DOVE SI TROVANO I SOLDI PER FARE IL GIRO DEL MONDO? LA POTENZA DEL DESIDERIO, PARTE TERZA

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Non lo farò mai più.

Questo mi ero ripromessa una volta finiti gli studi universitari.

La campagna allo zuccherificio iniziava a fine luglio e proseguiva fino a fine settembre. E ci si andava a vent’anni, barattando il proprio sonno in cambio di rate universitarie pagate. E si facevano i turni di notte, o le mattine o i pomeriggi. E si arrivava con il cappuccio della felpa schiacciato sulla testa e i sogni a metà, ammazzati sul più bello dalla sveglia delle 3. E si analizzavano le barbabietole e ne arrivavano tante, ma tante tutte insieme. E poi si facevano pure due chiacchiere con le persone del tuo turno. Molti erano studenti. Altri erano fissi. E io credo, molto stanchi (o forse, ero io ad esserlo. Loro, se ci penso bene, erano solari anche di notte, quando al massimo bisognerebbe essere lunari, o no?)

Robe da non credere: lo zucchero così dolce, durante la sua fase di preparazione emana, al contrario, esalazioni nauseabonde e stomachevoli. Mi hanno steso 2 volte. Svenuta. Sul pavimento del laboratorio. Io e i miei campioni per terra, verdi come me, come la faccia che sfoggio su questo pavimento alle 5 di mattino.

Al pronto soccorso, me lo ricordo ancora, il dottore  si era spinto in una battuta che mi aveva fatto scappare un cupo sospirone: “Signorina, ma cosa mi combina, un calo di zuccheri in uno zuccherificio?” Non avevo riso, ma poi mi era dispiaciuto sembrargli ostile o ingrata. Ero grata invece (della flebo).

Quest’anno a distanza di 15 anni, un pomeriggio di maggio, sono andata a fare richiesta per tornare a rivestire i panni della lavoratrice stagionale.

Ci sono andata anche se avevo detto “Non lo faccio più”.

E mi è sembrato giusto e sacrosanto che il corso della vita mi riportasse dove pensavo non sarei tornata

Si parlava ancora di baratto. La lingua sempre la stessa, le questioni in palio diverse.

Il mio sonno per pagarmi una parte del giro del mondo.

Un parte dei miei spostamenti in autobus, forse un paio di voli, diversi ostelli, molte cene, molti pranzi.

Un pezzo del mio sogno dolce, come questo zucchero

Un pezzo del mio sogno non dolce, come lo zucchero quando viene lavorato.

Senza soldi dove vai?

E quanti soldi ti servono?

E come fai a star via un anno?

Queste tre domande mi hanno scombinato per un bel po’.

Hanno girovagato nella mia testa. Poi si sono piazzate. Messo tende, fatto pic nic. Un presidio. Mi hanno presidiata.

Questo è il modo in cui ho risposto io: con un’altra domanda.

Sei sicura? Ne sei convinta?

Sì.

Va bene. Allora cominciamo cambiando alcune cose della tua vita per un anno.

Era l’inizio del 2015. Sapevo che sarei partita alla fine dell’anno o all’inizio del 2016.

Ho praticamente eliminato alcuni costi della mia vita sociale. I miei amici non li ho visti meno. Si cenava insieme, ma a casa mia. O anche a casa loro. Al cinema, mia grande passione, ci sono andata pochissimo. Ma mi sono messa in modalità streaming e non è stato male.

Ho venduto i miei vestiti. Ho smembrato la mia intoccabile collezione vintage. Alcuni abiti che realmente non mettevo da anni, ma dai quali emotivamente non riuscivo a staccarmi, li ho guardati con occhi nuovi.

Ho definitivamente messo a tacere alcune frasi che tatticamente trovano forma e consistenza sulle mie labbra, in momenti come questi : “Magari il prossimo anno lo uso ancora… magari se dimagrisco ci entro di nuovo… però mi ricorda momenti belli…forse…magari…”

No. Ora ti vendo abito che non metto da 3 anni. Lo faccio, lo giuro.

Che è vero, mi ricordi momenti belli, ma se ti vendo mi aiuti a viverne altri di momenti belli, quindi ciao.

Non sono ovviamente andata in ferie, se non un paio di giorni alle Cinque Terre e un paio dalla mia amica Lucia, sul suo balcone a Fano (Benedetta Lucia, benedetto il suo balcone)

Mi sono persa la Toscana con mia cugina Chiara e suo figlio Selvaggio. Mi sono persa la Sardegna con Boris e Claudio, mi sono persa il mare come lo dico io, che per me è come perdersi un appuntamento che aspetti da mesi, con qualcuno che ti piace talmente tanto che se non lo baci scoppi.

Ma mi sono goduta la campagna, la casa dei miei genitori nella bassa, la mia casa di sempre, il caldo torrido meno torrido tra le piante, l’erba sottile tra le dita, la piscinetta gonfiabile che ci stai a malapena per il lungo, ma che io ho adorato. La mia pozza di mare.

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Ho chiamato in campagna gli amici, ho cucinato le verdure dell’orto di mio padre, ho rallentato.

Ho cercato di lavorare il più possibile, facendo cose che spaziavano dal mio lavoro vero e proprio di autrice.

Mi sono sbizzarrita. Ho lavorato a un evento sulla lirica. Mi ha ricordato quelle notti passate davanti al Regio per vedere gratuitamente la prima del Rigoletto e della Madama Butterfly.

Poi ho fatto altro. Il mio desiderio l’ho scoccato verso l’alto. Freccia vai, lontano vai, per favore. L’ho fatto sentire, il mio desiderio. Gli ho dedicato energia. L’ho fatto crescere. Ho fatto sì che venisse respirato dall’universo tutto.

Rispondiamo all’energia degli altri. Succede sempre.

Tipo sei single da 2000 anni, ti innamori e improvvisamente tutti ti vogliono.

Perché?

Perché quell’energia lì, nuova, tua, bella, forte, potente, viene voglia di mangiarsela a colazione.

Non passa indifferente. Non passa inosservata.

Io vedo continuamente cose che capitano in parallelo a grandi progetti, o a grandi emozioni, o a stati d’animo intensi.

E’ un po’ come quando ti senti male all’improvviso. Le persone che hai vicino, in quello spazio- tempo, si mettono in ascolto.

Sta succedendo qualcosa? Sì, qualcosa sta succedendo.

Anche i bambini lo fanno, all’asilo, quando qualcuno si mette a piangere. Si fermano. Interrompono i loro giochi.

Sta succedendo qualcosa? Sì, qualcosa sta succedendo.

Lo stesso accade se ti metti a ridere. Se la tua gioia è forte, la tua risata arriva alle orecchie di molti. La tua gioia accade, gli altri l’avvertono. La respirano attraverso  le narici, la recapitano ai polmoni. La riassorbono.

Freccia vai, lontano vai, per favore vai.

Diglielo, che mica è un capriccio, che davvero questo folle viaggio lo devo fare.

Dillo a tutti.

Mai come quest’anno, sono arrivate collaborazioni, contatti, possibilità lavorative.

E quando le cose sono andate male, è successo altro.

Allo zuccherificio mica mi hanno preso, ad esempio.

Il mio sonno mica l’hanno voluto. Ma quel mese ho lavorato ugualmente molto, anzi moltissimo.

Sono stata aiutata, gratuitamente, su tanti campi che veramente mi restano oscuri: la tecnologia, la dichiarazione dei redditi, scegliere un itinerario, l’essere realista e agire di conseguenza, accettare la paura e ringraziarla, anche.

Diversi amici si sono offerti di prestarmi soldi. Ho rifiutato, perché il senso di questo viaggio è: da sola parto e da sola ce l’ho fatta a partire.

Però queste offerte sono state una spinta vigorosa. Mi hanno commosso e strattonato. Mi hanno detto “Vedi di non mollare, sennò guai a te!”

E poi c’è un fattore fondamentale. Io sono una privilegiata.

Molto del mio lavoro lo posso fare con una connessione internet.

Sono una libera professionista e posso decidere di farlo qui, come dall’altra parte del mondo.

E affido a questo, e al fatto di continuare a lavorare anche lontano da casa mia, la buona riuscita di questa avventura.

Perché posso assicurare che a tre mesi dal viaggio, non li ho ancora tutti i soldi che mi servono.

Non li ho.

Proprio no.

Ma sento di potercela fare.

Sto preparando un viaggio low budget. Ho scelto solo luoghi che posso sostenere economicamente, viaggerò con mezzi economici, dormirò in ostelli, street food diventerà la parola chiave ogni volta che avrò fame.

Ma questa è anche la vita che mi piace fare in viaggio. La strada la voglio sentire, lo zaino lo devo portare sulle spalle. Il peso è mio, di nessun altro.

Non salto nel vuoto, perché qui ho una famiglia, la mia, che se mi dovesse capitare qualcosa, farà in modo che io possa tornare a casa.

Dovessero derubarmi i tutto, non mi lasceranno vagare nella Foresta Amazzonica.

Mio fratello potrebbe addirittura venirmi a prendere nella foresta Amazzonica. Mia sorella, che ancora nega la mia partenza, farebbe la stessa cosa.

E al di là di tutto questo, di tutto tutto questo, farò una cosa: se avrò bisogno, chiederò aiuto.

Tanto lo so, ne sono certa: qualcuno, prima o poi, risponde.


Canzone consigliata per la lettura: “Judy and the dream of horses” dei Belle and Sebastian

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