HAPPY BIRTHDAY TO ME, ABBASTANZA (IM)MATURA PER SALTARE NEL VUOTO.

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A 18 anni mi buttavo dai ponti.

Mica sempre. L’ho fatto una volta, per la verità.

120 metri di altezza. 30 metri in caduta libera. Un’eternità, lo giuro.

L’ho fatto allo scoccare della maggiore età, prima non si poteva.

Avrei avuto bisogno del permesso dei miei genitori – che seccatura –  e sapevo che l’idea di me, appesa a un elastico – “E che cosa sarebbe poi questo bungee jumping?”- mentre con un salto baldanzoso mi gettavo nel vuoto, non li avrebbe convinti fino in fondo.

“Non lo fai, punto e basta. Hai capito?! Non lo devi fare! NON LO DEVI FARE!”

Mamma, papà, sono maggiorenne ormai. Decido io.

So cosa è giusto per me. Voi lo sapevate fino al mese scorso, ma adesso..altra storia.

“Patrizia sei pronta?”

“Credo di si…”

“Io conterò fino a tre… E al tre ti butti. Hai capito bene?”

“Sì… ho capito bene… L’elastico mi tiene, vero?”

“Sì… ti tiene. Comincio a contare… UNO… DUE…”

Sono nata il 25 agosto del 1979.

Sono felice di non essere una cifra tonda. Sono felice di non essere un 1980, ad esempio.

Mi piace l’altera complessità dei miei numeri dispari. Mi piace la linea secca e precisa del sette, quel suo angolo ottuso circondato delle generose forme del nove. Al nove piace mangiare tortelli e pastasciutta, il sette è vegano.

Sono nata nel segno della vergine che – è vero o no? – nessuno apprezza.

Si tratta di una vera e propria discriminazione astrologica, un clima di terrore che affligge le persone venute al mondo  tra il 23 agosto e il 22 settembre; un’insofferenza per niente velata.

Hey voi della Vergine! Siete solo tollerati all’interno di questo zodiaco!

Ma Perché? Cos’è che abbiamo fatto per farci non amare così?

Perché siete tutti puntigliosi e organizzati e precisini. Ci avete rotto.

Io, così, non mi ci sono mai sentita, a dir la verità.

Sempre stata dalla parte del disordine. Schierata proprio. Disordine dentro, fuori, di lato.

E sfidarmi. E mettermi alla prova. E un’inquietudine che di preciso non aveva niente.

A 18 anni mi buttavo dai ponti, ma a quell’età buttarsi dai ponti è il meno.

La vita, lo cominci ad intuire, non arriverà suonando il campanello; più facile che ti investa con l’impeto di un tir innamorato. E anche se sei tutto tumulto e bombe atomiche, ancora non ti sei misurato. Quanto e cosa le tue spalle possano reggere proprio non lo sai.

Riassumendo: hai una discreta, fottuta paura, mascherata da una didascalica, impassibile saggezza.

Non so cosa darei per poter parlare alla me di diciott’anni fa, che indossava pantaloni di velluto a coste e vecchi maglioni riesumati dall’armadio del nonno; e che camminava nei corridoi del liceo con tutta la gravosa (in)consapevolezza del suo quinto anno.

Le direi: Sai molto poco, tesoro. Ma mica è colpa tua. Il fatto è questo: tutto è ancora integro.

Le cose le hai chiare e limpide nella tua testa, ma diosanto, sono tutte teorie.

L’amore, ad esempio, non lo sai ancora. Forse ne conosci il Bignami. Ma quel modo tutto scemo e disperante di essere felice…macchenesai, tesoro?

Per il momento conosci le cose che ti racconti con Chiara alla macchinetta del caffè la mattina, prima dell’ora di matematica o filosofia.

Tu miscela al gusto tè, lei miscela al gusto cappuccino. Quante verità in quei 15 minuti, prima del suono detestabile della campanella.

Vi interrogate su tutto. Che ne sarà di noi?

Affamate di vita e di schiacciatine.

“… L’elastico mi tiene, vero?”

“ Sì… ti tiene. Comincio a contare… UNO … DUE…”

Aspetta. Un attimo solo, aspetta.

Non sono più quella di prima, sono un 2 volte18.

Cioè son sempre io, nata il 25 agosto, nel segno della vergine.

Ma soffro di vertigini ora. Maledettamente!

Lo sanno tutti. Odio le altezze.

“… UNO… DUE…”

Ieri sera, che poi era notte, con alcune (non poche) ciliegie sotto spirito in corpo, le braccia offerte –  con remissione, senza nemmeno combattere – alle zanzare, e una cena pantagruelica nello stomaco, io e Andreina, amica cara che non vedevo da un po’, ci interrogavamo.

“Ci torneresti a quell’età, Andre?”

“Con la testa che ho adesso, sì”

Ma non è vero. Lo so io, lo sa lei.

Non ci torneremmo, in nessun modo. Non ne abbiamo voglia, per carità. Che per essere dove siamo adesso, abbiamo pagato con la cosa più preziosa che avevamo: banconote di tempo con tagli di anni, minuti, secondi.

E allora qual è il punto?

Il punto è che pensiamo erroneamente, che i salti nel vuoto risiedano in una dimensione di incoscienza che volenti o nolenti, ormai (maledetto, odioso, ipocrita “ormai”), non ci possiamo più permettere. Che non siamo più capaci.

Ma io credo che non sia così.

Quel salto nel vuoto di tanti anni fa, in realtà, non è stato un atto di spensierata sconsideratezza.

E’ stato, al contrario, la mia iniziazione verso l’età adulta.

Ma non nel momento del lancio, bensì un’ora prima, quando mettevo la mia firma su un foglio.

Dichiaravo di avere cuore, polmoni e ossa forti e di non avere patologie che potessero compromettere la mia salute, o addirittura la mia vita.

Dichiaravo di prendermi tutta la responsabilità di quello che stavo per fare.

Senza questo foglio, maggiorenne o no, il salto me lo potevo scordare.

E per questi 18 anni che sono seguiti, la dinamica è stata sempre la stessa. Ogni salto nel vuoto – ogni nuovo lavoro, amore, amicizia, decisione, cambio radicale, progetto folle –  non sarebbe stato possibile se prima non avessi stipulato un patto con me, in cui affermavo: Sono pronta e me ne assumo tutta la responsabilità.

Non è che non siamo più capaci di saltare nel vuoto. E’ che non abbiamo mai smesso.

“TREEEEEEEEE!!!!!”


NOTE

Foto: da uno spettacolo di Pina Bausch

canzone consigliata per la lettura: “Agosto” dei Perturbazione. 

IO E DOROTHY ON THE ROAD (O DEL SOSPENDERE IL GIUDIZIO)

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Ho iniziato a fare teatro nel 2002. Parecchi anni fa.

La presentazione di questo mondo, al quale mi approcciavo per la prima volta, era stata profondamente affascinante; tutta riassunta, nella mia memoria, in una frase:

“Mentre siamo qui, ragazzi, sospendiamo il giudizio”

wow

“Non solo verso gli altri, ma soprattutto verso noi stessi.”

WOW

Pensare che ci fosse un posto fisico, fatto di persone fisiche, nel quale poter zittire il mio giudice interiore – sempre così poco clemente nel mitigare le mie sconfitte e sempre così risoluto nel minimizzare le mie vittorie – mi lasciava di stucco.

“Giudice interiore, adesso taci.”

“Aspetta..prima volevo dirti che secondo me..”

“No. Taci”

“Ok.”

Da appassionata, non professionista, nel corso degli anni, la mia visione sulla pratica teatrale è cambiata. Prima ritenevo che la bravura di un attore fosse legata alla sua capacità di spogliarsi di tutto, per poter essere altro da sé; ma in seguito, ho capito che quando sei in scena ti si chiede qualcosa di ancora più complesso. Il teatro ti dice: tu sei una tavolozza nella quale ci sono tutti i colori. Tutti.  Alcuni non li usi mai. Il giallo ocra ti fa schifo, ad esempio, l’idea di usarlo ti disgusta.

Bene. Ma forse è il caso che tu cominci, comunque, ad essere consapevole della sua presenza. Questo è lo sforzo. Perché il personaggio che devi essere ora è tutto giallo ocra. Ma non un giallo ocra inventato, bensì quello che già hai, in dote, sulla tua tavolozza; latente magari, nascosto, piccolissimo, ma comunque tuo. Tira fuori quel tuo che pensavi non fosse tuo.

Il teatro lo percepisco, per questo, come un atto di fatica pura.

O di purezza faticosa.

Ogni volta che recito, alla fine, mi sento malconcia e rimbambita; ma spudoratamente viva.

L’ultimo personaggio che ho portato in scena è stata Dorothy, in una rivisitazione dai toni foschi e  lynchiani de “Il meraviglioso mago di Oz” di Frank Baum.

Mentre studiavo e lavoravo su questo personaggio mi è successo di rivivere, nella vita reale, molte delle vicissitudini che stavano accadendo alla mia Dorothy.

La prima.

Il mio personaggio veniva sradicato da tutto ciò che conosceva ed entrava in una sorta di incubo, dove tutto era ignoto e spaventoso.

Lo stesso è capitato a me. Il 2014 è stato un anno duro, un giga-meteorite caduto dal cielo, che ricordava un incubo ad occhi aperti. Niente di trascendentale, anzi tutto molto, prevedibilmente, umano. Cose della vita, che sono parte della vita, ma che mi hanno trovato impreparata.

Come Dorothy rispondevo in maniera infantile con un unico, nauseabondo, scontato ritornello: Perché proprio a me? Non è giusto. (Perché non a me? E cosa è giusto e cosa non lo è? mi sarei dovuta chiedere, e mi sono chiesta, col passare dei mesi)

A volte, durante le prove, mi sentivo riluttante a indossare i panni del mio personaggio, perché soprattutto nei momenti più ostici, è stato specchio di un qualcosa che vivevo davvero. Era come se una volta alla settimana fossi costretta, nell’atto scenico, a lottare; anche quando nella quotidianità, magari, non ne avevo voglia.

Eppure il viaggio (qualsiasi viaggio) si carica di un magnetismo irresistibile e chiama. Anzi, comanda.

Alza il culo. Cammina.

Muovi i tuoi piedi Dorothy, segui i mattoncini gialli.

Mica sei sola. l’Omino di latta, lo Spaventapasseri e il Leone t’accompagnano.

Non li voglio! Chi sono quei mostri sgangherati lì? Tutti arruffati, claudicanti, malmessi, bruttischifi…

Sono il tuo cuore, il tuo cervello, il tuo coraggio.

Ecco, andiamo bene.

Nello stesso periodo, anche il mio cuore, il mio cervello e il mio coraggio erano arruffati, claudicanti, malmessi, bruttischifi.

Ma c’era di più. Avevo in corpo tutti i postumi dello spavento.

Un po’ come capita da bambini. Uno si nasconde nel buio, dietro la porta e lì, acquattato, ti aspetta.

Tu passi sovrappensiero, ragioni sulle figurine che ti mancano per finire il tuo album, celo-manca celo-manca celo-manca e BUUUUUUUUUUUUUUUUU

Un tonfo allo stomaco, la faccia si spalanca, il cuore rotola sotto i piedi, le braccia e le gambe si cimentano in movimenti strambi, disarticolati, innaturali e inconsulti. Un burattino mosso da un burattinaio inesperto o ubriaco marcio.

SEI UN CRETINO! POTEVO RESTARCI SECCA! SCEMO!

Te ne vai raccogliendo il cuore, sistemando la faccia, raccattando gambe e braccia. Tornate a casa, dai. State buonine adesso.

Dopo uno spavento così, per un po’ devi stare fermo.

Ma io ero immobile da più di un po’. E anche Dorothy lo era. Persi i compagni di viaggio, persa la strada, persi i mattoncini gialli.

l’immobilismo, secondo me, non ha aggettivi.

Non è né grande, né piccolo, né potente, né massiccio, né snervante, né torrido, né glaciale.

La sua qualifica è tutta contenuta nella sua condizione. Stare immobili. Immobili. Stare.

“Oz, dov’è che devo andare? Cos’è che devo fare?” chiede Dorothy al grande mago.

“Affida all’universo i tuoi desideri” risponde a me Antonella, un’amica illuminata

“Non so cosa chiedere” le dico

“Chiedi di sapere cosa chiedere”

D’accordo.

Mentre io chiedo, Dorothy ammazza la strega. “Sei stata brava bambina” le dicono i suoi amici, e se lo dice pure lei, e glielo dico pure io.

Io e il mio personaggio continuiamo a muoverci all’unisono. Ci impariamo a vicenda. Le cose, nel frattempo, rientrano. Passano i mesi, il giga-meteorite sta diventando una pietra di cui vedo le dimensioni, di cui riconosco il peso specifico. So di poterla spostare. Il peggio è passato. Faccio un sospiro di sollievo, che è affamato e tremendo come quello di un sub che è stato in apnea, senza bombole, per un tempo impossibile.

E mentre Dorothy continua a desiderare il ritorno a casa, io inizio a desiderare la mia partenza.

“Patri ti ho sognata!”

E’ Federica. Mi chiama da Marsala. Ci siamo conosciute sul cammino di Santiago, nel 2013 e abbiamo percorso insieme un lungo tratto. Chilometri di giorni. Ci vogliamo un gran bene. Un mese lì equivale a una vita qui.

“..Ridevi! Quanto ridevi! E avevi lo zaino. Uno zaino grande. Eri in viaggio”

Che bel sogno Fede. Chissà cosa sognava Dorothy, addormentata nel campo di papaveri. Forse quello che sogna dall’inizio della sua avventura: casa.

E alla fine a casa ci torna.

Mentre io, alla fine, da casa, parto. Ma mi sembra di essere partita già da tanto. Quando ho cominciato a desiderarlo, quando l’ho immaginato così forte da farmi venire il mal di testa.

Tuttavia temo, ancora, tutt’oggi, di non farcela. Di non portare a termine questo sogno, ormai carico di mille aspettative.

Ma poi quali aspettative?

Ieri sul treno, ho conosciuto J.

E’ un regista e si parlava del momento in cui ti giochi tutto. Le poche settimane in cui si finalizza un lavoro, la cui scrittura e la cui produzione sono durate mesi.

“Il più grande fallimento è portarsi a casa quello che ci aspettavamo. Se il film è esattamente come ce lo siamo immaginati, abbiamo perso un’opportunità”

Farsi stupire dall’avventura. Dalle cose che vanno storto, dai mattoncini gialli che all’improvviso spariscono, dall’imprevisto, dai giga-meteoriti, dalla forza che hai, dalla forza che non hai.

E sospendere il giudizio, per la miseria!


Note

Foto di Anna Campanini. Grazie Anna.

canzone consigliata: “Shadows” delle Au Revoir Simone


PUNTO 3: FACCIAMO UNA COSA, RIMPIANTO LEVATI DAI PIEDI

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Un giorno, senza un motivo particolare, durante un qualsiasi pranzo di un qualsiasi lunedì-martedì-mercoledì-giovedì-o-venerdì, ho chiesto a mio padre se avesse dei rimpianti.

Ricordo di aver avvertito una profonda ansia, un senso di opprimente tensione, una fitta istantanea – nata e cresciuta nel tempo in cui ho articolato la domanda –  mentre aspettavo, inquieta, la sua risposta.

Mio padre, all’epoca, avrà avuto 60 anni.

E io non volevo avesse rimpianti.

Non volevo che mi dicesse “Oh sì, non sai quanti!”

Non volevo che cominciasse a enumerare una serie di possibili (ormai impossibili) condizionali: avrei voluto fare questo, avrei voluto essere quest’altro, avrei potuto, avrei fatto meglio a.

Non volevo mi dicesse che si era sposato troppo giovane, che aveva avuto tre figli troppo in fretta, che aveva lavorato troppo per troppi anni, che in fondo in fondo non avrebbe voluto fare il geometra, che aveva investito troppa energia e sacrifici per costruire una casa grande in cui potessimo accogliere amici e parenti, che sarebbe stato meglio viaggiare e aspettare e rallentare e accelerare e andare a pescare e trasferirsi in Irlanda e non fare nulla e fare tutto.

Non volevo.

Alle persone che amiamo non auguriamo rimpianti.

Lui, ricordo, ha finito di masticare la bistecca; poi, molto serenamente, con una naturalezza e un candore che mi hanno commosso, ha risposto: “Solo uno, non conoscere le lingue”.

Il rimpianto di mio padre a 60 anni, l’unico per lui degno di nota, si riassumeva nel cruccio di non essere stato in grado di comunicare con tutte le persone incontrate nella sua vita.

Mi ha lasciato stecchita.

Mio padre ha vissuto e vive una vita che lo corrisponde. Non sono mancate frustrazioni, sconfitte, disillusioni, grandi errori: è stata ed è tuttora una vita, in tal senso, normale, ordinaria; ma assolutamente straordinaria se penso che ha fatto ciò che ha scelto, e ha scelto ciò che ha fatto.

Per comunicare ai miei genitori che avevo deciso di partire per fare il giro del mondo in solitaria, avevo diverse opzioni.

Poteva essere una cosa del tipo:

“Mamma mi passi l’acqua? Grazie..”

“Novità Patti? Tutto bene a casa?”

“Tutto bene sì..Ho pensato di cambiare le tende della camera..e poi devo andare alla riunione di condominio per decidere se si rifarà o meno lo stradello e…ah sì! Poi volevo dirvi: verso fine dicembre parto, mollo tutto e sto via un anno. L’idea è quella di passare da un Paese all’altro, da un continente all’altro..e, ovviamente, da sola. Buonissima questa orata!”

Non ho fatto così.

Sarebbe stato d’effetto. Molto teatrale, come piace a me,  ma insomma, l’ho evitato.

Ho scritto invece una lunga lettera di 6 pagine (Poveretti! E non è neppure la prima volta. Ormai lo sanno che quando arriva una lettera sto per sganciare una bomba ).

Probabilmente sarebbe stato sufficiente dire: “Questo mi rende felice.”

La decisione era già stata presa e non cercavo il loro consenso (ho, ahimè, una certa età)

Eppure volevo capissero quanto di sensato c’è in questo desiderio  così, apparentemente, insensato. Volevo comprendessero quanta responsabilità mi prendo in questo progetto così, apparentemente, irresponsabile. Volevo sapessero quanto necessito partire, quando apparentemente e ragionevolmente, potrei restare.

“Papà, quando ti ho fatto quella domanda, tu avevi circa 60 anni, io meno di 30. Tu avevi solo un rimpianto, io ne avevo già a decine. A d-e-c-i-n-e  papà.”

Capisci, quante volte non mi sono stata fedele?

Alejandro Jodorowsky (quanto ma quanto ti amo!) spiega come nelle storielle popolari o addirittura nelle barzellette si celino grandi verità universali. Questa, che riporto – il più fedelmente possibile –  l’ho ascoltata direttamente da lui, durante una conferenza a Lerici.

“Il tonto del villaggio compra 5 euro di peperoncini piccanti. Si siede sul ciglio della strada e inizia a mangiarli. Diventa paonazzo in viso, suda, respira a fatica, si contorce, ma persiste imperterrito a ingurgitarne, uno dopo l’altro. Si avvicina un uomo. “Cosa fai? Perché continui a mangiare i peperoncini? Non vedi che ti fanno male? ti stanno uccidendo!”

“Non sto mangiando i peperoncini” gli risponde il tonto “Mangio i miei 5 euro”

Sono i 5 euro, ci spiegava Jodo con quella faccia affabile e sorniona da nonno magico, ma sono anche gli anni in un’università che detesto e che mi porterà a fare un lavoro che odio e che non mi appaga, ma che in realtà non posso lasciare, perché già ho investito tutto questo tempo…Cosa faccio? mando tutto all’aria e ricomincio da capo?!

Oppure sono i 5 anni di relazione con qualcuno che non amiamo…ma ormai è così tanto tempo che stiamo insieme…abbiamo già comprato casa…è andata così”

E’ faticoso, laborioso, arduo, disagevole e così tremendamente difficile riuscire ad assomigliare il più possibile a sé stessi. Corrispondersi.

E’ che a volte manca l’immaginazione, dico io.

Manca l’idea di noi che riusciamo ad essere noi.

Manca la fantasia della vittoria. Permane la poca fantasia della sconfitta, con domande zuppe di insicurezza, che sembrano le macine che intingo nel tè la mattina.

Io? Proprio io? Proprio ma proprio io? Posso farlo?  Ne sono in grado? Ma siamo sicuri?

Farò una cosa per arginare i momenti di sfiducia e scoramento, che ciclicamente mi colgono, riguardo la possibilità di riuscire ad essere davvero quello che voglio essere: ascolterò una che per anni è stata considerata matta fra i matti. Ascolterò la saggezza struggente di Alda:

“Dovrei chiedere scusa a me stessa per aver creduto di non essere abbastanza”


Note

  •  Alda è Alda Merini
  •  Nella foto un’opera di Banksy
  • Ho scritto questo post ascoltando Hero dei “Family of the year” e consiglio di leggerlo ascoltando la stessa canzone, se vi va
  • Grazie Boris

PUNTO 2: NON RACCONTARSI BALLE

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“Ti devo parlare”

“Ok. mi siedo?”

“Si…Volevo dirti…ho incontrato una ragazza. Mi piace molto. E vorrei provare a iniziare qualcosa con lei”

“…”

“L’ho conosciuta venerdì. te l’ho detto oggi, che era il primo giorno che ci saremmo rivisti.”

“…”

“Niente. volevo dirti questo..”

“…”

Lo so che può sembrare il poco emozionante estratto di una telenovelas sudamericana degli anni 90.

Ma non lo è. Se, con un piccolo sforzo, si estrapola il dialogo dal contesto artificioso e innaturale della fiction e lo si porta nel divano rosso di casa mia, vi assicuro che il sapore cambia.

Se i personaggi sono in realtà persone, tutto si può dire, tranne che questo breve dialogo non susciti uno tsunami intricato di emozioni per entrambe le parti in gioco: chi ferisce e chi è ferito.

Io, si sarà capito, sono la parte che risponde per buona parte del tempo con i puntini di sospensione.

Colui che mi sta lanciando questo calcio verbale ed emotivo in piena faccia, che secondo me manco Bruce Lee,  sarà chiamato da me Vedi.

Ve sta per verità, di sta per difficili. Lo scriverò sempre in corsivo, in modo da non confonderlo con la secondapersonasingolarepresenteindicativo del verbo vedere. O anche con l’imperativo esortativo (benché in realtà, le verità difficili siano sempre un inevitabile imperativo esortativo)

Io e Vedi non eravamo innamorati. E non è un dettaglio.

Gli volevo bene, però. E nemmeno questo è un dettaglio. Lui non so, ma credo di sì.

Ero sinceramente, teneramente affezionata.

Vedi mi appassionava, più di tutto, per la sua risata. Una risata spaccaossa. A volte avrei voluto registrarla e ascoltarla nei momenti di magra, quando sei in deficit di allegria.

Ci stavamo frequentando da qualche mese, e siamo sempre stati molto bravi a sottolineare quanto indipendenti eravamo, a mettere paletti, a proteggere le nostre case basi, ad aggrapparci ognuno alla propria rassicurante fetta di realtà. Non posso parlare per lui, ma mettersi in gioco davvero, spogliandosi di tutto, ahimè fa sempre una paura folle. E ahimè, a fatica ci si riesce.

Io e Vedi, come è facile immaginare, non ci siamo fatti nessuna promessa.

Solo ci siamo dati una regola, una gentilezza normativa: Non raccontiamoci balle, ok?

Adesso, che lui è qui davanti a me e, rispettando questa regola, stravolge in un secondo il senso di questa serata, cambiandone la direzione – lasciandomi con quella sensazione  di attonito sbigottimento che provoca una camicia estratta dalla lavatrice con un colore che, porcocane, non è il suo – provo a ragionare sul da farsi, ma mi sento annebbiata.

Quando sono ferita mi sento sempre annebbiata, confusa, fossilizzata, millenaria.

Ma mi risveglia la sua domanda:

“Vuoi che vada via?”

“…”

“Sì, è meglio che vada”

“No, è meglio se resti, invece. La cena è pronta. Sediamoci e ceniamo. Puoi aprire il vino per favore”

Come mai reagisco così a un calcio in faccia alla Bruce Lee?

Mi ha fatto male? Sì. Certo. Mi ha fatto male

Ma questa ferita mica me la può/deve guarire lui. Provate a chiedere al sasso che vi ha sbucciato il ginocchio di farlo smettere di sanguinare. Il sasso non lo sa come si fa. Ci vuole l’acqua ossigenata. Ci vuole un cerotto.

La ferita sono affari miei.

La rabbia, invece, è un’altro paio di maniche. Ma il fatto è che io non sono arrabbiata.

Non posso essere arrabbiata, perché lui stasera è venuto da me, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto come stavano le cose. E’ stato onesto.

L’ego ferito, il cuore malconcio spingono per rivendicare il loro diritto a essere trattati con cura e garbo, ma si placano immediatamente di fronte alla verità.

Anche in questo caso, che risulta così deludente e mortificante.

Non voglio quindi che tu vada via Vedi. Ho preparato le zucchine e i peperoni. Tu hai portato il vino. C’è del pecorino marchigiano..

“Non apriamolo..tienilo per un’altra occasione. Tienilo per qualcun altro..”

“Chi è qualcun altro? Non lo conosco. In questo momento ci sei tu. E lo voglio mangiare con te..”

In realtà fatico a deglutire, la fame è improvvisamente svanita. Il fisico ha un codice tutto suo, certe consapevolezze, certe riflessioni non le fa. Se ne frega. Lo stomaco si chiude. Punto.

Eppure è incredibile. Non sto fingendo una parte, non sto forzando le mie azioni, non mi sto convincendo. Ho voglia di cenare con lui. Ho voglia di chiudere bene, è il mio modo di dirgli grazie.

Sì. Lo sto ringraziando, per questo piatto di verità che ci stiamo mangiando insieme stasera, per il fatto che nessuno dei due si è sottratto a questo boccone amaro che, inevitabilmente, ci fa crescere. A me insegna ad esempio ad accettare, che nella vita di alcune persone siamo comparse secondarie che escono di scena velocemente (anche se è indubbio, si vorrebbe avere sempre i fari puntati addosso, ed essere l’attrice protagonista che tutti amano disperandosi)

Quando ho cominciato a sentire l’urgenza di questo viaggio, in più occasioni, mi rendo conto, ho cercato di auto-sabotarmi. Io ho una vita appagante, divertente, stimolante, fitta di impegni e persone che amo.

Forse dovrei concentrarmi su qualcos’altro, mi dicevo. Forse dovrei smettere con queste idee folli, forse dovrei pensare al mio lavoro..forse dovrei risparmiare i soldi…forse dovrei…

Forse dovrei evitare di raccontarmi balle. Questo dovrei fare.

E’ difficile sottrarsi alla relazione d’amore che si instaura con le proprie rassicuranti confortanti collaudate abitudini, che di fronte a questo nuovo desiderio rispondono in maniera stizzita come avrei potuto fare io con Vedi :

“Meglio così, non ci meriti..non sai cosa ti perdi…e poi questa nuova passione? scommetto che sarà deludente alla fine, vedrai…te ne pentirai”

Ci sono verità di una durezza indicibile, alcune le ho vissute, come tutti su questa terra.

Alcuni “no” ci ho messo anni per riuscire ad incassarli.

Ma penso che la verità debba essere accolta sempre come qualcosa di prezioso, in qualunque veste si presenti va guardata come la più bella tra le belle, perché non arriva mai da sola. Si porta dietro sua sorella gemella (bella quanto lei, se non di più) che manco a dirlo ha un nome che finisce a sua volta con un accento: libertà.

Una volta che ce lo siamo detti sinceramente quello che vogliamo fare: siamo liberi di scegliere, decidere, agire.

Siamo liberi anche di non scegliere, non decidere, non agire.

Ma almeno sappiamo come stanno le cose.

“E comunque è un coglione, a lasciarsi sfuggire una come te”

Queste sono le mie amiche: l’acqua ossigenata, il cerotto.

Totalmente di parte, totalmente irrazionali e ingiuste nel giudizio, a dir poco spudorate nel considerare solo ed esclusivamente il mio punto di vista, risolute nel tentativo di risollevare la mia autostima, armate fino ai denti per difendermi da tutto ciò che possa farmi male e io, ovviamente, le amo.