RIFLESSIONI DI UNA CHE VUOLE ESSERE UN “MOTO A LUOGO”

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Io mi sento così.

Che c’è umido, che ho i capelli delusi, che piove da più di un po’, che sono nevicate foglie nel giardino dei miei genitori, che la campagna non ce la fa più a sembrare graziosa.

Adesso è di fango che ha voglia.

Di sporcarsi ha voglia.

Come biasimarla? Come darle torto?

Basta. Sporcati. Disordinati. Folleggia. Scombussolati tutta. Rovinati. Vai a ballare. Torna tardi. Non ricomporti. Chissenefrega.

Non è che ti si vuol bene solo se sei verde smeraldo, con l’erba che ondeggia e il cielo a picco. A me piaci anche a pozzanghere. Mi piacciono i tuoi buchi, la pasta di sassi. Se avessi un impermeabile e 8 anni, te lo giuro, starei fuori con te. A prendermi l’acqua insieme a te. Ferma sul posto.

Ma non ho un impermeabile

E non ho 8 anni.

Questo tempo gioca sporco. Gioca fango, questo tempo.

Mi vuoi confusa e meteoropatica, tempo caro?

lo vedo, eh? D’accordo. Sono confusa. Contento? Sei contento adesso?

Sì.

Va bene. Sono contenta anch’io. Perché se son confusa, mi metto a pensare.

Stavo pensando, oggi, mentre nevicavano foglie, che saranno ormai 3 mesi che non vado a camminare in collina.

In genere parto in macchina da casa mia. Arrivo a Felino, salgo fino a Barbiano e poi, se ho tempo e mente sgombra, procedo fino a S. Michele Tiorre; oppure, se sono di fretta con mente pesante, scendo verso S.Michele Gatti. Si tratta, in definitiva, di scegliere un San Michele. Quando arrivo a Barbiano mi siedo su una panchina. Si vede tutta la vallata. In genere lì si fermano anche molti ciclisti. Se ho del cioccolato, ne offro. Se sono sola ascolto la musica. Mi sento in pace. Sudata e in pace.

Sono vestita con quegli abiti tecnici che stanno bene solo se hai le gambe lunghe e sei filiforme.

Io non ho le gambe lunghe.

Io non sono filiforme.

Però ai pantaloncini della Decathlon mica ci rinuncio. Voglio dire, me li metto anche quando c’è freddo, perché mi piacciono le gambe rosse e il cuore caldo. Dicono che il busto debba sempre  essere coperto molto bene. I piedi devono essere asciutti. Ma le gambe, invece, non hanno bisogno di nulla. Le gambe hanno un coraggio da leoni, anche se spesso non si sa. A loro piace diventare viola. Loro hanno un sapere che anticipa il volere. Ti devi muovere. Devi camminare. Ti devi muovere. Devi, proprio devi, camminare.

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Il movimento.

Questo è ciò che so riguardo al movimento: se ti muovi, accadono cose. Se stai fermo no.

E’ inutile girarci intorno.

Allora a me piacerebbe essere “L’uomo futurista” di Boccioni.

“Dinamismo plastico futurista”…”Impetuoso avanzare dell’uomo in marcia”… “Il camminare viene scelto dall’autore come azione per rappresentare il movimento dell’uomo”.

wow.

E’ da tre mesi che non cammino. E mi manca. Anche gli abiti tecnici mi mancano.

I miei pantaloncini poi, non parliamone nemmeno.

Però non mi sento ferma.

Tra poco, tra qualche mese, il movimento sarà fisico, reale, concreto. Uno spostamento continuo, per un anno intero

Accadranno cose.

Ma anche adesso accadono. Non il mio corpo, ma la mia testa si muove.

Non è che sia obbligatorio. Non è che non ci si possa fermare. E’ solo che dall’alto non piove niente, se non le foglie.

E’ il passo che decide la strada, non il contrario.

Nessuno è responsabile delle nostre azioni… Ecco, un passo…

Nessuno deve venirci a salvare… un altro passo

Devo imparare a dire di no… un passo gigante

Non ci si piange addosso… passo con piroetta

Se so di essere capace, non faccio finta di non esserlo… passo con inchino

Se so dare ma non so ricevere, è ancora tutto da fare… passo con balzo

Imparo a riconoscermi… passo che diventa doppio salto mortale, e che finisce su giunture, ginocchia e piedi allenati e in grado di sostenerlo.

Applausi! Applausi per la donna futurista che cammina, ma anche un po’ salta e anche un po’ balla!

Il mio movimento me lo sento addosso, me l’hanno dato in dote.

Il mio cognome è Dall’Argine.

Il mio cognome è un moto a luogo.

Ho vissuto per trent’anni dietro un argine, con un fiume che più di una volta ha minacciato di venirci a disastrare, ma che mai è arrivato a tanto.

Il mio cognome è un moto a luogo

Dall’argine è partita e fin qui è arrivata.

Da.

A.

Da una montagna di paura è arrivata a una collina di coraggio

Da un puro desiderio è arrivata a una promessa di realizzazione

Da non ce la farò mai, a forse ce la faccio

Da non ce la farò mai, a cacchio, ma sai che forse invece ce la faccio?

Da “sono tutta ingarbugliata, incasinata, intricata” a “Va bene, tanto non è che ti puoi cambiare più di tanto. Accettati”

Da no a sì

Da sì a no

Da me a te

Da me a mondo.

Ti abbraccio tutto mondo, ti voglio tutto.

Vedrai che danza folle ho in serbo per te. Vedrai come saprò ballare sulle tue strade. 

Il mio movimento lo vedrai, tu dammi possibilità, conoscenza, coraggio, persone, avventura.

Tu dammi vita. Ti rispondo con vita.

I bambini di Miyazaky corrono tutti. Sempre.

Senza quelle corse, la trama non si svilupperebbe in nessuna direzione.

Corrono e incontrano. Incontrano e decidono. Decidono e agiscono.

I bambini di Miyazaky diventano rossi dall’emozione. E quando l’emozione è troppo forte si offendono, si arrabbiano, si sconvolgono..

Non frega ai bambini di Miyazaki, e ai bambini in generale, di essere graziosi. Si sporcano tutti. Combattono tutti. Si meravigliano tutti.

Esplodono d’amore. Tutti.

Io 8 anni non li ho più, e l’impermeabile di cui ho bisogno ora, da molte più cose mi deve coprire.

Non solo dall’acqua. L’acqua è l’ultimo dei problemi.

E se ti muovi, comunque, succede anche questo: da temporale, a sole.

E se non è questa una magia, cosa lo è?


Canzone consigliata per la lettura: “Fox in the snow” dei Belle and Sebastian

DOVE SI TROVANO I SOLDI PER FARE IL GIRO DEL MONDO? LA POTENZA DEL DESIDERIO, PARTE TERZA

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Non lo farò mai più.

Questo mi ero ripromessa una volta finiti gli studi universitari.

La campagna allo zuccherificio iniziava a fine luglio e proseguiva fino a fine settembre. E ci si andava a vent’anni, barattando il proprio sonno in cambio di rate universitarie pagate. E si facevano i turni di notte, o le mattine o i pomeriggi. E si arrivava con il cappuccio della felpa schiacciato sulla testa e i sogni a metà, ammazzati sul più bello dalla sveglia delle 3. E si analizzavano le barbabietole e ne arrivavano tante, ma tante tutte insieme. E poi si facevano pure due chiacchiere con le persone del tuo turno. Molti erano studenti. Altri erano fissi. E io credo, molto stanchi (o forse, ero io ad esserlo. Loro, se ci penso bene, erano solari anche di notte, quando al massimo bisognerebbe essere lunari, o no?)

Robe da non credere: lo zucchero così dolce, durante la sua fase di preparazione emana, al contrario, esalazioni nauseabonde e stomachevoli. Mi hanno steso 2 volte. Svenuta. Sul pavimento del laboratorio. Io e i miei campioni per terra, verdi come me, come la faccia che sfoggio su questo pavimento alle 5 di mattino.

Al pronto soccorso, me lo ricordo ancora, il dottore  si era spinto in una battuta che mi aveva fatto scappare un cupo sospirone: “Signorina, ma cosa mi combina, un calo di zuccheri in uno zuccherificio?” Non avevo riso, ma poi mi era dispiaciuto sembrargli ostile o ingrata. Ero grata invece (della flebo).

Quest’anno a distanza di 15 anni, un pomeriggio di maggio, sono andata a fare richiesta per tornare a rivestire i panni della lavoratrice stagionale.

Ci sono andata anche se avevo detto “Non lo faccio più”.

E mi è sembrato giusto e sacrosanto che il corso della vita mi riportasse dove pensavo non sarei tornata

Si parlava ancora di baratto. La lingua sempre la stessa, le questioni in palio diverse.

Il mio sonno per pagarmi una parte del giro del mondo.

Un parte dei miei spostamenti in autobus, forse un paio di voli, diversi ostelli, molte cene, molti pranzi.

Un pezzo del mio sogno dolce, come questo zucchero

Un pezzo del mio sogno non dolce, come lo zucchero quando viene lavorato.

Senza soldi dove vai?

E quanti soldi ti servono?

E come fai a star via un anno?

Queste tre domande mi hanno scombinato per un bel po’.

Hanno girovagato nella mia testa. Poi si sono piazzate. Messo tende, fatto pic nic. Un presidio. Mi hanno presidiata.

Questo è il modo in cui ho risposto io: con un’altra domanda.

Sei sicura? Ne sei convinta?

Sì.

Va bene. Allora cominciamo cambiando alcune cose della tua vita per un anno.

Era l’inizio del 2015. Sapevo che sarei partita alla fine dell’anno o all’inizio del 2016.

Ho praticamente eliminato alcuni costi della mia vita sociale. I miei amici non li ho visti meno. Si cenava insieme, ma a casa mia. O anche a casa loro. Al cinema, mia grande passione, ci sono andata pochissimo. Ma mi sono messa in modalità streaming e non è stato male.

Ho venduto i miei vestiti. Ho smembrato la mia intoccabile collezione vintage. Alcuni abiti che realmente non mettevo da anni, ma dai quali emotivamente non riuscivo a staccarmi, li ho guardati con occhi nuovi.

Ho definitivamente messo a tacere alcune frasi che tatticamente trovano forma e consistenza sulle mie labbra, in momenti come questi : “Magari il prossimo anno lo uso ancora… magari se dimagrisco ci entro di nuovo… però mi ricorda momenti belli…forse…magari…”

No. Ora ti vendo abito che non metto da 3 anni. Lo faccio, lo giuro.

Che è vero, mi ricordi momenti belli, ma se ti vendo mi aiuti a viverne altri di momenti belli, quindi ciao.

Non sono ovviamente andata in ferie, se non un paio di giorni alle Cinque Terre e un paio dalla mia amica Lucia, sul suo balcone a Fano (Benedetta Lucia, benedetto il suo balcone)

Mi sono persa la Toscana con mia cugina Chiara e suo figlio Selvaggio. Mi sono persa la Sardegna con Boris e Claudio, mi sono persa il mare come lo dico io, che per me è come perdersi un appuntamento che aspetti da mesi, con qualcuno che ti piace talmente tanto che se non lo baci scoppi.

Ma mi sono goduta la campagna, la casa dei miei genitori nella bassa, la mia casa di sempre, il caldo torrido meno torrido tra le piante, l’erba sottile tra le dita, la piscinetta gonfiabile che ci stai a malapena per il lungo, ma che io ho adorato. La mia pozza di mare.

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Ho chiamato in campagna gli amici, ho cucinato le verdure dell’orto di mio padre, ho rallentato.

Ho cercato di lavorare il più possibile, facendo cose che spaziavano dal mio lavoro vero e proprio di autrice.

Mi sono sbizzarrita. Ho lavorato a un evento sulla lirica. Mi ha ricordato quelle notti passate davanti al Regio per vedere gratuitamente la prima del Rigoletto e della Madama Butterfly.

Poi ho fatto altro. Il mio desiderio l’ho scoccato verso l’alto. Freccia vai, lontano vai, per favore. L’ho fatto sentire, il mio desiderio. Gli ho dedicato energia. L’ho fatto crescere. Ho fatto sì che venisse respirato dall’universo tutto.

Rispondiamo all’energia degli altri. Succede sempre.

Tipo sei single da 2000 anni, ti innamori e improvvisamente tutti ti vogliono.

Perché?

Perché quell’energia lì, nuova, tua, bella, forte, potente, viene voglia di mangiarsela a colazione.

Non passa indifferente. Non passa inosservata.

Io vedo continuamente cose che capitano in parallelo a grandi progetti, o a grandi emozioni, o a stati d’animo intensi.

E’ un po’ come quando ti senti male all’improvviso. Le persone che hai vicino, in quello spazio- tempo, si mettono in ascolto.

Sta succedendo qualcosa? Sì, qualcosa sta succedendo.

Anche i bambini lo fanno, all’asilo, quando qualcuno si mette a piangere. Si fermano. Interrompono i loro giochi.

Sta succedendo qualcosa? Sì, qualcosa sta succedendo.

Lo stesso accade se ti metti a ridere. Se la tua gioia è forte, la tua risata arriva alle orecchie di molti. La tua gioia accade, gli altri l’avvertono. La respirano attraverso  le narici, la recapitano ai polmoni. La riassorbono.

Freccia vai, lontano vai, per favore vai.

Diglielo, che mica è un capriccio, che davvero questo folle viaggio lo devo fare.

Dillo a tutti.

Mai come quest’anno, sono arrivate collaborazioni, contatti, possibilità lavorative.

E quando le cose sono andate male, è successo altro.

Allo zuccherificio mica mi hanno preso, ad esempio.

Il mio sonno mica l’hanno voluto. Ma quel mese ho lavorato ugualmente molto, anzi moltissimo.

Sono stata aiutata, gratuitamente, su tanti campi che veramente mi restano oscuri: la tecnologia, la dichiarazione dei redditi, scegliere un itinerario, l’essere realista e agire di conseguenza, accettare la paura e ringraziarla, anche.

Diversi amici si sono offerti di prestarmi soldi. Ho rifiutato, perché il senso di questo viaggio è: da sola parto e da sola ce l’ho fatta a partire.

Però queste offerte sono state una spinta vigorosa. Mi hanno commosso e strattonato. Mi hanno detto “Vedi di non mollare, sennò guai a te!”

E poi c’è un fattore fondamentale. Io sono una privilegiata.

Molto del mio lavoro lo posso fare con una connessione internet.

Sono una libera professionista e posso decidere di farlo qui, come dall’altra parte del mondo.

E affido a questo, e al fatto di continuare a lavorare anche lontano da casa mia, la buona riuscita di questa avventura.

Perché posso assicurare che a tre mesi dal viaggio, non li ho ancora tutti i soldi che mi servono.

Non li ho.

Proprio no.

Ma sento di potercela fare.

Sto preparando un viaggio low budget. Ho scelto solo luoghi che posso sostenere economicamente, viaggerò con mezzi economici, dormirò in ostelli, street food diventerà la parola chiave ogni volta che avrò fame.

Ma questa è anche la vita che mi piace fare in viaggio. La strada la voglio sentire, lo zaino lo devo portare sulle spalle. Il peso è mio, di nessun altro.

Non salto nel vuoto, perché qui ho una famiglia, la mia, che se mi dovesse capitare qualcosa, farà in modo che io possa tornare a casa.

Dovessero derubarmi i tutto, non mi lasceranno vagare nella Foresta Amazzonica.

Mio fratello potrebbe addirittura venirmi a prendere nella foresta Amazzonica. Mia sorella, che ancora nega la mia partenza, farebbe la stessa cosa.

E al di là di tutto questo, di tutto tutto questo, farò una cosa: se avrò bisogno, chiederò aiuto.

Tanto lo so, ne sono certa: qualcuno, prima o poi, risponde.


Canzone consigliata per la lettura: “Judy and the dream of horses” dei Belle and Sebastian

HO UN VOLO, UNA DATA, UNA PARTENZA E UNA DESTINAZIONE. INIZIA IL CONTO ALLA ROVESCIA. LA POTENZA DEL DESIDERIO, PARTE SECONDA

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“Devi solo confermare… Abbiamo fatto tutto. Il volo è stato pagato. I dati ci sono tutti… Non devi neanche fare una levataccia. Alle 12 da Malpensa…si può fare. E poi hai lo scalo a Monaco. E’ bella Monaco, mi piace sempre tanto. Dai… Conferma”

“Non ce la faccio”

“Sì che ce la fai… Sarà meraviglioso. Sarà un’esperienza incredibile. Devi solo cliccare su Prenota…Clicca”

“Non so perché piango così…Scusa eh. Che cogliona, è una settimana che piango. Mi sento troppo cogliona. Solo che è un’emozione… Mi scoppia il cuore, mi scoppia”

“Tranquilla, non c’è bisogno di scusarsi, lo so da anni che sei una cogliona”

Cretino.(Grazie di essere un cretino).

Resta in silenzio. In attesa. In ascolto.

Questo amico che ho di fianco, anche quando non l’ho di fianco.

E’ la seconda volta che ci vediamo e finisce in lacrime (sempre io, non lui). L’altra volta, al Sushi King, dei pianti mi son fatta tra un maki e l’altro. Robe da matti.

Pensare che siamo due tipi dediti alla gioia, io e lui, che non so dire quanto tempo abbiamo dedicato a ridere. Ma ridere sul serio, mica per finta, mica con poca convinzione, mica ah ah ah ah!

Abbiamo pianto dal ridere, io e lui. Da farci venire i crampi allo stomaco, da dover serrare le gambe per non farcela addosso.

La felicità naturale, semplice. La stupidera.

Ma grazie al cielo, anche il resto.

Anche litigate furibonde. Urla, anche.

Vaffanculo, anche.

Non capisci una fava, anche.

E anche tutto tutto il resto. Le debolezze, gli scoramenti, le fragilità. Quelle cose che uno affida e che l’altro accoglie. L’amicizia, diosanto, è un bene che c’è da mettersi le mani nei capelli, urlare dei grazie con tutto il fiato che si ha in gola e fare dei salti e ballare e ringraziare e ringraziare e ringraziare ancora  e celebrarla l’amicizia. Tutti i giorni. Che se non la sai celebrare, cosa sai fare?

Il mio amico, che ha un nome antico, di 4 lettere, conciso fino all’osso, che fa pensare a un navigato oste di trattoria pingue e rubicondo – che ti rimpinzerà fino a farti capitolare – è invece un tipo magro con due occhi alla Peter Pan; ma quanto a mangiare fino a capitolare, questo lo fa, lo giuro.

La giornata  è così che inizia, parlando di cibo, senza manco un buongiorno-come va-bene grazie.

“Stasera?”

“Sì. A che ora vengo?”

“20:30. Te lo dico già, cucino una cena per intero. Primo e secondo. Nessun commento, please. ”

Silenzio e poi mi sgancia un  “Va bene.”

Normalmente questa è la fase in cui si lamenta: e fai troppo e poi mangio troppo e poi non mi contengo e torno a casa che scoppio e devi cucinare meno, e tutte le volte è la stessa solfa e bla bla bla bla.

Oggi non si lamenta, perché rispetta il valore dei riti.

La cena a base di pesce, che io cucinerò e di vino bianco che lui porterà, ci serve per festeggiare l’inizio concreto del mio viaggio.

Stasera, con lui, compro il biglietto per la prima tappa del mio giro del mondo.

Già da tempo ho capito che questa cosa non l’avrei potuta fare da sola.

Da sola faccio molte cose. Davvero molte.

Da sola ci vivo.

Da sola, spesso, lavoro.

Da sola, sempre, scrivo.

Da sola, mi accollo responsabilità, che a volte vorrei, lo giuro, condividere.

Da sola mi complico la vita.

Da sola cerco di destreggiarmi con la tecnologia.

Da sola fallisco, cercando di destreggiarmi con la tecnologia.

Da sola cammino sopra le colline di Felino.

Da sola compongo le mie canzoni.

Poi ci sono cose che da sola so di non poter fare.

Questa è una. Sapevo che l’avrei fatta con una delle mie persone.

Sapevo che sarebbe stato forte. Che avrebbe avuto un impatto incredibile su di me. Che sarebbe stata la soglia che rendeva il sogno reale. Questo concretizzarsi, di cui ho tanto desiderio e tanta paura. Che lo voglio toccare, strattonare, stringere; ma che anche mi fa scappare a gambe levate.

Questo concretizzarsi che mi dice: “Oh. Qui si smette di scherzare, bella mia. Qui si inizia a fare sul serio”

Questo concretizzarsi che mi parla di stravolgere la mia vita, di dire ciao al mio divano rosso (al mio divano rosso! Capite??!); alla mia sala, dove ho tutti gli oggetti che amo, che riconosco; alle mie abitudini, con le quali prendo il tè verde ogni mattina e che ora mi stanno guardando a punto interrogativo: “Ma quindi davvero te ne vai? Ci lasci qui noialtre?”

Questo concretizzarsi che lo penso da un anno ormai, che non ce la faccio più a pensarlo che lo voglio scritto, su un biglietto aereo, con una data, con un nome, che sia il mio.

Questo voglio.

Eppure…

“Non ce la faccio, davvero. Ma cos’ho? Sembro matta. Non sembro matta?

“Sì…”

“Sono felice, ma mi crolla il mondo addosso. Mi mancherà tutto. Tutti mi mancheranno.”

“Clicca Prenota…Basta un click. Dai, scema.”

“‘Spetta un secondo”

“Va bene”

Non ci siamo arrivati subito a questo punto qui. Prima c’è stato un antipasto, un primo, un secondo, delle verdure. Molto vino c’è stato.

Poi, benché stremati, ci abbiamo messo dentro anche una coppetta di gelato da 2 euro. Quello di Martino, sotto casa. Perché siamo dei campioni.

Infine, ho pensato di risistemare la parete di casa mia.

Ho una serie di foto, una raccolta che ho trovato in qualche mercatino, mesi fa:

“I Grandi fotografi”

Lo so che non è il momento. Ma so anche che è il momento

Cambio la casa, prima di cambiare me.

Cambio la casa, mentre cambio me.

Non è temporeggiare, è che voglio che le pareti stiano al passo.

Che si sentano strane e nuove come mi sento io ora.

Voglio che la casa mi stia vicino.

Oppure, forse, voglio che non mi stia troppo vicino. Va bene se per un attimo non ci riconosciamo. Ci aiuta a dirci arrivederci.

E il mio divano rosso, che regge il peso dei nostri piedi –  e di questa serata tutta – mentre scendiamo e saliamo per appenderli, uno ad uno, i grandi fotografi del 900.

Un po’ più a destra… Scendi di un cm…è storta. Sai fare niente. Tu non sai fare niente.

Faccio io. Sì, allora andiamo bene. Man Ray mettilo al posto di Giacomelli. Passami Cartier-Bresson.

Aldo, è questo Cartier-Bresson! Santo cielo, ma io dico…

Salgado lo mettiamo? E Newton? No ti prego. Sta donna è troppo bella, mi mette in soggezione. Sembra neanche vera. A te piace? Sì che mi piace. Va be’ non la metto uguale.

novecento

“La compagnia aerea si chiama Condor”

“Già”

“Clicca Patti..”

“Avrò fatto bene, secondo te? Città del Messico…dovevo iniziare da lì forse…Ma Cancun è molto meno cara”

“Inizia da Cancun. Hai tutto il tempo di spostarti”

“Poi magari manco la vedo Città del Messico, che è inquinata e pericolosa”

“Già, così si dice”

“Lo faccio, mi viene da ridere, mi viene da piangere”

“Va bene: ridi e piangi. E parti. E’ la tua avventura. E’ tua.”

15 gennaio.

Milano Malpensa – Monaco – Cancun.

Mi viene da ridere, mi viene da piangere.


Canzone consigliata per la lettura: Amor I love you di Marisa Monte

CONTINUERAI A FARTI SCEGLIERE, O FINALMENTE SCEGLIERAI? LA POTENZA DEL DESIDERIO, PARTE PRIMA

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Io ti desidero.

Desidero te, va bene? Non parlarmi adesso dei tuoi difetti, della pancia, delle gambe e del sedere rotondo, che non deve avere un’altra forma il tuo sedere…non lo voglio triangolare il tuo sedere.  No, non sto scherzando. Non rido di te. Sei bella e basta. Cosa ti devo dire? Mi piaci. Mi piace che sei un casino vivente. Sbrogliata non mi piaceresti così. Lineare non ti avrei nemmeno guardata. Ed è bello cucinare per te, smetti di ringraziare. L’ho fatto perché lo volevo fare.

Io non ti desidero.

E’ piacevole stare con te, sì, ascoltarti anche… Parli sempre tu, ma va bene. E soprattutto vorrei non smettessi mai di cucinare per me. Ma non ti desidero. Non parlarmi dei tuoi difetti adesso, della pancia, delle gambe e del sedere rotondo..non è quello. Non siamo fatti per stare insieme. Lo sai tu, lo so io. Non andremmo da nessuna parte io e te. E poi non ci capiamo e discutiamo sempre. Sei fatta così, sono fatto così. E ti sei inventata un sacco di mancanze che non ho e che nessun’altra mi ha mai attribuito.

Io ti desidero. Io non ti desidero.

Se sei in mezzo a due forze di questa caratura, c’è da fermarsi un attimo e respirare.

Se queste due forze agiscono su di te in un tempo breve (o relativamente breve. E che cos’è breve?), tu sei un’ isola nell’oceano indiano e tira il vento. Ma un vento… un vento che mica ti saresti immaginata, mentre stavi a Parma, nella tua casetta di periferia, attaccata alla Coop.

Torrido e glaciale il vento su quest’isola.

E ti solleva (Hey! Sto volando! Sto volando! guardate tutti!) e poi ti fa cadere a terra, di faccia, sulla sabbia.

La sabbia negli occhi. La sabbia che ti entra nella bocca, la sabbia che mangi, la sabbia che sputi.

A due forze così non farò il torto di assegnare aggettivi di bassa lega. Nessuna delle due forze è bella. Nessuna delle due forze è brutta. Nessuna delle due forze è dolce. Nessuna delle due forze è triste. Nessuna delle due forze è terribile.

Entrambe le forze sono potenti.

Entrambe le forze sono massicce.

Entrambe le forze sono conturbanti.

Entrambe le forze mandano a farsi fottere ogni timido tentativo di quiete.

Il desiderio tutto è, tranne qualcosa di etereo, senza peso, inafferrabile, impalpabile, astratto.

Cioè…no. In realtà non è così.

C’è un tempo in cui il desiderio porta solo pace e serenità.

E’ un’idea, un pensiero. Un qualcosa a cui ci si appiglia. Mica è nel cassetto. Se fosse nel cassetto ce l’avremmo troppo a portata di mano. E non lo vogliamo a portata di mano in questo momento.

E’ un conforto, un incoraggiamento, una caramella gommosa gusto coca cola che succhi piano.

Perché tanto io vado a vivere all’estero per imparare l’inglese… Vado a Dublino, anzi a Londra, anzi a New York… Vado lì.

E poi cambio lavoro, ne ho in mente uno, non nello specifico, in parte. Ce l’ho lì, lo sto pensando.

E poi ho un’idea pazzesca per quello che voglio dire a Caio o a Tizio e non c’è modo che non si innamori… e poi so come dimagrire, lo faccio in un mese, una modella divento, bella come il sole divento. Divento una cantante, un’attrice. Brava molto. Potrei andare a tutte le audizioni di questo mondo, ad esempio.

Ho tante cose in testa come tutti. Sono un essere umano complesso come tutti. Sogno come tutti. Desidero come tutti. Ma in questa fase i sogni, li lascio nel mondo iperuranio, direbbe il vecchio buon Platone.

Lì sono perfetti, lì mica mi ci devo confrontare davvero.

Stanno lì. Io sto qui.

Hey sogno perfetto!

Ciao! Eccomi!

Oggi come stai?

Alla grande, ho aggiunto cose. Sai quando andrai a New York?

Si… dimmi

Ecco, camminerai su Spring Street. Girando un angolo vedrai un negozietto vintage delizioso. Indosserai una delle tue spille, quelle che fai nei ritagli di tempo. Ma la proprietaria illuminata (una sessantenne con rossetto rosso fuoco e caschetto bianco neve) la noterà e capirà il genio. Ti assumerà. Diventerai una stilista rinomata. Tutti ti ameranno perché sei italiana e per quel modo tutto tuo di fare l’occhiolino come per dire: “ That’s amore!”

Sul serio?

Sul serio sì.

Lì nel mondo iperuranio, senza il rischio di tirarli giù, i sogni si gonfiano, si dilatano, si nutrono di loro stessi, hanno una  fame vorace e una fantasia fervida e immaginifica. Creano centinaia di mondi possibili.

Quanti sogni, ho lasciato lassù. Oddio, quanti.

Il fatto è che desiderare costa una fatica mostruosa.

Se arriviamo a decidere di aggrapparci al sogno con tutte e due le mani e a strattoni, aiutandoci anche con la bocca, con i denti, lo tiriamo giù; questa impresa ci lascerà in corpo una spossatezza infinita.

Non farlo, scema di una donna scema! Mi dice Platone.

Se li tiri giù si imbruttiscono, smettono di essere perfetti, si scontrano con la realtà. Li sporchi, se li tiri giù. Cretina.

Esatto. Ho bisogno di sporcarlo, di sgualcirlo, il mio sogno.

Altrimenti così intonso, cosa mi può dire e dare?

Desiderare costa fatica, una fatica, Dio mio… Due spalle per sostenerla.

Perché anche se lo vuoi, il desiderio non si offrirà a te con un amore docile e remissivo.

Il desiderio non è già innamorato di te.

Il desiderio non ti desidera a sua volta. Te lo devi conquistare. Devi lottare per lui.

Ma come, eri così accondiscendente da lassù; mi mandavi baci, carezze, mi sussurravi parole di una tenerezza infinita e adesso invece?

Adesso che ti ho preso mi parli di cose reali.

Prendi un volo, stai attenta, è pericoloso, sei una donna sola, lo sai?  una donna sola che vuole fare il giro del mondo… matta che non sei altro… dove dormirai? Che vaccini devi fare? Quando li farai? Hai sistemato il passaporto? Hai bisogno di quali visti? Sentirai quanta mancanza? E se ti ammalassi, lontana da tutti? Hai preparato un itinerario? E lo zaino e il materiale tecnico? Hai bisogno di più soldi. Non hai abbastanza soldi. Non hai abbastanza soldi. Non hai abbastanza soldi. Non hai abbastanza soldi. Come farai col lavoro? Come farai per restare in contatto sempre con le persone che ami? Come farai con la fatica? Hai idea di cosa significhi viaggiare per un anno? Hai idea di come sarai stanca? Cosa succederà se ti dovessi sentire sola? Cosa sai dei posti che attraverserai? Come li attraverserai?

Smettila. Perché mi fai questo?

Perché desiderare costa, cara mia. Costa realizzarli i sogni.

Questo prezzo, a volte, mi ha spaventato.

Mi è capitato di farmi scegliere, non di scegliere. Non solo dalle persone. Dai sogni anche.

Mi è capitato più di una volta. Più di due. Più di tre volte, mi è capitato.

Ma poi te lo chiedi.

Te lo chiede pure De Andrè, se è per questo, e ti metti in ascolto, profondo. Della sua canzone (che voglio dire, è stata fatta per rivoltarti come un calzino) e di te.

Cosa pensi di fare quindi?

“Continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai?”

Ho scelto.

E si è alzato un vento ancora più furibondo.

Io stessa l’ho sollevato.

E anche se mi sbatte da tutte le parti, con una forza centrifuga spietata come se fossi dentro al cestello di una lavatrice, ho deciso di tenergli testa, e ne sono felice.

Non il desiderio o il non desiderio altrui.

Ma il mio.

Il mio.


Canzone consigliata per la lettura: Verranno a chiederti del nostro amore di F.De André

immagine di Cristian Grossi. Grazie Cristian. 

E Boris, amico mio, che ci sia sempre un calice colmo di vino tra me e te.