PUNTO 1: CHE LA PAURA NON SIA IL MOTORE DELLE MIE AZIONI

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Dante  Alighieri

Ho paura.

Voglio dirlo molto chiaramente, senza fingere un cuore intrepido stile paladino; che insomma, il mio personaggio non è mai stato contemplato in nessun ciclo carolingio o bretone, quindi lasciamo a loro quell’ ardire lì.

Che nessuno tocchi la mia fragile, intimorita, piccola umanità.

Sono contenta di avere paura.

E’ un po’ come accade in questi giorni di torrida canicola estiva. Mi sono accorta che le persone rispondono timidamente agli abbracci, scansandosi, divincolandosi..”Scusa sono sudato”.

Ecco, io queste persone che si scusano per una loro condizione umana, fisiologica, ineluttabile – fa caldo, sudi – me le stringo ancora più forte: “Meno male sudi, significa che non sei fatto di carta!” gli dico.

Meno male mi tremano le gambe, il cuore mi va all’impazzata, ho le mani fredde e lo stomaco stretto in una morsa. Significa che sono viva, provo un sentimento ancestrale che lo dimostra, ne riconosco i sintomi.

Sul viaggiare soli è già stato detto molto. Sul perché farlo anche. Sulla incredibile possibilità di maneggiare con stupore, cura, meraviglia il più variabile materiale umano che passa sulla nostra strada, in molti hanno scritto (ma presto lo farò anch’io).

Poco si è detto, forse, sulla paura che provoca pensare di farsi il giro del mondo in solitaria.

La mia amica Maria Teresa mi dice “Ecco, te ne vai da sola e staremo tutti in pensiero per un anno!”

Non incoraggiante, ma calabra e verace ha riassunto un concetto molto più complesso. Il timore non è solo di chi parte, ma anche di chi resta. L’ignoto, l’imprevedibile è fatto di illusioni e immagini sfocate, forme indecifrabili, suoni misteriosi.

L’ignoto si teme. E’ come un salto nel vuoto, e non sai, una volta percorso, che tipo di realtà ha in serbo per te.

Allora, in questi casi, la cosa migliore da fare è sperimentare. Ho preso un modo di dire: “Sono dentro un tunnel nero ” e ne ho fatto realtà. Ci sono entrate fisicamente nel tunnel.

L’ho fatto la settimana scorsa ed è stata un’ esperienza unica e surreale. Sono andate 3 giorni alle Cinque Terre, luogo che amo profondamente da sempre e il cui fascino non smette, nonostante gli anni, di conquistarmi.

Ho deciso di andare a Guvano, spiaggia che si trova a Corniglia, appena sotto la stazione.

Guvano è inserita nel parco delle Cinque Terre, è naturista di tradizione, per cui si fa nudismo per lo più, ma  ognuno può starci come più preferisce, anche col costume. Spiaggia democratica, tollerante, eterogenea.

Per arrivarci  bisogna attraversare un tunnel completamente buio, quel che resta delle antiche ferrovie. Un tempo era presente l’illuminazione, ora, senza torcia, è impossibile percorrerlo.

il mio amico Boris, mi aveva avvisato e aveva aggiunto:

“Non farlo da sola”.

“Perchè? E’ pericoloso”

“No, solo fa un po’ impressione..”

Io però alle Cinque Terre ci vado da sola. E quindi lo metto in conto.

Però metto in conto anche quello che ho imparato percorrendo per 3 volte il cammino di Santiago in solitaria; ovvero che spesso, quando hai bisogno di qualcosa o di qualcuno, quel qualcosa e quel qualcuno arrivano.

Santiago è un luogo carico di spiritualità e misticismo e tutto sembra simbolo che rimanda a verità  molto più profonde e imperscrutabili.

Ma ora sono a Corniglia, e mi viene il dubbio che forse qui non funzioni allo stesso modo.

Ma mi sbaglio!  Incontro un ragazzo senza torcia, D, e dopo due chiacchiere decidiamo di percorrere insieme il tunnel . L’ingresso mostra il disegno sbiadito di una spiaggia, quasi una vaga promessa del premio, che spetta solo ai più coraggiosi e meritevoli.

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Penso a Dante. La selva oscura sarà stata così? D sarà il mio Virgilio? Va bene, basta così: entriamo.

Pochi passi ed è il buio più totale e “totalitario”. Quel genere di buio al quale lo sguardo non si può abituare. E’ una camera stagna sotterranea. Non è semplice, perché il buio è una paura antichissima, primordiale. Con la torcia vedo a malapena i nostri piedi…Cosa si cela in tutta quella porzione di testardo nero che non posso illuminare? Non ne ho idea, ma mi vengono in mente tutti i film del terrore visti dai 12 anni in avanti in compagnia di mio fratello e che hanno segnato la nostra prima adolescenza (Zio Tibia, ecc) Per fortuna parlo con D, e non mi soffermo troppo su odori, sensazioni, rumori.

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Da quanto tempo sono qui?

A metà mi fermo un secondo, non so nemmeno perché.

“Tutto bene?”

“Sì..è solo che mi sembra di camminare da una vita” (per percorrere il tunnel ci vogliono solo 15 minuti!)

Razionalmente lo so che al di là c’è una spiaggia che mi aspetta. E lo so che il tunnel finirà, eppure  la paura sta agendo, scava nel mio inconscio e lo riempie di scenari terribili e paradossali:  Il tunnel crollerà e io ci resterò sotto, o peggio verranno fuori creature biancastre con occhi rossi che vivono qui da 2000 anni e mi faranno secca (mangiandomi, sia chiaro).

Ok, non posso farci nulla. Accetto questo momento di temporanea pazzia.

Continuiamo e dopo un tempo indefinito, intravedo un qualcosa che non ha nulla a che vedere col classico filo di luce o bagliore; è una gradazione più morbida di nero, un grigio, che diventa più chiaro man mano ci avviciniamo.

E poi è luce piena, il tunnel è finito, la torcia la spengo ed entriamo in una dimensione che non ha nulla a che vedere con quella che ci ha avvolto fino al minuto prima. Ma proprio nulla.

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Sperimentiamo il detto “Vedo la luce alla fine del tunnel” e la luce è fatta di verde, di spiagge, di mare, di roccia, di natura selvaggia.

Il paradiso dopo la selva oscura. Io e D ci guardiamo, vorrei dargli una pacca sulla spalla come fanno gli sportivi alle Olimpiadi per dirsi “sei stato bravo, complimenti”. Ma fortunatamente non lo faccio.

Torno nella stessa spiaggia anche per i due giorni successivi e il tunnel lo percorro da sola.

Incontro altre persone che camminano in entrambe le direzioni. E’ strano, è come se fossimo gli unici depositari di un segreto. Conosciamo i tunnel sotterranei all’interno di uno scenario post-atomico…Ecco, la mente vaga di nuovo, si perde. Torna alla realtà, mi dico. Siamo solo persone che vanno al mare. Punto.

Stavolta il meccanismo che provo a innescare è l’opposto del primo giorno con D. Ascolto rumori, odori, ascolto il mio battito,  il mio respiro. Mi concentro su quello che provo e come si manifesta sul mio corpo. Cerco di evitare i pensieri, valuto solo gli effetti fisici dentro e fuori. Gocce d’acqua dall’alto, vento (sopra di me passano i treni della ferrovia che collega le Cinque Terre), poi i miei passi.

E di nuovo luce. E di nuovo lo stesso sollievo. Inutile combattere, accetto il fatto che il buio sia faticoso.

Tra pochi mesi parto e non è che non abbia paura, è solo che non voglio che la paura sia il motore delle mie scelte. Né ora, né mai.

Decido di ascoltare, invece, ciò che mi chiama ad attraversarlo il tunnel.

Quella voce che dice: Vai. Prendi la torcia e vai.

E mi vien da dire, niente di più saggio.

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