RADICI PROFONDE PER ANDARE LONTANO (QUEL CHE SO DEI SEMPRE E DEI MAI)

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La prima volta che ti si rompono tra le mani un sempre o un mai, significa che nella tua vita è successo qualcosa di importante o doloroso, o entrambe le cose

La prima volta che ti rendi conto che il sempre che avevi promesso, era una promessa che non potevi mantenere – o che non ti hanno lasciato mantenere – sta succedendo, nella tua vita, qualcosa di importante o doloroso, o – porca miseria – entrambe le cose.

La prima volta che hai tradito un mai, hai smesso di riconoscerti o di riconoscere gli altri. Ed è successo in un attimo (interminabile).

Che le parole mentissero già lo sapevi; ma se formulate con menzogna, pensavi.

Non avevi previsto che alcune la contenessero nella loro sostanza la bugia.

E nemmeno che nel loro mostrarsi così intransigenti e infinite, si sarebbero scontrate inevitabilmente contro il volubile e il finito che sei tu.

“Piacere, sono il volubile e il finito e non sono stato in grado di sempre e non sono stato in grado di mai.”

Un giorno qualunque, queste due paroline scivolano via dalle tue mani, come pesciolini che vogliono tornare in un mare nel quale, anche volendo, non sapresti nuotare. E proprio quando pensavi di poterle tenere e contenere, realizzi che in realtà non eri in grado di fare né l’una, né l’altra cosa.

Sempre e mai non esistono. Siamo tutti giunti a questa conclusione.

Sempre e mai sono una balla. Ce lo si dice, in modo altezzoso, come se fossimo dandy con baffi all’insù all’interno di un qualche salotto aristocratico di un tempo passato..

“Che ipocrisia balzana e innaturale limitare la nostra potenzialità a due avverbi così mediocri e ottusi”

Sempre e mai devono andarsene, in fretta.

Via da qui, via da noi.

Via! ve ne dovete andare

Via! ho detto

Io però non voglio.

Lo so, è una roba da matti.

Ma non voglio.

Io voglio che stiate con me. Vicini. Seduti sulla stessa panchina, davanti a casa mia, mentre aspetto il 13 per andare in centro. State qui con me.

Un attimo. Il tempo di farmi capire, il tempo di farvi capire, perché non possiamo dirci addio.

Il Sushi King ha più o meno 10 coperti. E’ davvero minuscolo. La cameriera non mi capisce, ma ormai non importa più. Ho provato una volta a chiedere una variante del menù e il volto sconsolato, rammaricato e contrito della giovane donna orientale, mi ha fatto stare così male (sei una stronza, ma come ti viene in mente di voler togliere la frittatina nel riso alla cantonese e inserire i gamberi!) che da allora mi sono attenuta ai piatti proposti con il più spietato rigore.

“Maki misto A”

“Per me maki misto B”

“Poi prendiamo un involtino primavera e una porzione di edamame.”

Se ne va. Noi ci guardiamo

“Ma perché ordiniamo sempre le stesse cose?”

“Non lo so”

Siamo due amici al tavolo, in attesa dei nostri maki misti, sorpresi e già esausti delle tante cose che ci vogliamo dire, senza sapere davvero da dove iniziare. Stiamo parlando in fretta, senza fiato, da un po’, come facciamo di solito, ma un vero inizio non c’è stato. Un incipit di tutto rispetto. Sono scombinati questi nostri discorsi stasera.

Stasera è strano. Siamo spossati. Siamo stanchi. Siamo lì, ma siamo anche altrove, ognuno a seminare e raccogliere i propri filari di pensieri.

Questa settimana ho vissuto di tutto, lo giuro. Di tutto. Un carico di emozioni, un carico di lavoro, un carico di sonno, un carico di oddio cosa succede mi sento persa.

E mi capita sempre così: le emozioni forti mi stendono. Mi ammaccano per giorni.

Anche (soprattutto) quelle belle. Anche (soprattutto) quelle strepitose. Anche (soprasoprattutto) quelle che dici grazie che sei arrivata emozione mia.

Eppure, una volta passata (l’emozione) sono pugni allo stomaco, sberloni in faccia, tormenti…Vere e proprie angosce.

Che cos’è?

Perché?

Ne parlo e ne piango con l’amico che ho di fianco.

Questo amico che ho di fianco, anche quando non l’ho di fianco.

Ingegnere. Attore. Artista, nel senso più lato del termine: nella sua umanità, nell’ascolto, nella luminosità, nella fragilità. Nella totale idiota follia.

Mi conosce troppo bene, lo sa cosa mi turba.

E’ il cambiamento, il passaggio. Le cose nuove che si portano via quelle vecchie o le modificano. Cose vecchie che non volevi andassero via.

Restate cose vecchie. Restare e conservate quell’emozione.

E invece scorre, fluisce, cambia.

Ma quando li assapori quei momenti, quegli stati di grazia. Quando sei dove devi essere, con chi devi essere. E le parole abbandonano volentieri il palco e lasciano spazio al silenzio. E non hai più niente, e hai tutto. Quando ti sfiorano…come fai a lasciarli andare via?

Hey tu! ti ho riconosciuto

Ti ho visto!

Ho capito…ho davvero davvero capito!

Stato di grazia, non te ne andare.

Fatti assaporare ancora e ancora e ancora. E ancora e ancora e – ti prego – ancora…

E’ una serata difficile, lo dimostra il fatto che non ho mangiato il maki con gambero fritto e che abbiamo ordinato solo acqua, niente vino.

Una sobrietà che non ci appartiene.

E ragiono sui sempre e sui mai.

Per una come me, che sullo specchio del bagno, ha attaccato un biglietto nel quale c’è scritto “Più di ieri, meno di domani” e che se lo legge tutte le mattine, mentre si lava i denti – dicendosi: Sveglia!! Muoviti! Vivi! – pensare che l’intensità di alcuni momenti non tornerà più, è una sconfitta bella e buona.

Perché io quell’intensità la cerco, per la miseria!

E parto per l’intensità. E voglio vedere il mondo con intensità. E sono spaventata dall’intensità.

“Mai più proverò”…non si può dire. E’ un torto troppo grande che ci facciamo

“Sempre proverò”… non si può dire. E’ un illusione troppo ingenua a cui ci attacchiamo

Allora torniamo al punto di prima: mai e sempre vanno buttate nella spazzatura. Fine.

No.

Non si può. Perché io ho delle radici. Profonde. Profondissime.

Una è al mio fianco, ora. E per fortuna alla fine si sta mangiando il gambero fritto rimasto nel piatto, perché davvero era un’insulto lasciarlo lì.

Le mie radici, le mie persone (le mie persone, voglio dire)

Le donne e gli uomini con cui ho tessuto legami, negli anni – con gli anni – fanno sì che io mi possa concedere il lusso di spendere alcuni sempre e alcuni mai.

E dire:

“Mai ti perdo”

“Sempre ci sono”

Non sono previsioni azzardate e non sono nemmeno inconsistenti possibilità. E’ così, punto.

E’ semplice, perché è naturale, fisiologico. Come bere l’acqua. Io senza di loro mi disidrato. Mi ammalo.

Di tutto questo viaggio, di tutta la fatica, di tutti gli spostamenti, di tutti i problemi che dovrò affrontare, la cosa che mi spaventa di più è riuscire a gestire il carico di emozioni con il quale dovrò fare i conti.

Riuscire a vivere la meraviglia, senza essere terrorizzata dall’idea che non la riassaporerò di nuovo.

Saper lasciare andare un luogo che amo, pensando che altri luoghi amerò.

Saper lasciare andare persone che amo, pensando che altre persone amerò.

Crederci, mentre mi lavo i denti..crederci davvero che più di ieri e meno di domani.

E poi tornare ricca dalle mie radici.

Dai miei sempre.

Dai miei mai.


Canzone consigliata per la lettura: Norwegian wood, the Beatles

Per l’immagine: Grazie Boris

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2 pensieri su “RADICI PROFONDE PER ANDARE LONTANO (QUEL CHE SO DEI SEMPRE E DEI MAI)

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