PUNTO 2: NON RACCONTARSI BALLE

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“Ti devo parlare”

“Ok. mi siedo?”

“Si…Volevo dirti…ho incontrato una ragazza. Mi piace molto. E vorrei provare a iniziare qualcosa con lei”

“…”

“L’ho conosciuta venerdì. te l’ho detto oggi, che era il primo giorno che ci saremmo rivisti.”

“…”

“Niente. volevo dirti questo..”

“…”

Lo so che può sembrare il poco emozionante estratto di una telenovelas sudamericana degli anni 90.

Ma non lo è. Se, con un piccolo sforzo, si estrapola il dialogo dal contesto artificioso e innaturale della fiction e lo si porta nel divano rosso di casa mia, vi assicuro che il sapore cambia.

Se i personaggi sono in realtà persone, tutto si può dire, tranne che questo breve dialogo non susciti uno tsunami intricato di emozioni per entrambe le parti in gioco: chi ferisce e chi è ferito.

Io, si sarà capito, sono la parte che risponde per buona parte del tempo con i puntini di sospensione.

Colui che mi sta lanciando questo calcio verbale ed emotivo in piena faccia, che secondo me manco Bruce Lee,  sarà chiamato da me Vedi.

Ve sta per verità, di sta per difficili. Lo scriverò sempre in corsivo, in modo da non confonderlo con la secondapersonasingolarepresenteindicativo del verbo vedere. O anche con l’imperativo esortativo (benché in realtà, le verità difficili siano sempre un inevitabile imperativo esortativo)

Io e Vedi non eravamo innamorati. E non è un dettaglio.

Gli volevo bene, però. E nemmeno questo è un dettaglio. Lui non so, ma credo di sì.

Ero sinceramente, teneramente affezionata.

Vedi mi appassionava, più di tutto, per la sua risata. Una risata spaccaossa. A volte avrei voluto registrarla e ascoltarla nei momenti di magra, quando sei in deficit di allegria.

Ci stavamo frequentando da qualche mese, e siamo sempre stati molto bravi a sottolineare quanto indipendenti eravamo, a mettere paletti, a proteggere le nostre case basi, ad aggrapparci ognuno alla propria rassicurante fetta di realtà. Non posso parlare per lui, ma mettersi in gioco davvero, spogliandosi di tutto, ahimè fa sempre una paura folle. E ahimè, a fatica ci si riesce.

Io e Vedi, come è facile immaginare, non ci siamo fatti nessuna promessa.

Solo ci siamo dati una regola, una gentilezza normativa: Non raccontiamoci balle, ok?

Adesso, che lui è qui davanti a me e, rispettando questa regola, stravolge in un secondo il senso di questa serata, cambiandone la direzione – lasciandomi con quella sensazione  di attonito sbigottimento che provoca una camicia estratta dalla lavatrice con un colore che, porcocane, non è il suo – provo a ragionare sul da farsi, ma mi sento annebbiata.

Quando sono ferita mi sento sempre annebbiata, confusa, fossilizzata, millenaria.

Ma mi risveglia la sua domanda:

“Vuoi che vada via?”

“…”

“Sì, è meglio che vada”

“No, è meglio se resti, invece. La cena è pronta. Sediamoci e ceniamo. Puoi aprire il vino per favore”

Come mai reagisco così a un calcio in faccia alla Bruce Lee?

Mi ha fatto male? Sì. Certo. Mi ha fatto male

Ma questa ferita mica me la può/deve guarire lui. Provate a chiedere al sasso che vi ha sbucciato il ginocchio di farlo smettere di sanguinare. Il sasso non lo sa come si fa. Ci vuole l’acqua ossigenata. Ci vuole un cerotto.

La ferita sono affari miei.

La rabbia, invece, è un’altro paio di maniche. Ma il fatto è che io non sono arrabbiata.

Non posso essere arrabbiata, perché lui stasera è venuto da me, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto come stavano le cose. E’ stato onesto.

L’ego ferito, il cuore malconcio spingono per rivendicare il loro diritto a essere trattati con cura e garbo, ma si placano immediatamente di fronte alla verità.

Anche in questo caso, che risulta così deludente e mortificante.

Non voglio quindi che tu vada via Vedi. Ho preparato le zucchine e i peperoni. Tu hai portato il vino. C’è del pecorino marchigiano..

“Non apriamolo..tienilo per un’altra occasione. Tienilo per qualcun altro..”

“Chi è qualcun altro? Non lo conosco. In questo momento ci sei tu. E lo voglio mangiare con te..”

In realtà fatico a deglutire, la fame è improvvisamente svanita. Il fisico ha un codice tutto suo, certe consapevolezze, certe riflessioni non le fa. Se ne frega. Lo stomaco si chiude. Punto.

Eppure è incredibile. Non sto fingendo una parte, non sto forzando le mie azioni, non mi sto convincendo. Ho voglia di cenare con lui. Ho voglia di chiudere bene, è il mio modo di dirgli grazie.

Sì. Lo sto ringraziando, per questo piatto di verità che ci stiamo mangiando insieme stasera, per il fatto che nessuno dei due si è sottratto a questo boccone amaro che, inevitabilmente, ci fa crescere. A me insegna ad esempio ad accettare, che nella vita di alcune persone siamo comparse secondarie che escono di scena velocemente (anche se è indubbio, si vorrebbe avere sempre i fari puntati addosso, ed essere l’attrice protagonista che tutti amano disperandosi)

Quando ho cominciato a sentire l’urgenza di questo viaggio, in più occasioni, mi rendo conto, ho cercato di auto-sabotarmi. Io ho una vita appagante, divertente, stimolante, fitta di impegni e persone che amo.

Forse dovrei concentrarmi su qualcos’altro, mi dicevo. Forse dovrei smettere con queste idee folli, forse dovrei pensare al mio lavoro..forse dovrei risparmiare i soldi…forse dovrei…

Forse dovrei evitare di raccontarmi balle. Questo dovrei fare.

E’ difficile sottrarsi alla relazione d’amore che si instaura con le proprie rassicuranti confortanti collaudate abitudini, che di fronte a questo nuovo desiderio rispondono in maniera stizzita come avrei potuto fare io con Vedi :

“Meglio così, non ci meriti..non sai cosa ti perdi…e poi questa nuova passione? scommetto che sarà deludente alla fine, vedrai…te ne pentirai”

Ci sono verità di una durezza indicibile, alcune le ho vissute, come tutti su questa terra.

Alcuni “no” ci ho messo anni per riuscire ad incassarli.

Ma penso che la verità debba essere accolta sempre come qualcosa di prezioso, in qualunque veste si presenti va guardata come la più bella tra le belle, perché non arriva mai da sola. Si porta dietro sua sorella gemella (bella quanto lei, se non di più) che manco a dirlo ha un nome che finisce a sua volta con un accento: libertà.

Una volta che ce lo siamo detti sinceramente quello che vogliamo fare: siamo liberi di scegliere, decidere, agire.

Siamo liberi anche di non scegliere, non decidere, non agire.

Ma almeno sappiamo come stanno le cose.

“E comunque è un coglione, a lasciarsi sfuggire una come te”

Queste sono le mie amiche: l’acqua ossigenata, il cerotto.

Totalmente di parte, totalmente irrazionali e ingiuste nel giudizio, a dir poco spudorate nel considerare solo ed esclusivamente il mio punto di vista, risolute nel tentativo di risollevare la mia autostima, armate fino ai denti per difendermi da tutto ciò che possa farmi male e io, ovviamente, le amo.

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