring of fire, the ring of fire”


Tutti la conoscete, ma per favore, mentre leggete, ascoltatela ancora una volta. Questa canzone con i suoi fiati messicani che fanno girare la testa: “The Ring of Fire” di Johnny Cash